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 2013  marzo 22 Venerdì calendario

IL MONDO VEGETALE HA VISTO COSE CHE NOI UMANI NON POSSIAMO IMMAGINARE

Vedono, toccano, ricordano, parlano tra di loro e danno da mangiare ai propri figli. Le piante sanno fare tutto questo, e sono le vere padrone del Pianeta: oltre il 99,5 per cento della biomassa terrestre, infatti, è vegetale. E appartiene al regno vegetale anche la soluzione fin qui più intelligente al problema energetico: le piante hanno optato, ben 500 milioni di anni fa, per quella fonte infinita, pulita e ubiqua che noi invece sfruttiamo poco: il sole. Nonostante tutto, le piante vengono ancora sottovalutate. Ma non da tutti. Stefano Mancuso, direttore del laboratorio di neurobiologia vegetale dell’Università di Firenze, insieme alla giornalista Alessandra Viola, ha scritto un manifesto scientifico sulle loro straordinarie capacità, da oggi in libreria: Verde brillante: sensibilità e intelligenza del mondo vegetale (Giunti, pp. 144, euro 14). «Le piante possiedono tutti i sensi dell’uomo, ognuno sviluppato secondo la loro natura, si intende, ma non per questo meno affidabile. E in più ne hanno altri: sentono la gravita, i campi elettromagnetici, l’umidità e sanno analizzare numerosi stimoli chimici». Prendiamo il tatto: quello della zucca spinosa (Sicyos angulatus) è dieci volte più sensibile del nostro perché può sentire una pressione di 0,25 grammi, che le basta per iniziare ad avvilupparsi intorno ad un oggetto.
E poi la vista: «Pur prive di occhi, attraverso i recettori sulle foglie, le piante percepiscono stimoli visivi come la luce, e sanno riconoscerne qualità e quantità». Ma a sfatare la credenza che si tratti di creature tutto sommato passive c’è la certezza che invece sappiano comunicare. «Studi recenti mostrano che le piante si scambiano messaggi riguardo lo stato dell’ambiente, le caratteristiche del suolo, l’atmosfera, la presenza di nemici, lo stress» continua Mancuso. «Quella che sta emergendo dagli studi più recenti è una vita sociale complessa e articolata, paragonabile a quella delle specie animali più evolute. Nel nostro laboratorio, per esempio, abbiamo messo due gruppi di piante a distanza di alcuni metri tra loro ed entrambi m una situazione ideale, cioè con luce e acqua abbondanti. Poi abbiamo sottratto ossigeno alle radici del primo gruppo, e appena pochi minuti dopo le piante sofferenti hanno inviato alle altre, attraverso molecole volatili, il messaggio “Attenzione, qui manca l’ossigeno” Sosteniamo questa ipotesi perche il secondo gruppo di piante, pur rimanendo nella situazione ideale, ha iniziato a prepararsi mettendo in atto una serie di trasformazioni metaboliche e fisiologiche per conservare ossigeno. Ora stiamo cercando di identificare questo messaggio chimico tra una trentina di molecole».
Quelli di Mancuso, ritenuto uno dei massimi esperti mondiali, non sono tuttavia risultati isolati: David Rhoades e Gordon Orians dell’Università di Washington hanno trovato, studiando il Salix sitchensis, che i bruchi attaccano meno volentieri le piante che stanno accanto ad altre già mangiucchiate, perchè le loro foglie hanno un livello più alto di sostanze chimiche la cui produzione si ritiene legata alla ricezione di un segnale di allarme.
Del resto, non potendo muoversi, per difendersi devono essere vigili e territoriali, e così facendo in alcuni casi arrivano a mostrare qualcosa di simile all’altruismo (anche se solo tra «parenti»). «Quando due piante vicine, pur della stessa specie, non sono parenti (cioè non sono nate una dai semi dell’altra), allora investono molta energia nello sviluppo delle radici per sottrarre al rivale più territorio possibile. Se invece sono imparentate, l’investimento nelle radici è molto inferiore».
Sono tanto simili a noi, le piante, da contemplare perfino il fenomeno dei “bamboccioni”: «Immaginiamo una foresta: il suo interno è buio e prima che una pianta nata da un seme caduto per terra possa raggiungere un’altezza tale per avere luce, devono passare anni. Come fanno queste piantine a sopravvivere fino a quel momento? Oggi sappiamo che sono a carico dei parenti: attraverso le radici le piante adulte cedono parte dei nutrimenti alle piantine, fin a quando non saranno autonome. Il che può continuare per anni, e sono “cure parentali” del tutto paragonabili a quelle dei mammiferi». Altrettanto insospettata è la capacità di apprendere e ricordare. «Capisco che ci siano molte resistenze a usare questi termini» sottolinea Mancuso. «Ma non vedo come altrimenti si potrebbero definire i risultati delle ultime ricerche. Nel nostro laboratorio abbiamo studiato la mimosa pudica, una piantina che, se toccata, chiude le foglie. Questa reazione è utile a spaventare gli insetti, ma è costosa in termini di energia. Così ci siamo detti: se questa azione è costosa, e se le piante apprendono, allora quando una pianta riconosce che uno stimolo non è pericoloso, non dovrebbe più chiudere le foglie. E infatti siamo riusciti a insegnare alle piante che un particolare stimolo, una botta sul vaso, in effetti non costituiva un danno. Per 6-7 volte le piante hanno risposto alla botta chiudendo tutte le foglie, poi hanno smesso. E tuttavia, cambiando lo stimolo (abbiamo usato un tocco di matita) hanno ripreso a chiudersi. Ma c’è di più: abbiamo anche allevato la mimosa pudica a due diversi livelli di luce e abbiamo notato che le piante cresciute con meno luce imparano più in fretta. Non avendo tanta energia da sperperare, sono più veloci a classificare uno stimolo come “non pericoloso”. E a ricordarlo nel tempo: dopo due mesi, siamo tornati a colpire le piante con una botta sul vaso. Ebbene, non hanno fatto una piega».
E la memoria a breve termine? Hanno anche quella. Quando la Venere acchiappamosche (Dionaea muscipula) sente che un insetto ha toccato uno dei sensori sulle foglie, conserva l’informazione per 20-40 secondi e la richiama appena un’altro sensore viene toccato: a quel punto le sue fauci scattano in un decimo di secondo. Dieter Hodick e Andreas Sievers dell’Università di Bonn hanno scoperto che il tocco di uno dei sensori genera un potenziale elettrico che fa aprire i canali con cui la pianta trasporta il calcio: la concentrazione di calcio aumenta e, a quel punto, è sufficiente un tocco del secondo sensore per far passare la “soglia” di calcio necessaria a far chiudere la trappola.
Ma altre soprese verranno: «Conosciamo solo il 10 per cento delle specie vegetali, e ogni giorno oltre 160 specie si estinguono senza che le abbiamo mai viste» dice Mancuso. «Eppure quel poco che sappiamo ci serve per la nostra alimentazione e per quasi tutte le medicine. Forse allora la ricchezza vegetale meriterebbe di essere tutelala, magari con l’istituzione di quello che ad alcuni può sembrare fantascienza: un manifesto dei diritti delle piante. Dal 2006 ci sta lavorando il Comitato di biotecnologia non umana federale svizzero».