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 2013  marzo 21 Giovedì calendario

ADDIO ALLO "SBIRRO" ROCK CHE PORTO’ BUSCETTA IN ITALIA

È morto ieri il capo della Polizia Antonio Manganelli, sconfitto da un tumore che da due anni non gli dava tregua. Una vita straordinaria, iniziata l’8 dicembre 1950 ad Avellino in una tranquilla casa borghese. Il padre impiegato dell’Inps, la mamma insegnante e la vita sonnacchiosa della provincia, gli studi al liceo e la passione giovanile per la musica. Anni Settanta, i ragazzi suonavano tutti. Manganelli in un gruppo che si chiamava “I Robin’s”. Serate in Costiera amalfitana e localetti di studenti. “Ma Antonio voleva fare il poliziotto, era la sua passione”, ricorda un amico di quegli anni. Addio rock e beat. La laurea in Giurisprudenza, poi la specializzazione in Criminologia, il concorso e le prime questure. La Mobile di Firenze negli anni caldi, e poi Roma. Con Gianni De Gennaro e un gruppo di giovani poliziotti, Alessandro Panza, Achille Serra e altri “sbirri” che in quegli anni affiancarono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e che nella testa avevano un solo obiettivo, la lotta a Cosa nostra. Non bastavano più gli Alti commissariati, occorreva un metodo unitario di investigazione per ricomporre la struttura e l’organico della mafia siciliana. E poi la grande intuizione di Falcone, i pentiti.
Agli inizi degli anni Ottanta non erano diffuse le intercettazioni telefoniche, non c’erano computer, né sofisticate microspie, si indagava cercando di decifrare ogni segnale proveniente dal ventre di Cosa nostra. Cosa c’era dietro le guerre di mafia, quali equilibri si ridisegnavano all’interno del potere mafioso? Quando nel 1986 Antonino Calderone, boss sconfitto della mafia catanese, decise di saltare il fosso, si trovò di fronte proprio Manganelli. “Lei, dottore, è sposato?”. Il poliziotto rispose brusco di no. “E allora, mi ascolti bene – disse il mafioso – da questa sera lei ha una moglie e tre figli. Si sente in grado di salvarmeli questi tre piccoli e questa donna?”. Manganelli gli strinse la mano: “Le do la mia parola”. Calderone si fidò e un giorno si presentò davanti a una corte di giustizia: “Mi chiamo Antonino Calderone, ho 56 anni e ho molte cose da dire su Cosa nostra”. Sette anni dopo, anche grazie a quella collaborazione, un altro mafioso finì finalmente in galera. Era Nitto Santapaola, re di Catania, padrone della città dei Cavalieri dell’Apocalisse e amico della politica che contava. A mettergli le manette, il vicequestore Antonio Manganelli. “Santapaola soffre di diabete, ma l’ho trovato abbastanza bene, snello e in forma”, disse ai cronisti scusandosi per la barba lunga e la camicia stropicciata per le troppe notti passate a inseguire il boss.
MA LA PIÙ grande soddisfazione dello sbirro che lavorava con Falcone, fu la cattura di Tommaso Buscetta in Brasile. La foto che ritrae il “boss dei due mondi” sulla scaletta dell’aereo atterrato a Ciampino è del 1983 ed è già un pezzo di storia d’Italia. Il boss malato, gonfio, i grossi occhiali a coprirgli il volto e un plaid per nascondere le manette. Accanto, il giovane funzionario di polizia Antonio Manganelli. Anni di fatica e di grandi successi, il maxi-processo, la definizione di un pool investigativo di eccellenza allo Sco (Servizio centrale operativo della polizia). E poi una carriera fatta di direzioni di questure importanti. Napoli e Palermo in anni difficili. “Questa non è una città sotto assedio”, raccontava ai cronisti che lo andavano a trovare e che costringeva a lunghe passeggiate a piedi fino alla Antica Focacceria San Francesco per mangiare un pezzo di sfincione. Manganelli e i suoi collaboratori furono i primi a capire i legami tra esponenti di Cosa nostra e Marcello Dell’Utri. Il rapporto è del 28 marzo 1985 e si parla di “Marcello Dell’Utri, collegato col mafioso Mangano Vittorio ed uomo di fiducia di Silvio Berlusconi e dello stesso Rapisarda Filippo Alberto”. Firmato, il vicequestore aggiunto Antonio Manganelli. Dopo le questure, il salto a Roma, vicecapo della Polizia quando il numero uno era Gianni De Gennaro. Siamo agli inizi degli anni Duemila, quel gruppo di poliziotti che si è formato nella lotta alla mafia, ha fatto carriera, la strada è ormai un ricordo, ora è il momento dei palazzi e dei loro intrighi. Luglio 2001, G8 di Genova, giorni di massacri. La polizia italiana, spinta dalla peggiore destra che il Paese ha visto al governo, inaugurò la triste stagione della “macelleria messicana”. Manganelli in quei giorni non c’è, il vicecapo della Polizia è in ferie. Nessun cronista, neppure quelli che riteneva più fidati, è mai riuscito a strappargli di bocca una spiegazione. Erano ferie polemiche, Manganelli non condivideva il modello di ordine pubblico e la strategia imposta in quei giorni di fuoco dalle spinte di Fini, Scajola e del governo Berlusconi? “No, ero in ferie e basta”, la risposta brusca.
DI QUEI giorni neri Manganelli parlò dopo la sentenza per i massacri alla Diaz scusandosi a nome di tutti i poliziotti italiani. Non si è mai tirato indietro “il capo”, come lo chiamavano i suoi uomini, quando si è trattato di riconoscere gli errori, anche tragici, della polizia. Nel luglio 2012 scrive a Patrizia Moretti, la madre di Federico Aldrovandi ucciso nel 2005 durante un controllo di polizia, e con una lunga lettera chiede scusa alla famiglia. “È morto Manganelli. A me dispiace sinceramente e mando un abbraccio alla sua famiglia”, ha detto ieri la signora Patrizia.