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 2013  aprile 04 Giovedì calendario

GRAN BRETAGNA A CACCIA DELL’ORO NEL PACIFICO

La Gran Bretagna spera di riu­scire a guadagnare 40 miliar­di di sterline, circa 46 miliar­di di euro, e iniettare così nuova vita nell’agonizzante economia del Paese, dalla raccolta di nodu­li ricchi di metalli preziosi che si trovano sul letto dell’oceano Pa­cifico, a quattro chilometri di profondità.
Qualche giorno fa il premier David Cameron ha annunciato che la compagnia britannica UK Seabed Resoruces - una sussidiaria del gi­gante della Difesa Lockheed Mar­tin - ha ottenuto la licenza di pre­levare da un’area di 58 km quadrati di acque internazionali a largo del Messico e delle Hawai, noduli po­limetallici della grandezza di una palla da tennis che sarebbero ric­chi di metalli (tra cui rame, nickel, cobalto e manganese) molto utili all’industria dei computer, delle comunicazioni e della Difesa.
Il via libera alla compagnia bri­tannica è giunto dalla Internatio­nal Seabed Authority, un ente in­tergovernativo fondato origina­riamente dalle Nazioni Unite che stipula contratti con società pri­vate e pubbliche e altri enti auto­rizzati a esplorare i fondali marini internazionali. «Questa licenza ­ha detto Cameron - premia il ta­lento della Gran Bretagna, ed è un’ottima notizia per la nostra e­conomia ». Il metodo della raccol­ta è sicuro, ha rincarato Stephen Ball, amministratore delegato del ramo britannico della Lockheed Martin, «ed è stato brevettato da­gli scienziati e ingegneri più ri­spettati del Regno». Da una profondità di quattro km, ha con­tinuato Bell, «i noduli possono es­sere raccolti usando una combi­nazione di veicoli sottomarini te­lecomandati, pompe e aspirato­ri già usati nell’industria del pe­trolio ». E non farà rizzare i capel­li agli ambientalisti, perché, ha precisato l’amministratore dele­gato, «la tecnica di aspirazione dei fondali non disturberà affat­to l’ecosistema marino».
Ma le critiche all’iniziativa sono piovute numerose già da diverse fonti. Gli ambientalisti, tutt’altro che rassicurati, hanno reagito di­cendo che è impossibile garantire l’incolumità dell’ecositema mari­no, quando un’area così ampia del Pacifico verrà praticamente aspi­rata come si fa con un tappeto. E qualche giorno fa il Times mette­va in discussione l’etica dell’ope­razione, chiedendosi come fosse possibile distribuire equamente u­na ricchezza ottenuta da acque in­ternazionali e sollevava dubbi ri­guardo l’International Seabed Authority, un ente intergovernati­vo con sede in Giamaica che, scri­veva, «è ancora troppo poco co­nosciuto ». Infine anche il Guar­dian, attraverso un corsivo, cerca­va di smorzare gli entusiasmi sot­tolineando come «negli ultimi vent’anni, nonostante vari tenta­tivi di raccogliere noduli polime­tallici dal fondo marino, non si è mai giunti a un risultato che pro­ducesse guadagni concreti».