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 2013  aprile 04 Giovedì calendario

SICILIA LA PROSSIMA CIPRO?

Qual è quell’isola del Mediterraneo che con i suoi (dis) equilibri finanziari rischia di destabilizzare l’interò sistema dell’eurozona? Non c’è una sola soluzione possibile, ma due. Oltre a Cipro, la Sicilia, che economicamente vale molto di più: una popolazione di 5 milioni di abitanti contro 1 milione e un prodotto interno lordo di 76 miliardi di euro contro 18. La sua macchina amministrativa fagocita 15 miliardi all’anno solo di spesa corrente e si trova da una parte ad avere 15 miliardi di crediti non riscossi che potrebbe non vedere mai (i cosiddetti residui attivi) e dall’altra oltre 5 miliardi di debiti che invece sarà certamente chiamata a restituire.
Stretta in questa morsa, la Sicilia è alle prese in questi giorni con il bilancio 2013, uno dei più difficili della sua storia perché, secondo le poche informazioni disponibili, mancherebbero all’appello circa 3 miliardi di euro. La giunta di Rosario Crocetta dovrà trovarli entro il 30 aprile, data di scadenza dell’esercizio provvisorio, se non vuole rischiare il commissariamento da parte dello Stato e, a seguire, una rovinosa spirale fatta di mancanza di liquidità e crollo della fiducia che finirebbe inevitabilmente per ripercuotersi sull’Italia intera.
Sono anni che si lanciano allarmi sui conti dell’isola, ma stavolta è diverso. Lo ha segnalato fin dal giugno scorso l’allora ragioniere generale della regione, Biagio Bossone, denunciando l’imminente rischio di default. Poi è stata la volta del procuratore generale della Corte dei conti, Giovanni Coppola, del vicepresidente della Confindustria, già presidente dell’Unione industriali siciliana, Ivan Lo Bello («La Sicilia rischia di diventare la Grecia del Paese»), e infine dell’ex assessore all’Economia Gaetano Armao. È passato quasi un anno e Bossone non occupa più la posizione di ragioniere generale, perché Crocetta lo ha licenziato in tronco, Coppola e Lo Bello sono stati ignorati, Armao è stato accusato di giocare allo sfascio. Misure per raddrizzare il bilancio, però, non si sono viste. A parte la soppressione delle province, approvata con l’appoggio entusiastico del Movimento 5 stelle, che consentirà di risparmiare solo lo stipendio di presidenti, assessori e consiglieri: meno di 20 milioni di euro, non certo i 700 milioni che sono stati propagandati. Una goccia nel mare di un bilancio che sta danzando sull’orlo del fallimento.
I conti da brivido, sui quali soltanto il piano di rientro della spesa sanitaria sembra avere portato finora a qualche soddisfacente correzione di rotta, vengono da molto lontano e non possono certo essere imputati interamente a Crocetta, che guida la regione da meno di cinque mesi. Però il nuovo governatore sembra aver sottovalutato l’emergenza. Per capire di che cosa si sta parlando bisogna mettere in fila una serie di dati emersi nelle ultime settimane. A febbraio il servizio bilancio dell’assemblea ha messo nero su bianco le sue riserve sui primi conti presentati dalla giunta, segnalando che una serie di risparmi sarebbero stati sovrastimati per circa 1 miliardo. Dal punto di vista strettamente formale si potrebbe sostenere che non è corretto conteggiare questa cifra fra le risorse mancanti, poiché non derivano da obblighi di legge. Ma è un bizantinismo: se i tecnici del servizio bilancio hanno ragione e i risparmi indicati sono irrealizzabili, quei soldi bisogna trovarli. Punto e basta.
Una decina di giorni dopo il «caveat» dei tecnici dell’assemblea, la giunta ha denunciato il presunto buco lasciato in eredità dalla giunta precedente, guidata da Raffaele Lombardo. Due sono le voci di entrata che mancano all’appello: un mutuo di 330 milioni della Cassa depositi e prestiti che non è mai arrivato e una «valorizzazione» del patrimonio immobiliare che da anni entra ed esce dai bilanci della regione senza produrre un euro di ricavi. Le due giunte, come sempre in questi casi, si rimpallano le responsabilità. Crocetta dichiara che nel bilancio precedente erano conteggiate poste inesistenti mentre l’ex assessore Armao punta il dito sulla discontinuità della politica economica dei nuovi arrivati. Quel che è sicuro è che bisogna trovare un altro miliardo, a cui si aggiungono i maggiori accantonamenti per 4-500 milioni di euro che sono imposti alla regione dai vari provvedimenti di contenimento della spesa approvati dal governo Monti. Perché contestualmente, anno dopo anno si riduce la dote finanziaria di Roma. Considerando anche il brusco peggioramento dell’economia degli ultimi mesi (nel bilancio provvisorio è previsto un calo del pii dello 0,5 per cento, mentre oggi è assodato che raggiungerà l’1,8) e i suoi inevitabili effetti sulle entrate fiscali, non si fa fatica ad arrivare a 3 miliardi.
La prima cosa che ha fatto Crocetta per fronteggiare questo scenario è stata di prendere tempo, utilizzando tutti e quattro i mesi a disposizione per l’esercizio provvisorio, che scadono appunto il 30 aprile. Poi, nelle ultime settimane, ha cominciato a entrare in fibrillazione. Ha preso l’aereo insieme con il suo assessore all’Economia, Luca Bianchi, un economista di 45 anni che da sempre si è occupato della questione meridionale con l’associazione Svimez, ed è andato a Roma per parlare con il ministro dell’Economia, Vittorio Grilli. Dopo l’incontro, ottimistiche dichiarazioni di circostanza di Crocetta e silenzio assoluto da parte di Grilli.
Secondo alcune fonti, i due rappresentanti della giunta siciliana avrebbero discusso pure della vecchia questione dell’articolo 37 dello statuto, secondo cui le imprese che hanno la sede principale altrove devono pagare le tasse alla Sicilia per il reddito prodotto sul territorio regionale (di grande impatto per quel che riguarda gli idrocarburi). Una prerogativa rispolverata da Crocetta, come peraltro in passato hanno provato a fare senza successo Lombardo e altri ancora prima di lui. In ogni caso, per quanto risulta a Panorama, l’unico punto su cui il ministro dell’Economia avrebbe promesso un impegno è il mutuo della Cassa depositi e prestiti, che potrebbe sbloccarsi nelle prossime settimane.
In compenso, secondo quanto dichiarato da Bianchi subito prima di Pasqua, il ministro per la Coesione territoriale, Fabrizio Barca, avrebbe accettato l’utilizzo dei fondi Fas della Sicilia, in teoria destinati alle infrastrutture, per finanziare il trasporto locale e i collegamenti marittimi in misura pari a 300 milioni di euro. Inoltre, sempre secondo Bianchi, Monti avrebbe promesso un non meglio specificato ampliamento del budget per evitare lo sforamento del patto di stabilità, formula piuttosto oscura che potrebbe avere a che fare (ma è solo un’ipotesi) con una spalmatura su più anni degli accantonamenti previsti per il 2013.
Di concreto non c’è nulla e il tempo per trovare i 3 miliardi di euro che mancano all’appello è quasi scaduto. A questo punto l’attesa per la consegna del bilancio all’assemblea fissata per il 9 aprile si è fatta spasmodica. Avranno la forza, Crocetta e i suoi, di prosciugare voci di bilancio che sono pure e semplici rappresentazioni di meccanismi clientelari, con 22 mila dipendenti della regione e 26 mila forestali, giusto per citare le due voci di spesa più imbarazzanti? «Mi dispiace dirlo» dichiara a Panorama l’ex assessore alle Infrastrutture della regione, Andrea Vecchio, cacciato a settembre scorso da Lombardo per aver criticato le elargizioni clientelari della sua giunta «ma la mia impressione è che Crocetta non sia la persona adatta a portare avanti un’operazione del genere. Non è abbastanza coraggioso per sopportare la perdita di consenso che ne deriverebbe».
L’alternativa è un’operazione di maquillage, che però stavolta equivarrebbe a camminare su una corda sospesa nel vuoto senza rete di protezione. Vale la pena di ricordare, infatti, che subito dopo le elezioni di ottobre l’agenzia di rating Fitch ha declassato il merito di credito della regione da Bbb+ a Bbb, prevedendo «un prolungato periodo di disavanzi di bilancio in un contesto di debiti finanziari e commerciali in crescita». E il declassamento del rating oltre certi limiti potrebbe consentire alle controparti dei derivati come Nomura e Royal Bank of Scotland di chiudere anticipatamente i contratti. «Lo sforamento della soglia minima di rating» sostiene infatti l’ex assessore Armao «potrebbe comportare la risoluzione immediata dei contratti derivati (che ammontano a circa 860 milioni di euro) e imporre un esborso per la regione di 400-500 milioni di euro».
Quando il bilancio sarà approvato, entro la fine di aprile, il commissario dello Stato, Canneto Aronica, avrà a disposizione cinque giorni per esaminarlo ed eventualmente impugnarlo. Sarà interessante vedere, nel caso eventuale di entrate collegato all’articolo 37 del rinnovato federalismo fiscale alla siciliana, quale potrà essere il suo atteggiamento.
Intanto cresce l’attesa per vedere in quale direzione andrà il primo bilancio della giunta Crocetta e della sua strana maggioranza a geografia variabile. Tutto andrebbe tagliato, ma nulla si vorrebbe tagliare. Come dimostrano le dichiarazioni dell’assessore alle Risorse agricole Dario Cartabellotta sulla vicenda dei lavoratori forestali: «Intanto la finiremo di chiamarli forestali, visto che in Sicilia non ci sono foreste, semmai boschi. Destineremo questi lavoratori a quelle attività di manutenzione sul territorio che oggi vengono affidate ad altri». La soluzione, insomma, sarebbe quella di mettere decine di migliaia di persone a zappettare le aiuole. Chissà che cosa ne pensano le agenzie di rating.