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 2013  aprile 18 Giovedì calendario

LA CRISI MOLTIPLICA L’ESERCITO DEI SENZA CASA A MILANO SONO IL 70% IN PIÙ DI 5 ANNI FA


NEANCHE la lady di ferro aveva tagliato le prestazioni di welfare destinate agli ultimi degli ultimi. Noi ci siamo riusciti e per giunta nel mezzo di una doppia e interminabile recessione, partendo già da livelli di prestazione molto bassi in rapporto al resto d’Europa. Nel 2010 spendevamo circa 17 euro per abitante per l’inclusione sociale, contro i 210 della Francia e gli oltre 50 della Germania. Nel 2011 eravamo scesi a 16 euro e i trasferimenti in natura si erano ridotti di più del 10 per cento rispetto all’anno precedente. Tutto questo malgrado gli effetti della crisi si facciano sentire: il 3 per cento in più di persone a rischio di povertà, addirittura il 5 per cento in più fra chi ha meno di 24 anni. Ieri a Milano sono stati presentati i risultati del censimento dei senza dimora condotto nel mese di febbraio per iniziativa della fondazione Rodolfo Debenedetti e dell’Università Bocconi. Per tre notti 600 volontari (tra cui molti studenti dell’università) hanno setacciato le vie di Milano contando chi dormiva in strada o era ospitato nei centri di accoglienza del Comune e hanno intervistato quasi mille di loro. I risultati ci dicono che il numero dei senza dimora (senza contare le persone che vivono in case abusive o nei campi Rom) è aumentato del 70% rispetto al 2008, prima dell’inizio della recessione. Tre quarti dei senza casa hanno più di 35 anni e un livello di istruzione comparabile a quello del resto della popolazione italiana. Vivono in media con circa 150 euro al mese, ma 4 su 10 non hanno alcun reddito, ed il 30% ha debiti in media di oltre 2000 euro. La ragione principale di questa loro condizione è la perdita di un lavoro (vedi il grafico qui sotto). In tre su quattro sono attivamente alla ricerca di un impiego, ed in media hanno concluso il loro ultimo rapporto di lavoro da 4 anni. Solo uno su cinque riceve un trasferimento come un sussidio di disoccupazione. Per fortuna il Comune di Milano, muovendosi in controtendenza rispetto ad altri Comuni italiani, ha raddoppiato il numero di posti letto, riuscendo almeno in parte a fronteggiare l’emergenza nei mesi invernali.
É chiaro che il problema non può essere delegato all’iniziativa locale e al volontariato. I Comuni sono senza soldi e molte fondazioni bancarie che sulla carta dovrebbero intervenire nel sociale hanno in gran parte bruciato il loro patrimonio per gestire poltrone nelle banche conferitarie. Un merito del Movimento 5 Stelle è stato quello di porre il problema dei poveri tra i poveri al centro della campagna elettorale. La proposta di istituire un reddito di cittadinanza, un trasferimento universale da dare a tutti, indipendentemente dal livello di reddito e dalla situazione lavorativa, è però chiaramente una semplice provocazione. Costa troppo. Pensiamo, ad esempio, a un reddito di cittadinanza che garantisca a ogni individuo con più di 18 anni un trasferimento mensile di 500 euro al mese. Il totale della spesa per questo programma sarebbe di 300 miliardi di euro, quasi il 20 per cento del Pil. Sarebbe anche probabilmente un programma politicamente ingestibile: come giustificare agli elettori che ogni membro della famiglia Agnelli o Berlusconi percepisce un reddito dallo Stato ogni mese? Bisognava da tempo introdurre in Italia, come nel resto dell’Unione Europea, trasferimenti limitati a chi ha redditi (e patrimoni) al di sotto una soglia di povertà prestabilita, e di un’entità appena sufficiente a portarli al di sopra di questo livello, vale a dire un reddito minimo garantito. Nelle condizioni attuali di finanza pubblica, però anche uno schema di questo tipo appare al di fuori della nostra portata. Andrebbe interamente finanziato senza aumentare il deficit e dobbiamo già trovare circa 2 miliardi per finanziare la Cassa Integrazione in deroga, per la quale i fondi sono esauriti in parecchie regioni. Dobbiamo comunque prepararci a introdurre un reddito minimo garantito non appena usciremo dalle condizioni d’emergenza. Questo significa, come giustamente sottolinea lo stesso rapporto sull’agenda economica dei saggi nominati dal Presidente Napolitano, approvare le nuove norme per l’ISEE, l’indicatore che permette di selezionare meglio i beneficiari di queste prestazioni riuscendo a raggiungere davvero chi ne ha bisogno. Grave se il governo Monti non riuscisse almeno a portare a termine questa operazione prima di passare le consegne.
Nel frattempo bene pensare ad offrire occasioni di lavoro a chi oggi non ne ha e a rendere meglio remunerato il lavoro di chi oggi è disposto a tutto pur di lavorare. Possiamo introdurre crediti di imposta o trasferimenti (per chi ha redditi al di sotto della no-tax area) per chi lavora ma percepisce salari molto bassi. Ad esempio, come nel programma Aufstocker tedesco che ha fortemente contribuito a tenere i livelli occupazionali durante la recessione del 2008-9, coprendo la differenza fra il salario orario netto effettivamente percepito e 5 euro. Questa misura dovrebbe essere accompagnata, per evitare abusi, alla definizione di un salario minimo orario. In altre parole, lo Stato pagherebbe di fatto la differenza fra il salario minimo (poniamo fissato a 4 euro all’ora) e 5 euro. É una misura che ha dei costi non indifferenti (tra i 3 e i 4 miliardi di euro), ma che dovrebbe far emergere sommerso e a creare lavoro, contribuendo al suo finanziamento. E potrebbe, almeno in parte, essere finanziata impiegando in modo più efficiente una parte di quei 7 miliardi che ogni anno destiniamo alle politiche attive del lavoro. Non abbiamo, in ogni caso, l’infrastruttura necessaria per attuarle su vasta scala e quando mancano i lavori piuttosto che i lavoratori, le politiche che attivano i disoccupati servono a ben poco. Nelle fasi più critiche, come oggi, anche entrate straordinarie, come quelle provenienti dalla rivalutazione degli immobili posseduti da società, potrebbero essere destinate a interventi di questo tipo, che permetterebbero a molti degli attuali senza dimora di pagarsi un affitto.