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 2013  aprile 18 Giovedì calendario

IL FINTO GATTOPARDO

Il destino di Luchino Visconti è sempre stato quello di essere un punto di riferimento. Lo era nella sua famiglia per i fratelli e le sorelle, lo era giovinetto per i compagni di allora, lo è stato per alcune generazioni di registi e di attori di cinema, di teatro, d’opera.
Francesco Rosi e Franco Zeffirelli hanno iniziato con lui, Giorgio De Lullo, Tonino Pierfederici, Marcello Mastroianni anche; ad altri, come Paolo Stoppa, Andreina Pagnani, Romy Schneider, fino a Maria Callas, fece fare il “giro di boa” della propria carriera, «cosa», dice oggi Enrico Medioli che ha sceneggiato tutti gli ultimi film di Visconti, «più difficile che creare un attore nuovo». Altri ancora, come Helmut Berger e Alain Delon, li ha demiurgicamente tirati fuori dal nulla. Eppure proprio in questo suo essere “punto di riferimento”, essere maestro, che costituisce una delle glorie della sua carriera professionale, sta il dramma dell’uomo Visconti.
Troppo intelligente, troppo colto, troppo raffinato, troppo lucido per poter trovare a sua volta un punto di appoggio, per potersi concedere un momento di abbandono, Visconti ha vissuto da uomo solo anche se circondato da sorelle, fratelli, amici, attori, registi, ammiratori e anche profittatori. Non è un caso che le uniche due persone verso le quali abbia provato una vera e illimitata ammirazione siano mitiche: la madre, idolo della sua gioventù, e Marcel Proust, il grande amore di una vita. Dell’opera di Visconti si sa e si è detto tutto o quasi tutto. Dell’uomo Luchino, del “Chinacci” come era chiamato nel lessico familiare, molto poco. Noi, lasciando ad altri l’ interpretazione critica dell’autore, abbiamo cercato di sapere qualcosa di più sull’ uomo attraverso le testimonianze delle persone che, nell’ arco dei suoi 70 anni di vita, gli sono state più vicine.
UBERTA VISCONTI DI MODRONE – È la sorella minore di Luchino Visconti, la prediletta. Dopo la malattia del regista, lo ha amorosamente curato fino all’ ultimo giorno.
La nostra infanzia è stata meravigliosa. C’ erano, con mio padre e mia madre e fra noi fratelli, una tenerezza e un affetto unici. Ci adoravamo e ci sentivamo molto uniti. Eravamo sette fratelli, divisi, per età, un po’ a strati. I maggiori erano Guido e Anna, poi venivano Luigi, Edoardo e Luchino, eppoi noi, io e mia sorella Ida Pace, detta Nane, che siamo rimaste sempre “le bambine”, anche dopo sposate. Mentre Guido e Anna “patrizzavano”, tutti gli altri “matrizzavano”. Mia madre era una donna fantastica: bella, sensibile, colta. Ci ha insegnato tutto, letture, gusto, musica. Aveva una grande sensibilità musicale e suonava benissimo. In famiglia aveva creato addirittura un quintetto: Luchino era il violoncello, gli altri suonavano il piano e il violino. Soprattutto Luchino aveva per nostra madre un’ adorazione senza limiti, un’ adorazione che lui, così esigente con tutti, non gli ho mai più visto provare per nessun altro. Proprio pochissimi giorni fa Luchino mi raccontava questo episodio d’ infanzia. La sera, prima di andare a letto, era solito lasciare un biglietto per chiedere qualche permesso per il giorno seguente: andare a giocare al pallone o a sentire un concerto. E Luchino mi diceva che stava ad ascoltare con le orecchie tese il ritorno della mamma e non si addormentava fino a quando non sentiva sulla carta il rassicurante rumore della penna di mia madre. La mamma, naturalmente, diceva sempre di sì. La nostra era una famiglia un po’ “fine Ottocento”, c’ erano delle regole da rispettare, degli orari, una certa ora per andare a tavola e una rigida censura di libri e giornali per noi, “le bambine”. Avevamo un precettore, mezzo italiano e mezzo inglese, Boselli si chiamava, che aveva carta bianca e ci faceva fare cose tremende, come calarci con una corda dal terzo piano della nostra casa di via Cerva a Milano. Per questo nel quartiere eravamo conosciuti come “quei matti de li Mudrun”.
La nostra fu un’ infanzia allegra. Mio fratello, nei suoi film, ha rappresentato tante volte queste tavolate di famiglia e certo c’ era qualcosa di noi Visconti in quelle immagini. Ma le nostre cene non avevano certo la cupezza delle cene di famiglia de La caduta degli dei. Sotto quelle tavolate, in realtà, c’erano duelli tremendi, si accendevano mischie furibonde. E mio padre, un Gattopardo dolcissimo, non si accorgeva mai di nulla.
Io avevo un’ ammirazione sconfinata per mio fratello, il “Chinacci” come lo chiamavo. Era lui che inventava tutti i giochi. Naturalmente gli piaceva moltissimo giocarci qualche brutto tiro. Così ci leggeva Incompreso con una voce tanto patetica, con accenti talmente dolorosi, con occhiate così tremende che noi, io e Nane, scoppiavamo a piangere a dirotto. E lui non smetteva fino a quando non ci vedeva devastate di lacrime. Poi ci faceva i “teatrini”, la cui preparazione era lunghissima, perfezionista e anche un po’ feroce, buchino non arretrava di fronte a nulla, se aveva bisogno di una tenda strappava tutte le coperte delle bambole o le loro vestine. Questi preparativi, minuziosissimi, duravano all’infinito, non se ne veniva mai fuori. Ma, quando Luchino aveva preparato proprio tutto, si stufava e la rappresentazione non ce la faceva quasi mai. Però il gran gioco della nostra infanzia con Luchino era quello della vegia stria, la vecchia strega, che ci faceva quasi ogni sera. Con che impazienza io e Nane lo aspettavamo! Spegnevamo le luci, andavamo a nasconderei sotto dei tavoli e lì rimanevamo in attesa. Quando arrivava Luchino, la vegia stria, era con il cuore in gola che lo sentivamo camminare, per questa casa immensa e buia, con un bastone che gli serviva per andare a tentoni. Naturalmente lui portava il gioco all’ infinito e faceva finta di non scoprirci mai. Finché noi, stufe, andavamo a nasconderei in una vecchia cassapanca. Questo era il segnale. Luchino veniva subito a sedercisi sopra e noi, sotto, eravamo tutte contente di soffocare e di essere state scoperte. Il gioco finì un giorno che io e Nane gli preparammo un cappello di grano su cui erano cucite mille cose e dei pezzi di velo (proprio come noi immaginavamo che una vecchia strega dovesse essere). Luchino ne fu talmente disgustato che da quella volta, nonostante le nostre implorazioni, giudicò il gioco finito e non ne volle più sapere.
Luchino, da adolescente, era un pessimo studente. Fu mandato in vari collegi dove ne combinò di tutti i colori. Una volta fu spedito, assieme a Luigi, in un collegio sul lago di Como. Bisogna sapere che Luchino era golosissimo. Bene, in questo collegio si presentava, quasi ogni giorno, il cameriere di una nota pasticceria di Como, il quale, ben istruito da Luchino, si dichiarava «zio dei ragazzi Visconti». La cosa fu scoperta quando arrivò il conto e Luchino e Luigi furono cacciati dal collegio. Un’ altra volta Luchino, approfittando dell’assenza di mio padre che era a Roma, fuggì da Grazzano Visconti, dove stava preparando gli esami di riparazione, per amore di Titti Masier, una ragazza favolosa che poi ebbe un burrascoso flirt con Curzio Malaparte. Si portò Titti a Roma e la condusse in uno splendido ristorante.
Tutto sarebbe filato liscio se al tavolo a fianco non fosse stato seduto Giuseppe Visconti di Modrone, nostro padre. Fu beccato con le mani nel sacco. Ma a mio padre, che aveva molto sense of humour, la cosa parve talmente buffa che si mise a sghignazzare e non ebbe nemmeno il coraggio di sgridarlo.
Luchino aveva in realtà un carattere tremendo, puntiglioso, orgoglioso, testardo. Era un gran capoccione. La più grande delusione della sua vita è stata una ragazza per la quale aveva preso una gran cotta, una giovane austriaca deliziosa. Tutto filava per il verso giusto, senonché i genitori di lei, che si opponevano a questo flirt, dissero qualcosa di sgradevole nei confronti di Luchino. Mio fratello, invece di infischiarsene e di portarsi via la ragazza, ci rimase malissimo e rinunciò per sempre a quella donna. E questa è una vicenda che lo ha segnato per tutta la vita. Una cosa che non ha mai superato. Tanto è vero che, moltissimi anni dopo, un giorno in cui ero da lui in via Salaria, venne da me con una faccia un po’ stralunata e, con fare misterioso, mi disse: «Sai chi vedo oggi? Tè lo do a mille se lo indovini. Vedo la...». Poi si è fatto tutto bello, si è cambiato e mi ha chiesto di portarlo in macchina a Trinità dei Monti, un luogo classico da innamorati. E la cosa era patetica perché questo accadeva dieci anni fa e loro erano ormai due vecchietti. La sera gli ho domandato, con molta circospezione, perché a lui non si poteva chiedere molto e di certe cose non parlava mai, gli ho chiesto come fosse andata, e lui mi ha detto: «Ci si rovina sempre con le proprie mani».
LIVIO DELL’ ANNA – Avvocato, amico d’ infanzia di Visconti.
C’è stato un periodo, dal 1936 al 1939, in cui, assieme a Corrado Corradi, uscivo quasi tutti i giorni insieme a Luchino. Eravamo tre inseparabili. Lui abitava a quattro passi da me nella stessa via, a Porta Nuova. La prima nostra grande passione furono i cavalli di cui lui aveva una scuderia, la “Modrone”. Un giorno però, proprio dopo che uno dei suoi preferiti, Sanzio, aveva vinto il Grand Prix, Luchino se ne stufò, vendette tutto e ci imbarcammo, sempre assieme a Corradi, in una nuova impresa, le stoffe chintz, che, con disegni fatti da noi, servivano per coprire poltrone e divani. Le prime prove furono disastrose e fummo costretti a rifilare tutto alle mamme e alle sorelle. Poi la Cvd (Corradi, Visconti, Dell’Anna) cominciò a funzionare. Sempre in quel periodo passavamo le nostre giornate andando per rigattieri a comprare della paccottiglia Liberty o addirittura umbertina. Passavamo ore e ore a lucidare in modo maniacale certi vecchi oggetti di finto argento. La cosa curiosa di Luchino è che, se si innamorava di un oggetto, ne voleva poi almeno dieci dello stesso tipo. Con il denaro aveva un rapporto strano, ne era avidissimo ma solo per poterlo spendere. Mi ricordo di una volta che abbiamo avuto seri problemi perché eravamo entrati in un ristorante: facemmo fatica a pagare le cinque lire del conto; dovemmo vuotarci le tasche fino all’ ultimo spicciolo. Be’ , pochi giorni dopo Luchino mi trascinò all’ Hagy, che allora era il ristorante più chic di Milano, e in due spendemmo 35mila lire di allora. Sapeva stare al gioco in qualsiasi occasione.
Luchino, allora, era un bellissimo ragazzo, di una bellezza quasi insolente. Era molto chic, molto signore, e aveva un grandissimo charme. Poteva incantare chi voleva. Anzi aveva il piacere di incantare, di “prendere” una persona. Io l’ho visto stare a parlare per ore e ore con qualcuno solo per il piacere di affascinarlo.
Con le ragazze aveva un enorme successo. Coco Chanel, che aveva qualche anno più di lui, aveva perso la testa per lui e così Bice Brichetto, che teneva a quei tempi, nella sua casa di piazza San Babila, il salotto più esclusivo di Milano. Le donne parevano interessargli. La sua omosessualità non era neanche sospettabile allora e del resto noi non ne abbiamo mai parlato, perché certi argomenti, e gli affetti erano fra questi, non si affrontavano con Luchino. L’unica persona per la quale si lasciava un po’ andare era la madre.
Quando Visconti andò a Parigi per lavorare con Jean Renoir ci perdemmo un po’ di vista. L’ho rivisto a Roma ai tempi di Ossessione. Era l’epoca in cui nella sua casa di via Salaria si riunivano Renato Guttuso, Betty Scala, Giuseppe De Santis, Elio Marcuzzo, Jean Marais, Massimo Girotti. Di queste riunioni qualcuno, anche di recente, ha parlato come di “orge”. Ebbene sapete che cos’erano in realtà queste orge? Erano il gioco della verità e della torre, di cui Luchino era avidissimo. Naturalmente man mano che la serata si inoltrava e il cognac (che era di moda in quegli anni) viaggiava, le domande si facevano via via più scabrose. E Luchino ci sguazzava. Una volta chiese a un attore: «Se tu dovessi scegliere fra la tua carriera artistica e tua moglie, chi sceglieresti?». E l’attore rispose: «La carriera». La moglie era presente e successe il finimondo. Luchino, in un angolo, si divertiva un mondo. C’era a volte in lui dell’insolenza, indubbiamente, ma era l’insolenza del gran signore, dell’aristocratico di altissimo livello quale oggi non si incontra più.
ANDREINA PAGNANI – Protagonista della prima opera teatrale di Visconti, I parenti terribili, di Jean Cocteau, e amica del regista dal lontano 1930.
Conobbi Luchino nel 1930. Avevo allora 24 anni; suo padre, il duca Giuseppe, stava mettendo su una compagnia e, preferendo lanciare una giovane, scelse me, appena uscita dalla filodrammatica. Luchino in quella compagnia faceva la messa in scena. La compagnia morì però dopo solo un anno. Io allora lo chiamai a lavorare con me, sempre per la messa in scena, ne La carità mondana, dato dallo Stabile di Milano, eppoi per Il dolce aloe e Il viaggio di Henri Bernstein, dove facevo coppia con Renato Cialente. Luchino, che aveva una passione grandissima per il teatro, lavorava gratis, en amitié. Portava anzi mobili e quadri da casa sua. Visconti aveva un gusto quasi maniacale per le cose ben fatte e se si metteva in testa che un certo oggetto, un certo mobile, una certa suppellettile dovevano essere in un tal modo non si dava pace fino a che non riusciva ad averli. Mi ricordo che per Il viaggio occorrevano delle sovraporte dorate; Luchino le voleva autentiche, ma autentiche non si potevano avere perché costavano troppo. Lui finse di rassegnarsi ma un giorno ce lo vedemmo arrivare in teatro con le quattro sovraporte dorate, del Settecento autentiche. Le aveva comprate con i suoi soldi.
Dopo la parentesi parigina lo rividi a Roma ai tempi di Ossessione e mi ricordo che una volta gli chiesi: «Luchino, perché non fai teatro?». Perché, mi rispose, io sono un perfezionista e ho il terrore di non avere abbastanza pratica teatrale. Nel 1945 però si decise. Gli offrirono di fare I parenti terribili di Jean Cocteau, e accettò. E quello fu il suo memorabile debutto nella regia teatrale. I parenti terribili era una commedia piuttosto ardita e difficile e tutti noi attori avevamo una gran paura. Tra l’altro Visconti aveva portato lo scompiglio nei nostri ruoli.
Per esempio a me, che ero abituata alle parti di attrice giovane, affidò il ruolo di madre di un attore poco più giovane di me. E siccome io recalcitravo, mi disse: «Non avere paura, fidati di me». Ebbe ragione lui. La prima si risolse nella serata più trionfale della mia vita di attrice, fummo portati letteralmente a spalle, in trionfo, per tutto il teatro Eliseo.
Ma Luchino era anche un uomo estremamente puntiglioso, di una suscettibilità quasi morbosa, che non accettava assolutamente un rapporto paritario e non voleva essere contraddetto. Fu così che litigammo. Un anno dopo I parenti terribili gli proposi infatti una ripresa con altri attori, Sandro Raffini e Lea Padovani al posto di Gino Cervi e Rina Morelli. Luchino accettò e rifece la regia. Mi ricordo che mi aveva fatto fare un cappelletto da vecchia signora con un pompon in tulle di veletta. Poiché recitavamo in un teatro sotterraneo e umido, mi trovavo ogni sera con questo ciuffo tutto stropicciato sugli occhi. Perciò gli chiesi se potevo liberarmene. Ma lui rispose di no. Un’altra cosa che non mi convinceva era che avesse fatto pettinare la Padovani da maschietta. Ma anche in questo caso mi rispose male: «Non toccate nulla, il regista sono io, non tu». Accadde che il teatro, poiché la commedia era troppo lunga, ci chiese di fare dei tagli per permettere alla gente di prendere perlomeno l’ultimo tram. Luchino doveva partire e mi disse: «Pensaci tu». Io apportai i tagli e, già che c’ero, feci pettinare la Padovani da donna e ne approfittai per togliermi quell’odiosa veletta. Apriti cielo! Quando Luchino lo seppe mi mandò l’avvocato con l’ingiunzione di levare immediatamente il suo nome dal cartellone. Questo fu il nostro primo litigio.
Il secondo avvenne qualche anno dopo quando io ero capocomica di una compagnia che stava facendo Il candeliere di Alfred de Musset e lui il regista. Ci azzuffammo per un dettaglio tecnico durante le prove e lui mi piantò in asso, a pochissimi giorni dalla prima, portandosi via Pierfederici e Girotti. Abbiamo fatto pace solo tre anni fa. Io ero a letto da quattro mesi per un banale incidente, quando ricevetti una lettera stupenda di Luchino: «Ti voglio sempre molto bene», diceva, «e ho sempre avuto il rammarico che per degli sciocchi puntigli e per i nostri caratteri noi si abbia sciupato la nostra amicizia». La lettera era accompagnata da un enorme fascio di rose rosa che erano le sue preferite. Da ragazzi, ai tempi delle primissime messe in scena di Luchino, avevamo avuto un’amorosa amicizia. Lui mi seguiva spesso in provincia per vedermi recitare. Qualcuno disse anche che Visconti era innamorato di me. Io non lo so, una parola d’amore lui non me l’ha mai detta. Era troppo orgoglioso e non avrebbe mai chiesto nulla a nessuno, neanche l’affetto.
FRANCESCO ROSI – Aiuto regista di Visconti in alcuni dei suoi film più importanti, fra i quali La terra trema e Senso.
Fu Luchino a offrirmi la prima occasione di entrare nel cinema. Io ero da poco arrivato a Roma da Napoli assieme ad Achille Millo e Giuseppe Patroni Griffi e facevamo un po’ di teatro. Volendo entrare al Centro sperimentale avevo preparato uno studio di sceneggiatura su I Malavoglia di Giovanni Verga. Visconti quando lo seppe mi volle conoscere per vedere se potevo sostituire Millo che aveva rinunciato alla sceneggiatura. Mi ricordo quel nostro primo incontro nella sua casa di via Salaria. Aspettavo in anticamera con una certa tremarella addosso e sentivo venire di là, da quelle stanze un po’ misteriose, un suono di violoncello. «Ma guarda un po’», pensai fra me, «Visconti suona il violoncello». Quando finalmente arrivò e glielo dissi, scoppiò in una gran risata e mi disse: «In effetti ho studiato violoncello in gioventù, questa però è la radio». Quando mi espose quello che avrei dovuto fare, io risposi, titubante, che non avevo mai fatto del cinema. «Impari!», replicò lui con tono duro. Quel che non aggiunse è che saremmo stati in tanti a dover imparare in quel film. Oltre a me, come aiuto, c’era infatti Franco Zeffirelli, che era alle primissime armi nel cinema e, come operatore. Aldo Tonti, un meraviglioso fotografo che però non aveva mai fatto l’operatore. Così con due aiuto registi giovanissimi che non avevano mai fatto i registi, con un operatore che non aveva mai fatto l’operatore e, in fondo, con un regista che, Ossessione a parte, era quasi al debutto, partimmo per la Sicilia. Fu un’avventura. Ma Visconti aveva profondo il senso della sfida, del gioco, del rischio; non c’erano cose per lui che non si potessero fare, solo che lo si volesse. Appena arrivati ad Acitrezza, Visconti ci riunì, a me e a Franco, e ci affidò compiti molto precisi e questo ci diede subito molta sicurezza. Del resto Luchino era un uomo che ti dava sempre, in ogni occasione, un’enorme sicurezza, era un maestro nel senso letterale del termine, un uomo che ti insegnava, ti educava, ti aiutava a conoscere tè stesso. Aveva una grandissima ricchezza umana. Naturalmente sul lavoro era un despota, aveva il temperamento e il carattere di un capo e di un dominatore.
C’era poi in lui un desiderio intimo ed estremo di rigore, di ordine, di perfezione. Sul set non ammetteva sbandamenti e quando ti rimproverava lo faceva in modo molto autoritario, molto duro, che poteva anche ferirti profondamente. Ma non era mai ingiusto e, quando ti sbollivano la rabbia e l’umiliazione, ti accorgevi che aveva ragione lui e che non lo faceva per il puro gusto di strapazzarti ma per insegnarti qualcosa. Certo le sue “cazziate” erano famose. Mi ricordo di una scena difficilissima girata durante una lunga notte e che aveva provato un po’ tutti. A un certo punto Visconti si accorse che Gianni Di Venanzo si era addormentato sotto il panno nero di una delle macchine da presa, una vecchia Debrié. Fu il finimondo, una cazziata indimenticabile. Luchino se la prese anche con Aldo e i due, che si conoscevano benissimo, finirono la nottata dandosi a vicenda del monsieur. Di cazziate, naturalmente, durante quel film ne ricevemmo tante anch’io e Zeffirelli.
Mi viene in mente un episodio che mi fa sorridere. Era un giorno di pioggia, con un cielo siciliano, pieno di nubi, un cielo quasi nero, e io e Zeffirelli vedemmo venir su, dalla piazza di Acitrezza, Visconti col suo eterno impermeabile, maestoso come sempre. A un certo punto però, per la pioggia, scivolò e cadde. E io e Franco, dandoci di gomito, sussurrammo con maligna soddisfazione: «Anche i boia cadono».
Si lavorava 16 ore al giorno e la preparazione di una scena, poiché anche Aldo era alle prime armi, durava cinque, sei ore.
Del resto il compito di Visconti era difficile perché doveva tirar fuori dalla gente di Acitrezza, senza alterarne l’autenticità, le battute e i toni che corrispondevano alla pagina di Verga che lui aveva nitidamente in testa. E Visconti non si accontentava mai dell’approssimazione, neanche di una buona approssimazione. Tutto doveva avvenire esattamente come lui lo aveva pensato. Probabilmente La terra trema, la Sicilia, i sei mesi vissuti a fianco della miseria di Acitrezza, furono un’esperienza importante anche per lui. Luchino era un uomo che in quel momento stava cercando, e questo suo travaglio era quasi palpabile. Me lo ricordo ancora vestito sempre con la stessa giacca principe di Galles, gli stessi pantaloni di flanella grigia, un berretto di lana dei soldati della V armata, e un vecchio impermeabile abbottonato fino al collo mentre si chiudeva in quei suoi strani silenzi, un po’ ipocondriaci. A volte passava quasi una giornata intera senza che ti rivolgesse la parola, poi, la sera, se ne tornava a Catania, si faceva portare i giornali a letto e la mattina era di nuovo pronto, sempre il primo ad arrivare con un rigore professionale che raramente ho visto in altri. Certo non era un uomo facile. Visconti. Era una persona che ti incuteva istintivamente rispetto, che aveva il senso delle distanze e verso il quale sapevi di non poterti permettere confidenze. Io gli ho dato del lei per anni. Solo dopo Senso me la sono sentita di passare al “tu”. Raffinato ed educatissimo, raramente si apriva alle confidenze. A meno che non trovasse un uomo culturalmente al suo livello. Mi ricordo ancora di una conversazione, a cui assistetti bouche béante, fra lui e Mario Serandrei durante il montaggio di La terra trema. Parlarono per ore di Marcel Proust, di Thomas Mann, della cultura francese e Luchino pareva, una volta tanto, quasi felice.
ANTONELLO TROMBADORI – Amico di Visconti dal primo dopoguerra, esponente del Pci, critico cinematografico, gli procurò la sovvenzione necessaria per iniziare La terra trema.
Luchino non era un Gattopardo. Viveva con naturalezza totale la sua condizione di ricco e di nobile. Ma nello stesso tempo riconosceva la necessità della fine di quella condizione e anzi lavorava per accelerarla. Visconti era partecipe della grande cultura borghese, ma riusciva a giudicarla oggettivamente, senza l’ombra di sensi di colpa. In questo era un laico perfetto e in questo consiste anche la “classicità” di Visconti. Di qui, a parer mio, anche il modo limpido, tranquillo, sereno con cui ha vissuto la propria omosessualità (oltretutto in tempi in cui non era facile accreditarla presso un partito moralista e un po’ codino come il Pci di allora). Della sua omosessualità non faceva mistero, ma non ne faceva neanche una bandiera o un motivo di scandalo e di provocazione. Non si sarebbe mai incamminato sulla strada di Oscar Wilde, non per tartuferia, ma perché pensava che questi valori vanno fatti accettare in un modo diverso, razionale.
La razionalità era l’unico modo con cui Visconti concepiva i rapporti con gli uomini e le cose: unita all’orgoglio e al disprezzo di ogni volgarità, ovunque si annidi, costituiva il nocciolo della sua personalità. In politica, come è noto, aveva fatto una precisa scelta di campo aderendo al Pci e rompendo, fra i primi, l’omertà di classe. Ma aveva capito anche che cambiare il mondo non vuoi dire distruggerlo. Era il contrario di un anarchico o di un radicale. Con il partito aveva negli ultimi tempi rapporti fluttuanti, ma una cosa singolare (e che dice quanto credito desse al Pci), soprattutto per un uomo con il suo carattere, è che, fino all’ultimo, mi ha sempre fatto vedere le sceneggiature di tutti i suoi film, perché voleva confrontarle con me e verificare che non ci fosse nulla di politicamente sbagliato.
Questo anche per film in cui la politica o i conflitti sociali avevano un ruolo marginale. Da me voleva, anzi, una relazione scritta di cui poi teneva o non teneva conto. Si dice anche che Visconti fosse un decadente. Il suo rapporto esistenziale con la realtà e il mondo era certamente pessimista. Ma questo pessimismo non portava mai alla smobilitazione. Forse, volendo fare un cattivo processo alle intenzioni, più per puntiglio che per altro. Di fatto però Visconti era uno che non si arrendeva, che non la dava mai vinta. Una bella tempra di guerriero.