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 2013  marzo 23 Sabato calendario

LA RICCHEZZA STATICA CHE NON AIUTA

Non bisogna avere pregiudizi e ogni contributo scientifico, specie se viene da cattedre titolate, va apprezzato e studiato. Questa regola vale anche per l’indagine resa nota ieri dalla Bundesbank sulla maggiore ricchezza delle famiglie italiane nei confronti di quelle tedesche. Lasciamo agli immancabili maliziosi sottolineare che una lettura semplificata di quei dati servirà purtroppo ad accrescere la diffidenza dell’opinione pubblica tedesca nei confronti dei Paesi mediterranei.
Vale però la pena spiegare ai ricercatori della Bundesbank che si sono fermati in superficie quando, se avessero voluto, avrebbero potuto capire qualcosa in più sulla struttura della nostra società e sui nostri difetti. Forse sul piano comunicativo l’operazione sarebbe stata meno eclatante ma ne sarebbe valsa la pena.
La ricchezza degli italiani consiste prevalentemente in case, quasi il 70% abita in un appartamento di sua proprietà e una discreta fetta di famiglie possiede seconde case in luoghi diversi dal comune di residenza. Il guaio è che questa ricchezza è nominale, statica, bloccata. Da noi il mercato degli affitti è estremamente rigido e costringe i giovani a comprar casa per mettere su famiglia. Anche la mobilità territoriale è ostacolata da queste rigidità. In diversi convegni si sono discusse più volte soluzioni per rendere mobile lo stock di patrimonio ma non si è venuti a capo del rebus. Bisognerebbe inventare qualcosa che assomigli al reverse mortgage degli americani, una sorta di mutuo al contrario che lascia agli anziani proprietari l’usufrutto dell’abitazione ma rende liquido il controvalore. Del basso indebitamento delle famiglie italiane l’ex ministro Giulio Tremonti ne aveva fatto in sede europea un cavallo di battaglia per chiedere di rivedere il metodo di conteggio del debito-Paese ma alla fine non ha portato a casa il risultato sperato anche per l’opposizione dei tedeschi.
La società italiana per molti anni è vissuta attorno al binomio «casa di proprietà/buona pensione» con il corollario di padri e nonni ricchi e di giovani poveri e sussidiati dai loro parenti. Questa peculiarità è destinata però ad essere azzerata perché con il passaggio progressivo dal retributivo al contributivo l’ammontare degli assegni di vecchiaia scenderà in percentuali che vanno dal 20 al 40%. In più l’Imu, lanciata in una fase di recessione acuta, ha comunque colpito la rendita immobiliare delle famiglie sottraendo risorse agli investimenti e ai consumi. Non è un caso del resto che i dati diffusi ieri dal ministero dell’Economia sui redditi Irpef ci dicano che la metà dei contribuenti dichiara un reddito inferiore ai 15.700 euro, cioè meno di 1.300 euro al mese.
Alla blindatura immobiliare della ricchezza, anche prima della recessione, noi italiani abbiamo pagato un prezzo elevato. I consumi di beni durevoli non sono mai stati sostenuti come quelli tedeschi e in parallelo gli investimenti finanziari non sono mai stati rilevanti nel portafoglio delle famiglie. Per avere un quadro completo va ricordato come la dinamica dei salari e degli stipendi è stata — per la scarsa produttività — anch’essa assai contenuta rispetto alla Germania. Morale della favola: abbiamo vissuto per lungo tempo beandoci di avere la casa di proprietà ma non mettendo in moto nessun meccanismo di crescita. Quando poi la Grande Crisi ha contagiato l’economia reale, ha costretto i governi ad aumentare la pressione fiscale e ha drasticamente ridotto i livelli occupazionali, lo stock di patrimonio si è rivelato totalmente inutile. Non ha mitigato la sensazione di drammatica spaccatura del ceto medio e l’arretramento secco in termini di reddito disponibile da parte di un’ampia fetta di commercianti, artigiani e impiegati. Un crollo che ieri la Confcommercio ha fotografato restituendoci l’immagine dei 4 milioni di italiani che rischiano di raggiungere la zona povertà e di andare a sommarsi con i 9,7 milioni di contribuenti che non pagano l’Irpef perché hanno già redditi troppo bassi.
Dario Di Vico