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 2013  aprile 04 Giovedì calendario

UN LAVORO TITANICO: AGGIRARE LA CENSURA E FARE FILM CHE PIACCIANO A EST E A OVEST


[WANG ZHONGLEI]

Il baricentro del mercato cinematografico si sta spostando a Oriente. Lo conferma la presenza di attori hollywoodiani (da Kevin Spacey a Hugh Jackman e Adrien Brody, tanto per citarne qualcuno) in film e festival cinesi, senza contare che all’ultima rassegna cinematografica romana erano presenti Back to 1942 (titolo originale: Yi jiu si er) di Feng Xiaogang e Drug war (Du zhan) del regista di culto Johnnie To, e al Festival di Berlino il sipario si è aperto con The Grandmasters (Yi dai zong shi) di Wong Kar-wai. E quando i film ricevono riconoscimenti a Venezia, a Berlino e a Cannes, è tempo di guardare a Est con occhi diversi. Per esempio quelli di Wang Zhonglei, ceo e proprietario di Huayi Brothers Media Corporation, compagnia numero uno in Cina nel settore dell’entertainment privato: produce e distribuisce tra i più popolari film e format tv del Paese. La conversazione con il tycoon cinese spazia dalla censura alle cifre da capogiro.

Qual è la situazione del cinema in Cina?
Siamo in una fase in cui tutto può succedere. È un mercato che sta crescendo esponenzialmente: il guadagno maggiore arriva dal box office in lingua cinese, stimato intorno ai 100 milioni di dollari a film.

In questo contesto come si colloca la Huayi Brothers?
La nostra è stata la prima compagnia a essere quotata in Borsa: non abbiamo problemi a ricevere finanziamenti perché il denaro con cui lavoriamo proviene soprattutto dalle banche, inoltre sono sempre di più le persone che investono nel business dell’entertainment. Attualmente il nostro valore è di un miliardo e mezzo di euro.


Avete dieci network televisivi, etichette discografiche e, come agenzia, curate la più grande fucina di talenti dell’Asia orientale; avete anche annunciato di voler raggiungere il fatturato di 1,2 miliardi di euro al box office, entro il 2016. A che pubblico mirate?
Non ci definiamo produttori di un genere specifico, spaziamo dalle commedie per famiglie ai film romantici fino agli action movie di Jackie Chan. Dobbiamo bilanciare tra gli appetiti commerciali del pubblico e, al momento, nella top ten dei lungometraggi di maggior successo in Cina, sei titoli sono nostri. Le pellicole sono in mandarino, ma le cose cambieranno grazie a certe co-produzioni in atto. Comunque, se anche decidessimo di produrre film in inglese, ci occuperemmo di piacere al pubblico di casa.

La moglie di Rupert Murdoch, Wendi Deng, l’anno scorso ha prodotto Il ventaglio segreto di Wayne Wang, che è piaciuto molto a livello internazionale (forse perché nel cast c’era anche Hugh Jackman).
È stato fatto per un’audience occidentale: era più un test per capire se poteva essere apprezzato in Asia così come in Europa e Usa, ma i cinesi non l’hanno amato... Come vede c’è un equilibrio difficilissimo da raggiungere.


All’ultimo festival di Roma lei ha portato Back to 1942, sulla terribile carestia che ha colpito la Cina e a cui la classe politica dell’epoca non è stata capace di far fronte. I rimandi al partito attuale sono evidenti, non è stato ostacolato?
Ci sono voluti oltre dieci anni per fare il film, con l’autore e il regista ne parliamo dal 1999. Abbiamo depositato la sceneggiatura al dipartimento sociale, che per tre volte ci ha dato l’ok a procedere ma chiedendoci di cambiare la prospettiva e l’angolazione della storia.

Si riferisce alla censura di Pechino?
Tutto il mercato da noi punta sull’intrattenimento. I progetti come Back to 1942 non sono molti: si parla di un mistero che nessuno fuori dalla Cina conosce perché non è menzionato nei libri di storia. Il governo attuale non lo considerava un film da sostenere...

In che senso?
Il Partito Comunista ha detto «non ha niente a che fare con noi», aggiungendo che parlare di povertà non ha un buon effetto sulle persone. Per questo abbiamo avuto anche molte pressioni a livello finanziario.

Come aggira questi ostacoli?
Investo su registi top come Feng Xiaogang o Chen KuoFu, credo sia l’unico modo per avvicinare la gente a certi soggetti.

Il pubblico è cambiato adesso che la Cina è una delle più grandi potenze del mondo?
Quando si tratta di confrontarsi con certi argomenti, come la miseria, i cinesi preferiscono dimenticare o buttarla sullo humor. Lo standard di vita è molto migliorato rispetto al passato, ma si fanno le cose nello stesso modo, si reagisce al mondo come 50 anni fa. In questo senso direi che i cinesi sono ancora senza una direzione.

Con che criterio mischia i film «impegnati» e i blockbuster?
Il modo di fare cinema è molto progredito: basti pensare che prima del 1980 gli Studios erano in mano al governo ed erano tutti uguali a causa della propaganda. Quando la nostra economia si è aperta al mondo non conoscevamo il modo di fare cinema degli europei o degli americani, abbiamo sviluppato uno stile molto personale. Ecco perché agli occhi occidentali non sembriamo mainstream, mentre in casa ci dobbiamo comunque misurare con la nostra cultura.

Lei che in Cina è il numero uno, può fare quello che vuole?
(Ride) Ci sono interi generi di film che non mi permettono di produrre, ma spingere non è nel mio stile: preferisco aspettare...

Cosa vorrebbe fare, che non le è permesso?
Trattare miti molto contemporanei dell’action movie, come James Bond. Il punto è che per fare un genere simile devi trovare attori molto belli e carismatici, amati da tutti, e forse in Cina nessuno può essere più affascinante del governo! Ecco perché non facciamo un uso comune degli eroi, al massimo ci è concesso di esaltare la figura del «top worker»: l’uomo che non si lamenta mai, lavora sempre, è sempre puntuale e fa il suo dovere, è questo il nostro mito. I film d’azione cinesi che si avvicinano di più all’idea che ho io sono quelli di Jackie Chan, in realtà commedie che non coinvolgono la politica.

Un mercato cinematografico in ascesa come il vostro presenta problemi?
Eccome, i costi di produzione sono saliti alle stelle: sarà questa la prossima questione da affrontare.

Verrete in Europa a girare i film?
Forse succederà, ma restano altri problemi irrisolti: non possiamo produrre tanti generi quanti ne affrontate voi, le storie sono più limitate, inoltre la distribuzione non è ancora sistematizzata, i dati del box office in Cina non rispecchiano sempre la realtà, soffriamo di sabotaggi.

Si sente in competizione con le major di Hollywood?
Ci sono sempre più film americani che entrano nel nostro Paese e il fatturato del cinema Usa da noi sta crescendo esponenzialmente. In questo senso Hollywood è un competitor. Ma io vedo la situazione come uno stimolo per fare film migliori sia a livello di storie che di qualità tecnica. Abbiamo costruito nuovi canali di distribuzione e investito su business derivati come turismo culturale, videogiochi e molto altro: sono sicuro che questo rimodellerà la visione del mondo rispetto all’entertainment made in Cina. Il nostro obiettivo è toccare il cuore degli spettatori, e puntiamo a farlo attraverso capolavori indimenticabili.