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 2013  aprile 18 Giovedì calendario

Almeno la prima postilla dell’accordo ha retto, così come Bersani e Berlusconi avevano concordato ieri pomeriggio al telefono prima di congedarsi: «Allora, dovrò essere io ad annunciare che si va su Marini», aveva detto il segretario del Pd

Almeno la prima postilla dell’accordo ha retto, così come Bersani e Berlusconi avevano concordato ieri pomeriggio al telefono prima di congedarsi: «Allora, dovrò essere io ad annunciare che si va su Marini», aveva detto il segretario del Pd. E il Cavaliere aveva accolto la richiesta: «Certo, riunirò il mio gruppo dopo il tuo». Più che un gentleman agreement era stata una richiesta politica, un modo per il capo dei Democrat di affermare il suo ruolo di mediatore nel negoziato per il Colle. Se poi l’accordo si tramuterà nell’elezione dell’ex presidente del Senato a capo dello Stato, lo si capirà solo oggi visto che il Pd ribolle come una tonnara. Un problema che era parso chiaro a Berlusconi nel corso della mediazione, quando Bersani — tra una candidatura e l’altra che saltavano — aveva confidato al suo interlocutore: «È che ho le mie cose da gestire...». Le «cose» si erano manifestate durante il negoziato, che era partito su quattro nomi: Marini, Amato, D’Alema e Finocchiaro. Tranne l’ex capogruppo del Pd al Senato, la lista coincideva con quella che il Cavaliere aveva fatto consegnare un paio di settimane fa al leader del Pd e «per conoscenza» anche a Napolitano. E per arrivare preparato al gran finale, mentre Bersani stava appresso alle sue «cose», Berlusconi aveva visto riservatamente i tre candidati più accreditati. L’altra sera D’Alema aveva avvisato il segretario del Pd dell’appuntamento, che — a quanto pare — si era concluso freddamente. Amato non avrebbe avuto forse bisogno di incontrare il Cavaliere per sentirsi dire ciò che già sapeva, e cioè che «non è colpa mia se quelli sono spaccati e non ti votano». Con l’ex segretario del Ppi, invece, Berlusconi si è visto ieri in mattinata, quando l’intesa ormai pareva chiusa. E dopo averlo riempito di complimenti, «hai una grande esperienza istituzionale», «hai fatto molto bene il presidente del Senato», «ti sei meritato il rispetto di tutti», «eppoi vieni dalla trincea del lavoro», il capo del Pdl si era congedato con un «sei l’unico che può farcela». Il lupo marsicano — che a quattordici anni di distanza avverte ancora sulla propria pelle il bruciore della sconfitta nella corsa al Colle — si era messo a fare gli scongiuri, e aveva pronunciato il suo proverbiale «mo’ vediamo». Non si era sbagliato, Marini, perché nel corso della giornata — tentando di tenere a bada le sue «cose» — Bersani aveva infilato nella lista dei candidati anche Mattarella. L’operazione era stata vissuta da Berlusconi come un tentativo di spaccare l’area popolare e di far saltare l’intesa. Più o meno quello che aveva subito pensato anche l’ex presidente del Senato: «È vero che anche Enrico Letta lo sostiene?». Tuttavia il Cavaliere ci metteva poco a chiudere la questione, ponendo il veto sull’ex membro della Consulta, che più di venti anni fa — insieme ad altri quattro ministri della sinistra dc — si era dimesso dal governo Andreotti in segno di protesta contro la legge Mammì sulle tv. Figurarsi se Berlusconi se l’era dimenticato: «Non esiste che lo votiamo», aveva spiegato a Bersani, rammentandogli peraltro che «non sono stato io a dire di no a D’Alema e Amato». Più chiaro di così. Il punto è che le «cose» per il segretario del Pd diventavano di minuto in minuto più complicate. Vendola — che al nome di Marini sentiva aria di governissimo — si smarcava e si faceva attrarre dalla candidatura di Rodotà, annunciata da un Grillo travestito da sirena per marinai di sinistra senza più rotta. Veltroni poi si imbufaliva, lui che dal giorno prima — evocando il «metodo Ciampi» — si era messo a fare lo sponsor di Cassese tra gli amici più fedeli del Cavaliere, e per irretire i suoi interlocutori aveva spiegato che «certo Prodi no, nella logica di una scelta condivisa per il Quirinale, una sua candidatura sarebbe uno strappo». E mentre le «cose» di Bersani diventavano un casino — con i renziani e i giovani turchi pronti alle barricate — Casini riuniva i propri grandi elettori annunciando «magnum gaudium» che «habemus un democristiano» candidato all’ex residenza dei papi. «Magari fosse Marini», aveva detto il leader dell’Udc giorni fa. Quantomeno faceva mostra di essere contento. Più scettica invece l’altra parte di Scelta civica, che informata dal nunzio del Cavaliere, Alfano, prima storceva il naso e poi si insospettiva. «Non possiamo votare per Amato perché il Pd è spaccato e perché noi ci spaccheremmo con la Lega», spiegava il segretario del Pdl anticipando la conversione su Marini. «La Lega?». Se ne sono accorti adesso i berlusconiani che il Carroccio non avrebbe appoggiato l’ex braccio destro di Craxi? E oggi come si comporterà Maroni con Marini? Se è vero che l’ha chiamato per dirgli «tu sei un uomo di popolo e noi ti votiamo», come mai ieri sera non l’aveva ancora ufficializzato? L’impressione dei post montiani nel pomeriggio era che l’appoggio di Berlusconi all’ex presidente del Senato fosse solo una mossa tattica, in attesa di veder saltare per aria il Pd e di puntare poi su un candidato coperto. Ragionamento tortuoso, visto che il capo del Pdl teme la deflagrazione dei Democratici durante le votazioni per il Colle e l’avvento di un capo dello Stato a lui ostile, frutto di un accordo con i Cinquestelle. Ma il dubbio è rimasto, ed è alimentato anche da un indizio, dalla confidenza cioè che Sposetti — ex tesoriere dei Ds e assai vicino a D’Alema — ha fatto ieri a un democristiano di lungo corso: «Stiamo lavorando per avere Massimo alla quarta votazione, e farlo eleggere con un po’ di soccorso azzurro...». Il vecchio lupo marsicano non è sorpreso dalle manovre dalemiane, ne aveva già scorto l’ombra dietro l’attacco di Renzi. Perciò non precorre i tempi, e stoppa le voci che lo vorrebbero al Quirinale con Gianni Letta come suo segretario generale: «Fermi, state fermi». Lui aspetta, come Berlusconi, pronto all’accordo per il governo. Anche perché è Bersani che deve mettere a posto le «cose»: sul nome di Marini, infatti, il segretario del Pd è come se avesse posto la fiducia. E se salta lui salta «la ditta». Francesco Verderami