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 2013  aprile 18 Giovedì calendario

IL GIOVANE ECONOMISTA SVELA GLI ERRORI DEI GURU DELL’AUSTERITY —

Una polemica a base di presunti errori matematici e di codificazione dei dati e su un uso parziale di alcune tabelle in uno studio sul debito pubblico pubblicato tre anni fa, scuote il rarefatto modo degli economisti delle università americane della East Coast, da Boston a Princeton. Un botta e risposta che può contribuire a infiammare il dibattito sulle conseguenze negative dell’eccesso di «austerity» in Europa che potrebbe montare da oggi a Washington in margine alle riunioni primaverili del Fondo Monetario e della Banca Mondiale. Spendere risorse prese a prestito può sostenere la crescita nei momenti difficili della congiuntura, insegna la teoria keynesiana. Ma avere un debito pubblico elevato blocca lo sviluppo? Ken Rogoff e Carmen Reinhart, due esperti molto quotati — celebri soprattutto per il saggio (pubblicato anche in Italia) «Questa volta è diverso», una delle analisi più illuminanti sulla cause della crisi finanziaria iniziata nel 2008 — tre anni fa divulgarono un loro studio accademico, «Growth in a Time of Debt» («Crescita in tempi di debito elevato») nel quale sostengono, tra l’altro, che chi fa troppi debiti non cresce. Indicazione corroborata da un’analisi delle serie statistiche storiche di un gran numero di Paesi dalla quale emerge che quelli con un debito superiore al 90% del Pil (come l’Italia) hanno ottenuto risultati molto peggiori degli altri in termini di produzione di reddito, realizzando mediamente nel periodo analizzato una crescita negativa (-0,1%). Un’analisi citata negli Stati Uniti dal «falco antideficit» Paul Ryan per giustificare la proposta di bilancio severamente restrittiva del partito repubblicano, ma è soprattutto in Europa che l’«austerity» predicata dalla Germania e imposta dalla Commissione di Bruxelles ai Paesi mediterranei, è stata spesso motivata anche con i numeri di Rogoff e Reinhart. Che, però, sono sbagliati, sostengono ora tre economisti della University of Massachusetts, Amherst, che hanno sottoposto quel documento ad un’accuratissima analisi.
Per i «revisori» di Amherst, Michael Ash, Robert Pollin e Thomas Herndon (quest’ultimo giovane ricercatore non ancora trentenne), i due celebri economisti hanno usato una metodologia discutibile e hanno escluso dai loro calcoli alcuni Paesi (come Australia e Nuova Zelanda) che, pur avendo un elevato debito pubblico, hanno continuato a crescere rapidamente. Rifacendo i calcoli coi parametri giusti, verrebbe fuori che i Paesi ad alto debito, nel periodo preso in considerazione, hanno registrato un tasso medio di sviluppo del 2,2% e non del meno 0,1. Nella loro replica Rogoff e Reinhart ammettono che alcuni dei loro numeri sono discutibili, spiegano che la loro è una nuova metodologia che va perfezionata, ma aggiungono che gli eventuali scostamenti non sono comunque tali da invalidare le conclusioni alle quali erano giunti nel 2010. Una difesa che ha fatto infuriare l’economista progressista di Princeton (e premio Nobel) Paul Krugman: «Volevano difendere la loro buona fede, se non la sostanza del loro studio — ha scritto ieri nel suo blog — ma l’ostinazione di Reinhart e Rogoff è inaccettabile. Se ammetti l’errore, non puoi continuare nel tuo ragionamento come se niente fosse». Il Nobel e commentatore del New York Times ha provato anche a rifare i conti, analizzando solo i Paesi del G7 e per un arco limitato di tempo (1950-2007): «Apparentemente — scrive — sembra esistere davvero una correlazione tra alto debito e bassa crescita. Ma se guardi bene ciò dipende da Italia e Giappone che hanno accumulato negli ultimi anni più debiti a causa della loro bassa crescita e non viceversa. Mentre la cosa non è vera per la Gran Bretagna che negli anni ’50 del ’900 è cresciuta a ritmo sostenuto pur avendo un debito pubblico altissimo». È chiaro che, più che una discussione scientifica, quella che si è innescata è una disputa a sfondo politico sulle diverse strategie di risanamento. Una battaglia dialettica nella quale si usa di tutto: i professori che hanno fatto confusione con modelli economici e tabelle finiscono spalle al muro come il ministro dell’Economia olandese Jeroen Dijsselbloem, il "rigorista" presidente dell’Eurogruppo, sorpreso ad attribuirsi nel curriculum titoli accademici che non ha conseguito.
Massimo Gaggi