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 2013  marzo 22 Venerdì calendario

CON MENNEA FINI’ UN’EPOCA: I RECORD DELL’UOMO BIANCO

I 200 metri di Pietro Mennea resistono più dei primati che rappresentano, vanno al di là delle statistiche, oltre il tempo. Dentro non c’è solo velocità, ma un’idea e quelle, si sa, durano più dei record.

I suoi 200 metri sono rivoluzionari: l’ultimo bianco a dominare la velocità, a segnare un limite umano, a vincere un oro olimpico e l’unico a credere che quel cambio di colore, di mondo e di passo non fosse dovuto a doti a fisiche, ma a caratteristiche umane. «Loro sanno faticare, noi abbiamo smesso», il che sottolinea una differenza superata dall’evoluzione sociale ma costituisce un dubbio forte.

«Io per anni ho bevuto solo acqua naturale, mai gasata, naturale». Mennea era un asceta, anzi un asceta aristocratico quindi cocciuto, indifferente al pensiero della maggioranza, determinato a riportare ogni considerazione sul fallimento dell’Europa e sull’ascesa del Black Power a una sola e unica tesi: «I nostri ragazzi non conoscono il sacrificio, i giovani di questo continente sono viziati». Lui no e nemmeno quelli come lui, gli altri bianchi che gli correvano vicino come Valerij Borzov, il rivale sovietico, un altro fissato della rinuncia. Mennea lo stimava, l’imprendibile Freccia del Sud si era tolto ogni extra, ogni distrazione, si sottometteva all’allenamento, unico perno di una carriera che gli ha dato tutto tranne la leggerezza. Il solo sprinter a volare con l’intero peso del corpo e delle sue certezze ben in vista. Un carico pesante ancora inciso in 19 secondi e 72, il cronometro che nessun europeo è mai riuscito a battere e che per quasi 17 anni è stato il miglior al mondo. Irraggiungibile perché uscito da un’epoca che non ha lasciato eredi.

La distanza è per eletti, da quando esiste il cronometraggio contemporaneo solo quattro persone hanno stabilito un record del mondo nei 200m: Tommie Smith, nel 1968, Pietro Mennea, nel 1979, Michael Johnson, nel 1996 e Usain Bolt nel 2008 e nel 2009. Uno solo è bianco, uno solo ha vinto la sua Olimpiade, Mosca 1980, partendo dalla corsia esterna e arrivando sul rettilineo tra gli ultimi. «Recupera, recupera, recupera», quella rimonta non è una semplice vittoria e la perfezione perché si porta dietro tutto quello che era Mennea: non cedeva, non si spaventava, era sicuro di sé e del lavoro fatto per cui essere dietro a metà gara non significava nulla. Uno che basa la competizione sulle ore spese a insegnare alle gambe a reggere lo sforzo e a sfruttare la tecnica non si scoraggia, spinge. E per spremerti così tanto devi esserti prima annullato: «Se non cambia cultura, l’italiano non ce la fa ed è un grosso peccato perché dobbiamo essere orgogliosi del posto dove siamo nati». La bandiera del Sud, della rincorsa e della rivalsa, questo contava per Mennea e secondo lui ogni ragazzo di colore arrivato sulle piste importanti era spinto dalle stesse motivazioni, dal riscatto. A partire da Michael Johnson che ha frantumato ogni riferimento firmato Mennea con una potenza che non si era mai vista: in un anno ha tirato giù 40 centesimi da un tempo che sembrava immortale. Lo ha sbriciolato, preso a morsi, spostato nell’era delle spalle grosse e dei bicipiti extra large.

Quando Bolt ha corso a Roma per la prima volta, tre anni fa, gli hanno chiesto se conoscesse Mennea e lui candido ha risposto: «Mai sentito». Mennea ha rinunciato a ogni ripicca. Lui, di solito così permaloso, ha sfoderato una reazione ironica: «Per forza, non ha mai visto un bianco vincere i 200 metri». Bolt è l’antitesi del monolitico atleta promosso da Mennea, un’esplosione di talento che sbuffa davanti alla fatica, la accetta solo come estrema necessità, la sopporta a dosi prestabilite, si definisce pigro e si diverte a proporsi come portabandiera del relax. E non rincorre riscatti, solo il futuro: è il campione contemporaneo, così lontano dal tormentato Mennea. La Freccia del sud applaudiva Usain e tirava dritto, il successo dipende dallo sfinimento.

Forse non ha mai considerato l’ipotesi dell’eccezione, lui era diverso da tutti quelli che hanno vinto dopo non perché era un bianco educato alla resistenza ma perché era speciale.