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 2013  aprile 04 Giovedì calendario

LA SUPERCASTA

Dev’essere stata una mossa preventiva, un riflesso istintivo. Meglio, è stato il classico arrocco difensivo, provocato forse dalla clamorosa decisione dell’ex collega Pietro Grasso di ridursi lo stipendio. Magari sono anche impensieriti dal clima generale di tagli e austerità, o dall’idea che Beppe Grillo inizi a occuparsi dei loro privilegi. Resta il fatto che il 27 marzo i vertici dell’Associazione nazionale magistrati hanno emesso un lungo comunicato per «smentire» (senza peraltro che nessuno avesse sollevato il problema) «luoghi comuni e falsità» sulle retribuzioni della categoria: «In Europa siamo al quindicesimo posto per un giudice all’inizio della sua carriera». I maligni, però, potrebbero parlare di coda di paglia. Altro che retribuzioni basse, altro che politici, banchieri, calciatori… Perché la vera casta d’Italia sono proprio loro, i magistrati. Checché ne dicano i loro rappresentanti all’Anm, hanno stipendi fra i più alti d’Europa, ma anche orari di lavoro spesso da hobby e ferie seconde per durata solo a quelle dei docenti dell’asilo (e qualche risultato si riverbera su una massa di arretrati che non ha eguali nel Continente). In più, hanno una carriera di fatto automatica e sono irresponsabili dei loro errori. Una casta? Diciamo meglio: una supercasta di circa 9 mila dipendenti pubblici, intoccabili, ipergarantiti e temuti per il loro potere quasi assoluto. Esagerazioni? Ecco qualche esempio e i dati più aggiornati (Mr Grillo, prego, se vuole ne tenga conto).
Gli stipendi. Il giovane magistrato che ha appena superato l’esame guadagna (vedere tabella a sinistra) quasi 45 mila euro lordi. È vero, non sono moltissimi, circa 2.400 euro netti al mese per 13 mensilità. Ma da quel momento in poi la sua carriera filerà liscia come l’olio, visto che le cosiddette valutazioni professionali della categoria hanno il record mondiale delle promozioni, il 99,6 per cento.
Ogni novizio, quindi, è certo che 28 anni dopo avrà lo stipendio di magistrato di Cassazione e guadagnerà sui 160 mila euro lordi. Sa anche che questo accadrà in ogni caso: sia che effettivamente riesca ad arrivare in quel ruolo grazie alle promozioni, sia che resti nel più sperduto tribunale di provincia. Non è un caso raro. Il 67 per cento dei magistrati italiani, due su tre, hanno una retribuzione superiore alla funzione che esercitano nella realtà. Del resto la stessa Anm, nel comunicato di cui sopra, è stata costretta ad ammettere che i giudici italiani, a fine carriera, guadagnano mediamente 1,9 volte più che all’inizio.
I carichi di lavoro. Agli stipendi dei magistrati, va detto, spesso non corrisponde un impegno proprio defatigante. C’è chi, con spirito critico, ha calcolato che in media lavorrebbero 4,2 ore al giorno. Probabilmente la statistica è eccessiva. Il dato però non si allontana da quello pubblicato pochi anni fa dalla sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura: «Sei ore lavorative al dì per un totale di 260 giorni l’anno». Il che porta anche a calcolare, escludendo le 52 sacrosante domeniche, che i magistrati godano di 45 giorni di ferie, più altri otto tra festività soppresse e patroni vari. Un record.
Il ministero stimava, pochi anni fa, che la media delle corti d’appello fosse di 16 udienze annue nel civile e di 28 nel penale. L’Eurispes ha calcolato che la durata media di un’udienza penale è di 18 minuti, e che tre udienze su 10 si concludono con una sentenza, mentre le altre vengono tutte rinviate, in media di quattro mesi e mezzo. Questo, una volta su quattro, accade per colpa di magistrati e giudici a causa di loro ritardi, assenze ed errori. Ed ecco uno dei motivi per cui si sono accumulate quasi 5,5 cause civili e nelle procure straripano 3,4 milioni di procedimenti penali, che nel 2012 si sono prescritti in oltre 130 mila casi (356 al giorno, comprese le domeniche).
Risorse e risultati. I magistrati lamentano che la giustizia è lenta per la carenza di risorse. In realtà, il dimenticato Libro verde sulla spesa pubblica, stilato nel 2007 dal defunto ministro Tommaso Padoa-Schioppa, calcolava che tribunali e procure costassero 67 euro pro capite ai cittadini italiani, contro 46,7 dei francesi, 22,6 degli inglesi, 55,5 degli spagnoli. Soltanto i tedeschi spendono più di noi: 96,3 euro. Ed è vero che il bilancio della giustizia in Italia si sta riducendo per la crisi, però i 7,5 miliardi di euro del 2012 non sono proprio bazzecole. E nel 2009 (ultimo dato disponibile sul sito del ministero, che evidentemente non si discosta dal non proprio impetuoso attivismo giudiziario sottostante) i soli stipendi dei magistrati ordinari assorbivano quasi 1,2 miliardi: da anni è questa l’unica voce in crescita costante.
I fuori ruolo. Una delle cause del problema efficienza è che ci sono magistrati che non fanno i magistrati. Oggi sono 167, quasi il 2 per cento: ricoprono altri incarichi nei ministeri, nelle autorità di garanzia, negli organismi internazionali. La cifra non comprende gli 88 magistrati distaccati presso Csm, Corte costituzionale e Quirinale, né gli eletti in Parlamento. Con loro il totale arriva a 255 fuori ruolo. Molti sono i magistrati fuori ruolo che restano sospesi fra politica e toga. Il più noto, oggi, è Antonio Ingroia. Ma anche l’ex pm di Trapani Massimo Russo è in quel limbo. Nominato assessore alla Salute ed ex vicepresidente della Regione Siciliana nella giunta di Raffaele Lombardo, Russo si è dimesso nel settembre 2012. Da allora ha annunciato che sarebbe tornato a fare il magistrato e la sua aspettativa si è così interrotta. Dopo lunga incertezza fra varie possibili sedi, cinque mesi dopo il Csm ha scelto per lui l’assegnazione al Tribunale di sorveglianza di Napoli. Era il 20 febbraio 2013: da allora è trascorso un altro mese, ma Russo non si è ancora insediato. Insomma, non lavora. Però lo stipendio non si è mai fermato.
L’autodifesa di categoria. Com’è accaduto in mezza Europa, nel maggio 2010 il governo Berlusconi ha cercato di porre un tetto agli stipendi del pubblico impiego. Non un taglio drastico: le retribuzioni oltre i 90 mila euro venivano ridotte del 5 per cento per la parte che arrivava fino a 150 mila euro, e del 10 per cento per la quota superiore a quella soglia. Ma proprio i magistrati di vari tribunali si sono messi di traverso e hanno fatto ricorso alla Consulta. Così, il 10 ottobre 2012, la Corte costituzionale ha bloccato tutto: ha abolito i tagli e ha anche restituito i conguagli di stipendio per gli anni 2010-2013, che erano stati annullati ai soli magistrati. La motivazione? L’uguaglianza tra cittadini. Più l’involontariamente ironica constatazione che «tutti sono tenuti a concorrere alla spesa pubblica in ragione della capacità contributiva».
I privilegiati fra i privilegiati. Un caso a sé riguarda poi la magistratura amministrativa. In gennaio, con una delibera interna, i componenti del Csm di questa categoria (il Consiglio di presidenza) prima si sono aumentati lo stipendio di 50 mila euro lordi, poi hanno deliberato che, dal 1° marzo, venisse ridotto il carico di lavoro dei magistrati: per quelli dei Tar si scende da 126 ricorsi l’anno a non più di 108; nel Consiglio di Stato da 147 a 121. Paradossalmente, si tratta proprio dei magistrati che più di altri sono distratti dai doppi incarichi (vedere la voce seguente). Paradosso nel paradosso, il Consiglio di presidenza ha stabilito di attribuire un premio di 1.300 euro lordi a udienza al magistrato che s’impegni nello smaltimento degli arretrati.
I doppi incarichi. Uno dei più antichi scandali della categoria nasce dai doppi incarichi. Enrico Costa, ex capogruppo del Pdl in commissione Giustizia, denuncia che «il governo Monti ha appena fatto decadere la delega contenuta nel decreto anticorruzione per il collocamento fuori ruolo dei magistrati. Così le toghe ordinarie, amministrative e contabili continueranno a svolgere doppi incarichi. Monti, insomma, ha protetto i privilegi».
Nel 2012 il Csm ha autorizzato 1.423 incarichi a tempo parziale. «In gran parte» spiegano al Consiglio «si tratta di incarichi di docenza», soprattutto lezioni universitarie che fruttano poche migliaia di euro. Il discorso (e le cifre) cambiano se si analizzano gli emolumenti dei 516 giudici della magistratura amministrativa, dei 456 della contabile, dei 360 dell’Avvocatura dello Stato. Un caso fra tutti? Filippo Patroni Griffi, presidente di sezione del Consiglio di Stato, dal novembre 2012 è ministro alla Pubblica amministrazione e ha dovuto dare pubblicità ai suoi emolumenti: fuori ruolo, ha lo stipendio da ministro ma ha appena esaurito l’incarico di presidente del consiglio arbitrale in una vertenza tra Fiat e Tav, percependo solo in quel caso 76.950 euro netti.
L’impunità. È l’ultimo punto di forza della supercasta: anche quando si macchiano di comportamenti dolosi, i magistrati italiani rischiano davvero pochino. Giuseppe Di Federico, ex membro laico del Csm, ha calcolato che dal 1988 a oggi siano stati appena 4 i condannati in sede civile, su un totale di 406 cause avviate e 34 ammesse dal «filtro preventivo» dei tribunali. E a pagare non è mai stato un magistrato, ma l’erario. Dal 1999 al 2010, poi, il Csm ha avviato 1.703 procedimenti disciplinari. Uno su cinque è finito con una «condanna»: in massima parte ammonimenti, un buffetto con nessuna conseguenza. L’unica vera sanzione, la rimozione, ha colpito lo 0,7 per cento degli incolpati. Veri sfortunati.