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 2013  aprile 18 Giovedì calendario

IL SIGNORE DEL DIRITTO CHE SEDUCE SINISTRA E LIBERALI

«Sto qui, e decideranno in 1007...». Stefano Rodotà ripete quel che ha detto a Beppe Grillo, «è bastato un minuto di telefonata», quando il gran capo pentastellato, acquisiti i rifiuti di Milena Gabanelli e Gino Strada, ha chiamato per accertarsi che almeno il suo fosse un sì. Del resto, «ho ottant’anni, e la rete si ricorda che esisto...come posso non esserne felice?», aveva detto Rodotà quando il nome è cominciato a circolare. Non è solo l’understatement di un gran signore del diritto, è lo stupore di un gentleman di lungo corso nelle istituzioni, se si ricorda che fu proprio lui a scandire il nome da vicepresidente della Camera - di Oscar Luigi Scalfaro che - da presidente della Camera - non poteva pronunciare l’investitura a se stesso come capo dello Stato.

In famiglia lo chiamano «il Garante», perché se è vero che Giuliano Amato è il fondatore dell’Antitrust, Stefano Rodotà è il padre italiano della Privacy. Un uomo la cui esistenza ha sempre ruotato attorno alla parola «diritti». È dai diritti che si rifonda la sinistra, è dai diritti che si misura il tono di una società, essendo quella di oggi ormai diventata «cittadinanza censitaria».

Non è strana dunque la sterminata popolarità in rete, che scavalla di molto l’esiguo numero di votanti alle «Quirinarie» grillesche, e nemmeno il mailbombing pentastellato che s’è scatenato sulle caselle dei parlamentari del Pd, o l’endorsement - addirittura - di Celentano che ciclicamente smette di essere il miliardario del pentagramma e torna alla nativa origine di ragazzo della via Gluck...Tutte, semmai, attività che dispiacerebbero a quel giurista di studi e insegnamento e caratura internazionale, da Stanford alla Sorbona. E dunque, diritti del corpo, riservatezza e oblio telematico, bioetica e tecnopolitica, biodiritto e biotestamento, beni comuni e acqua... «Il diritto di avere diritti», come recita il titolo del suo ultimo libro pubblicato dall’amico Pepe Laterza, per il quale ha anche inventato l’annuale «Festival del diritto» a Piacenza.

Se Stefano Rodotà dovesse indicare l’articolo preferito della Costituzione, sarebbe il numero 3, quello dell’uguaglianza tra i cittadini. Valore negletto nell’Italia di oggi, ma da difendere «da Pomigliano fino ai cinesi della Foxconn», come disse una volta per rendere plastica idea della necessaria globalizzazione da contrapporre a quella, irrefrenabile, dei mercati. E dunque, amatissimo dai liberali sino alla sinistra, Rodotà è la bestia nera di chiunque abbia inviso l’universalismo, e l’ammodernamento continuo dell’habeas corpus.

Il candidato al Colle ha una passione politica antica, sin dagli anni dell’adolescenza, quando correva nella notte all’edicola ad attendere l’uscita del mitico «Mondo» di Mario Pannunzio. Bambino, nella piccola casa del padre che era un semplice insegnante di matematica di origine albanese, in quella Cosenza in cui si sciolse il Partito d’Azione, passavano personaggi del calibro di Riccardo Lombardi e Ugo La Malfa. Passione politica divampata subito, nell’animo del giovane Stefano, che s’iscrive al partito radicale di Pannunzio, che conosce insieme a Luigi Spaventa e Tullio De Mauro su presentazione di Elena Croce, ma poi rifiuta di candidarsi in Parlamento per il partito di Pannella. Radicale nella difesa del principio di uguaglianza, in Parlamento Rodotà approda come indipendente nelle liste del Pci e poi arriverà a presiedere il partito, quando trasfigurerà in Pds. Tutto un altro mondo, rispetto al Pd di oggi. Capogruppo Giorgio Napolitano, gli indipendenti decidono di battersi contro il famoso decreto di San Valentino, che fu il primo colpo agli adeguamenti automatici dei salari, e cominciano l’ostruzionismo. Si accampano in Parlamento, Natalia Ginzburg si accascia alle due di notte, Rodotà e Laura Balbo la sostengono perché lei non rinunci. Il governo chiede di non essere presente in Parlamento, Rodotà si impunta con Napolitano, alla fine vincono quel passaggio della battaglia, e Rodotà viene complimentato da Enrico Berlinguer in persona.

Un partito - il pci di allora - nel quale il dissenso non era maltollerato, e nemmeno tollerato: era il quadro di un confronto necessario, con i rappresentanti di istanze forti nella società. E oggi non in pochi potrebbero votarlo anche dalle fila dell’odierno Pd, che sono buona parte di quei 2007.