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 2013  aprile 04 Giovedì calendario

SULLA STRADA DEL TRAMONTO

Non aveva avuto un inizio che lasciasse ben sperare, questo regno di Juan Carlos che ora si va spegnendo tristemente, soffocato da pettegolezzi e brutte storie d’intrallazzi. Era l’1 di ottobre del ’75 e sul balcone della reggia in Plaza de Oriente, il Generalissimo Francisco Franco aveva stretto in un abbraccio ch’era un’investitura politica il principino della casata dei Borbone.

Franco era vecchio, malato, catarroso, mentre Juan Carlos era giovane, atletico, e proprio ammodino, come dev’essere un erede designato.

Quella «investitura», in realtà, era soltanto un trailer, perché la corona sarebbe arrivata dopo, alla morte di Franco; ma molti di coloro che quel giorno erano nella piazza ci videro allora un film che sarebbe venuto a breve, e lo chiamammo «l’abbraccio della morte»: perché certamente il Caudillo avrebbe portato con sé nella tomba della dittatura anche questo suo sprovveduto erede che tradiva il padre naturale, don Juan, un re democratico scacciato via da Madrid dal «levantamiento» di Franco.

Ma fu un errore, perché non tenevamo conto che Juan Carlos, di padri ne ha avuti quattro; e quella è stata la sua fortuna, ché fece sì che la pellicola della tragedia non venisse realizzata e invece consentì a lui, erede designato, di sopravvivere alla morte della dittatura. Se don Juan fu il padre che si sacrificò consegnando il suo bimbo al franchismo vittorioso, per puntare un giorno sul recupero della corona, e se Franco fu il «patrigno» che se lo allevò a modo suo per passargli poi un regno che fosse la continuazione della sua dittatura («Todo està atado y bien atado», tutto è sotto controllo, disse in punto di morte), furono gli altri due «padri» gli artefici di una strategia politica che salvò Juan Carlos dall’«abrazo de la muerte» e lo fece re di una Spagna sorprendentemente democratica.

I due erano Torcuato Fernàndez Miranda e il cardinale Vicente Tarancòn. Il primo, consigliere del giovane principe, stratega sottilissimo, traghettatore paziente e lungimirante, una sorta di Andreotti iberico, scardinò le serrature costituzionali e politiche con cui Franco aveva creduto di poter inchiodare prigioniero il giovane erede, mentre il secondo – pastore di una Chiesa che aveva appoggiato e sostenuto il levantamiento nazionalista del cattolicissimo dittatore contro la violenza malvagia dei «rojos» repubblicani – fu il vero motore di un’apertura della nuova monarchia verso «tutta» la Spagna, senza più alcuna divisione tra i vinti e i vincitori. E come tale, come re di tutti gli spagnoli, lo designò e lo proclamò, nel momento stesso in cui gli imponeva sul capo la corona, nell’antica austera cattedrale de Los Jerónimos.

Non è che il passaggio alla democrazia sia stato sul velluto. Ci furono sangue e morti, ma Juan Carlos se la cavò benissimo. Mi raccontò un giorno Santiago Carrillo, il capo del partito comunista, il nemico numero uno del franchsimo : «Fui invitato a una festa a palazzo Reale, dopo la legalizzazione del partito comunista. Stavo in un angolo, tutti mi osservavano e però nessuno mi parlava, a parte i camerieri che venivano con i loro vassoi a servire me per primo; e io fumavo una sigaretta dopo l’altra. Mi si avvicinò allora il re, e a voce alta, sorridendo, disse “Don Santiago, stai attento a non bruciarmi i tappeti con le tue sigarette”. Lo udirono tutti, da quel momento l’ostracismo era finito e fui subito al centro della festa».

Ma Juan Carlos si guadagnò il suo posto nella storia un paio d’anni dopo, quella notte del 23 febbraio dell’81, quando di fronte al tentato golpe del colonello Tejero («Todos al suelo, coño») scelse la Costituzione, e convocò ai suoi ordini tutti i generali dell’esercito, in un fermo discorso pronunciato in alta uniforme e davanti alle telecamere a circuito unificato. Quella notte il franchismo, il passato, la Guerra Civil, furono sepolti per sempre; e il re divenne davvero il re di tutti gli spagnoli.

Certo, era un re giovane, bello, e «mujeriego», che è la parola che gli spagoli usano per gli sciupafemmine. E lui, col casco in testa a renderlo irriconoscibile, montava sulla moto, disperdeva la scorta, e andava in giro per Madrid a trovare una sostituzione alla regina Sofia, algida e ingessata come il ruolo le imponeva. Queste sue abitudini le ha mantenute anche ora, che l’artrite gli consuma le giunture e in famiglia c’è chi scialacqua col potere e fa traffici che una Spagna in crisi mal sopporta. Si parla insistentemente di abdicazione; forse ci sarà, ma allora è proprio vero che anche per Juan Carlos i re non sono più quelli di una volta.