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 2013  marzo 19 Martedì calendario

I FALLITI DEL CALCIO DA TANZI A CRAGNOTTI E GAZZONI, QUELLI CHE COL FOOTBALL HAN FATTO CRAC

Per una famiglia che con il calcio si arricchisce (da una quindicina d’anni i Pozzo all’Udinese autografano grandi affari), decine di imprenditori sono andati nel pallone, rovinando anche la propria azienda. O, viceversa, il crac della loro attività principale ha affossato pure il club. Spesso è una retrocessione a mortificare i conti, oppure l’impossibilità di compiere affari immobiliari. È capitato il mese scorso a Massimo Cellino, il presidente del Cagliari finito in galera come vent’anni fa e poi ai domiciliari.
CRAGNOTTI, DALLA LAZIO AL VINO
Sergio Cragnotti fu proprietario della Lazio dal ’92 al 2003 e nel luglio 2011 fu condannato a 9 anni per il crac Cirio. «Ho vinto il secondo scudetto biancoceleste - ricorda il finanziere romano, 73anni -, nel calcio sono stato troppo progressista. Volevo modernizzare questo mondo che è indietro di 10-20 anni: non si costruiscono stadi nuovi e solo Juve, Roma e Lazio sono quotate in Borsa, tutto il marketing internazionale è fermo, la paralisi continua». Cragnotti si è trasferito ad Acquaviva, in provincia di Siena, dove produce vino. «Faccio anche consulenze a piccoli imprenditori. Nel calcio la gestione della società non è basata su un piano economico, si pensa solo a vincere la partita la domenica. Il pallone però non incise sul mio crac: le società andavano benissimo, non avevano problemi gestionali, si trattò di un default tecnico: non eravamo pronti a sopportare la scadenza prevista del primo bond da 150 milioni di euro».
TANZI E IL PARMA DA SCUDETTO
Nel 2003 il crac della Parmalat portò il Parma vicino al fallimento. Il presidente era Stefano Tanzi, classe 1966, presidente dal ’96: ora lavora a Sassuolo in un’azienda di piastrelle, si occupa della parte commerciale e vive a Parma. Sposato, ha un figlio di 10 anni e dopo il patteggiamento a un anno e 11 mesi ha sempre rifiutato le interviste, mentre la sorella Francesca lavora a Padova e si è risposata. Dal ‘90 al ’96 la presidenza del Parma era affidata a Giorgio Pedraneschi, oggi 72enne, che patteggiò due anni per il buco Parmalat. «Calisto Tanzi - ricorda - investì molto per tentare di vincere lo scudetto, lo mandarono però in rovina tutti gli acquisti di aziende all’estero».
GAZZONI (BOLOGNA): «FREGATO DALLA B»
Altro fallimento illustre riguarda Giuseppe Gazzoni Frascara, che a 77 anni fa il pensionato. «Seguo le iniziative di amici, do qualche consiglio ad aziende». La sua venne fondata nel 1907 da nonno Arturo, aveva i marchi Idrolitina, Dietor e Dietorelle, Pasticca del re Sole. «Venduti alla Sandoz, adesso nel gruppo Novartis, mentre nel ’93 rilevai il Bologna dal fallimento». Retrocedette in serie B nel 2005, complici gli arbitraggi figli di calciopoli, poi il default di Victoria, la società che controllava il club dei 7 scudetti. «I diritti risarcitori sono previsti dalla sentenza penale, salvo cambiamento di giudizio in appello, gli illeciti però a maggio 2012 sono andati prescritti. Mi resta da perseguire la strada civile, magari un risarcimento arriverà ai miei figli. Sono stato affondato da altri, fossimo rimasti in A non ci sarebbero stati problemi. Gli infortuni economici non sono piacevoli, peraltro ci si risintonizza a livelli diversi». Su una scelta Gazzoni fa autocritica. «Una volta ottenuta la serie A, nel ’96, avrei dovuto andare dal sindaco (all’epoca il diessino Walter Vitali, ndr), consegnargli le chiavi del Bologna e dirgli arrivederci. Dopo calciopoli, al bar mi offrivano il caffè, come in segno di riconoscenza». Adesso si divide fra Milano e Bologna, viaggia in treno: aveva l’aereo privato, poi l’elicottero a metà con l’amico Luca Cordero di Montezemolo. A fine novembre, assieme all’ex socio Mario Bandiera, titolare di Les Copains, è stato assolto al processo sul crac di “Victoria 2000”, la finanziaria cui faceva capo il Bologna prima della cessione del 2005.
IL NAPOLI TRA NALDI E GAUCCI
Un fallimento toccò anche al Napoli: nel 2004 l’imprenditore alberghiero Salvatore Naldi ci rimise una cinquantina di milioni, ereditati i debiti dal romagnolo Corbelli e da Ferlaino, l’ingegnere dei due scudetti e della coppa Uefa. All’epoca Luciano Gaucci si era autoproclamato presidente della Napoli sportiva, nata dal fallimento della Ssc Napoli, ma la piazza lo fece desistere favorendo l’entrata in scena di De Laurentiis. «Gauccione» vive a Santiago, in Repubblica Dominicana, ha 74 anni e 8 figli, con il calcio ha perso almeno 70 milioni (è fallito con il Perugia, ma ci ha rimesso parecchio anche con Catania e Sambenedettese) e ha patteggiato tre anni. Nel marzo 2010 era tornato a Roma, poi ha preferito volare di nuovo ai Caraibi, con la nuova moglie Jaira. Con «La Milanese», impresa di pulizie, aveva 3mila dipendenti e gli appalti di ministeri, ferrovie e aeroporti di Roma. Alessandro, uno dei figli, è procuratore di calciatori argentini e brasiliani, per il Nord Europa, e proprietario del Cadice, squadra spagnola di Terza Divisione.
IL PESCARA ALLA SOGLIA DELLA DERIVA
Grazie a Zeman, il Pescara è tornato in serie A. Ma nel 2009, in Prima Divisione, stava andando alla deriva con Gerardo Soglia, deputato salernitano di 42 anni, che aveva chiuso la legislatura nel gruppo misto Grande Sud-Ppa. In primo grado, il tribunale di Milano gli ha inflitto tre anni e tre mesi per bancarotta dell’agenzia di viaggi «Buon Viaggio», fallita tre anni fa: «Ma ero stato amministratore delegato fino al 2007. Avrei potuto non iscrivere la società biancoceleste, nel 2008-09 - ripete più volte -, sarebbe ripartita dalla serie D e avrei risparmiato un milione e mezzo, la società però avrebbe perso a parametro zero tutti i giocatori. Con il calcio ho rimesso 3-4 milioni».
ROMERO (TORINO) ORA SCRIVE DISCORSI
Molti guai ebbe anche il Torino, vicino al fallimento nel ’93 con il notaio Goveani, mentre nel 2005 nonostante la promozione in A non si iscrisse, con la proprietà di Franco Cimminelli, scomparso a gennaio 2012 a 75 anni: con il calcio aveva perso 160 milioni. Presidente era l’ex capoufficio stampa Fiat Attilio Romero. «Vivo sempre a Torino - racconta a 64 anni -, mi occupo di consulenze per relazioni esterne, ovvero scrivo discorsi. La gestione Cimminelli durò 5 stagioni, l’epilogo fu doloroso e inatteso».
TACCONI PRESIDENTE DEL VARESE FLOP
Nel 2004 il Varese, sconfitto lo scorso giugno nella finale playoff per la promozione in A dalla Sampdoria, finì nell’allora C2, con la famiglia Turri, tuttora operativa a Monza: papà Mario è stato condannato a 3 anni (ma per il fallimento di un ristorante nel Varesotto), mentre la presidenza toccò al figlio Claudio, oggi 50enne. «Negli ultimi due mesi - ricorda l’ex portiere Stefano Tacconi -, avevano chiesto aiuto a me. C’era già stato un precedente fallimento, ero un presidente solo d’immagine, mai presi gli 80mila euro pattuiti». A 55 anni l’ex azzurro è direttore artistico del Bagaglino resort, a Borgo Rio Favara, in Sicilia.
ALETTI TRA TRIESTINA E RAVENNA
L’anno scorso saltò per debiti la Triestina, in 12 mesi passata dalla serie B alla Seconda Divisione, con due retrocessioni, dopo un ripescaggio. A settembre 2011 era nelle mani di Sergio Aletti, 53enne lodigiano, con la figlia Elisa a Cesena ha diverse attività turistico sportive e alberghiero-immobiliari. Il 23 dicembre di quell’anno ebbe un ictus. «Mi sono curato - raccontava a fatica -, fuori e dentro da una clinica, comunque mi oppongo al fallimento. Ho perso solo una battaglia». Al predecessore Fantinel doveva due milioni. «Avrebbe dovuto cominciare a pagare a ottobre 2011 - dice l’ex presidente -, a noi risulta avesse solo una leggera ischemia...». Il 1° luglio 2011 Aletti aveva acquistato il Ravenna, salvo ai playout in Prima Divisione. Ha messo proprio la figlia come presidente, tre settimane dopo la società romagnola non fu ammessa per ritardo di due giorni nei pagamenti; il 9 agosto l’esclusione per scommessopoli, con iscrizione in serie D e Sergio Aletti amministratore delegato. Il Ravenna era già fallito nel 2001, con la retrocessione dalla B e ripartenza dall’Eccellenza. La scorsa estate il terzo fallimento e adesso è in promozione.
PUGLIESE (AVELLINO): BUCO DI 16 MILIONI
Anche all’Avellino era stata fatale la retrocessione dalla B, nel 2009 (ora si è salvato in Prima Divisione) e il proprietario Massimo Pugliese con il calcio ha perso 16 milioni. Ora ha incrementato la sua attività nel fotovoltaico, abita a Frigento, sempre in Irpinia, l’anno scorso è stato condannato a 5 anni e 4 mesi, coinvolto nel crac della Ollit. La presidenza dell’Avellino era del fratello Marco, parlamentare ex Pdl, poi nel gruppo Forza Sud.
COVARELLI, DAL PISA AL PERUGIA
Il Perugia ha vissuto un secondo fallimento nel 2010 con Leonardo Covarelli, 48 anni. «Sono stato ammaliato dalla mia città - si rammarica -, dalla politica locale, che in 5 anni si è rivelata una trappola. Sto realizzando il concordato per chiudere i fallimenti e rimettere in bonis la mia azienda, immobiliare Mas, a Firenze: in 15 giorni è stata fatta fallire nonostante 30 milioni di patrimonio, a fronte di 14-15 di passivo». Con il Perugia nel maggio 2010 non ebbe un giorno di proroga. «Trecento tifosi andarono a bussare dal giudice: non è stata ammessa al passivo l’istanza di fallimento, sui 13 milioni, presentata dall’imprenditore romano Lucio Lo Sole perchè non aveva nessun credito, ma lo stesso tribunale se n’è accorto dopo oltre due anni». L’imprenditore umbro aveva lasciato in cattive acque pure il Pisa. «Per regolamento due squadre non si possono tenere, nel 2008 cedetti a Luca Pomponi la società toscana». Fallita nel ’94 con il compianto Romeo Anconetani e poi nel 2009. «La Covisoc è peggio della finanza. Ho subito pure porcherie politiche: Perugia è molto massonica, certe regole non le conoscevo. Se non sei esperto, non puoi toccare gli appalti pubblici. E lo stadio Curi aveva già fatto fallire Gaucci. La prossima estate, però, vorrei ripartire proprio dal Pisa, ora in Prima Divisione».
FIORE E “L’ALTRA”JUVE
In serie B è protagonista la Juve Stabia, fallita nel 2001 con il passaggio non perfezionato tra Roberto Fiore, ancora attivo a 89 anni con un’azienda chimica per la finitura della pelle da calzature, e Massimiliano Pane. «A Castellammare - ricorda Fiore, che ha pubblicato la biografia “Chi sono stato” -, restai dal ’90 al 2000, spendendo 13 miliardi di lire, le cose naufragarono dopo che andai via».
FRANZI (MESSINA): «BUTTATI 50 MILIONI»
Al Sud i fallimenti sono molti. Nel 2008 toccò al Messina: il presidente Pietro Franza, 45 anni, rinunciò a iscrivere il club nonostante la salvezza in B. «Ci ho rimesso 50 milioni in un decennio con 3 campionati di A. Abbiamo pagato tutto e tutti, ma la Procura presentò istanza di fallimento. Punto di rottura fu il nuovo stadio Sanfilippo: costruito dal comune, avremmo dovuto terminarlo noi con un bellissimo progetto polifunzionale simile allo Juventus Stadium, i giudici però l’hanno sequestrato il Sanfilippo. Nell’ultima stagione di B non ci fu la diretta delle partite su Sky nè su digitale terrestre. Perdemmo 8 milioni».
GALLIPOLI E LE ACCUSE DI D’ODORICO
Molto rapidamente si era capito quanto fosse un bluff Daniele D’Odorico, in serie B nel 2009-10 alla presidenza del Gallipoli, adesso in promozione. «Sto ancora pagando i milioni persi con il calcio, almeno 2,8 - raccontava il finanziere e immobiliarista di Udine, 44 anni -. Mi è rimasto qualche calciatore da gestire in giro per il mondo. Ancora è in piedi il fallimento di quella maledetta società, tentano di inguaiare anche mio papà Giovanni, 77 anni, estraneo, per i danni ereditati dall’onorevole Vincenzo Barba». Gallipolino di 62 anni, commerciante di prodotti petroliferi che in 7 stagioni portò la società leccese dall’Eccellenza alla B. «E mi ringrazino - aggiunge D’Odorico -, perchè non ho aperto la bocca sulle scommesse, evitando nomi di giocatori: ovunque è stato, l’ex dg Vittorio Fioretti ha combinato danni. Fu un disastro, con persone scorrette e disoneste. Sono stato un idiota a entrare, spinto da amici, nel calcio ci sono tanti farabutti». La replica di Barba, parlamentare uscente Pdl: «D’Odorico è un facilone. Millantava credito, non si rendeva conto di quanto potesse costare una società cadetta. È un imbroglione, ci abbindolò».
IL DOPPIO FALLIMENTO DELL’ANCONA
Molti i crac calcistici anche nel centro Italia. Sempre nell’estate 2010, nonostante la salvezza ai playout, l’Ancona non fu ammessa alla serie B perchè non presentò la fidejussione di 800mila euro. L’amministratore delegato Enrico Petocchi, 50 anni, commercialista, che si era dimesso a primavera, continua a lavorare a Milano: «La società fu messa in liquidazione volontaria». L’us Ancona 1905 è ripartita dall’Eccellenza, vinta subito, ha perso i playoff, in serie D, un anno fa. Un fallimento per il club marchigiano c’era già stato nel 2004, dopo l’ultima serie A: all’epoca il presidente Ermanno Pieroni fece 53 giorni di carcere, era stato ds del Perugia, dal 2000 al 2005 anche proprietario del Taranto.
MANCINI (AREZZO): «COLPA DELLA FIGC»
Nel 2010 il fallimento dell’Arezzo, con Piero Mancini, 65 anni, per 9 stagioni al vertice. «Fu la federazione a farmi retrocedere - accusa -, condannando la società a 6 punti di penalizzazione, scontati nel 2006-07, senza alcuna colpa di tesserati, solo perchè Stefano Titomanlio (ex guardalinee, ndr) parlava al telefono con Leonardo Meani (ex dirigente del Milan), millantando credito. In Lega Pro mi ritrovai con 8-9 milioni in menoe contratti molto onerosi,dopo 3 anni mi sono arreso». Per la salvezza in B non bastò il rush finale con Antonio Conte in panchina. Mancini è proprietario della Ciet (fibre ottiche), mentre fece 5 giorni di carcere per la vicenda Flynet. «Il calcio accende tanti riflettori, a distanza di 5 anni ancora non mi è arrivata la richiesta di rinvio a giudizio. Con il pallone mi sono rovinato, ma è sbagliata la gestione tra federazione, Coni e Lega». Nel 2008 fu condannato a un anno e 4 mesi per corruzione. «Cadde la giunta di Arezzo, furono incriminati vari consiglieri compreso il sindaco. Una mia società fece un contratto a uno di essi, il pm pensò fosse per agevolare le mie pratiche».
SETTEN E L’INCUBO TREVISO
Il Treviso, nella primavera 2009, retrocedette in Prima Divisione e in estate fu cancellato dal calcio professionistico. Poi è risalito nell’ex C1 con due promozioni in fila, ma ora è in fondo e di nuovo nel caos. Al vertice aveva il geometra Ettore Setten, 64 anni, di Mansuè, nella Marca. «Con il calcio - confessa - ho perso sui 40 milioni. Non mi ci ributterei, neanche dopo morto. Ero entrato nel 2001, trasportato da due imprenditori (Sartorello e Archetti, ndr) che furbescamente si ritirarono e restai con il cerino in mano. Una persona ambiziosa non dovrebbe mai fare il presidente di una squadra: volando troppo alto, ci si brucia le ali». A Treviso (in A nel 2005-06) aveva Borriello (Genoa), Dossena (Palermo) e Poli (Sampdoria). «Potrei fare una nazionale, con i giocatori di allora. Qualcuno era un tirapiedi, li pagai un patrimonio rivendendoli per un decimo. Ora aiuto i miei figli».
FOGLIA (REGGIANA) ESULE A PARIGI
Ernesto Foglia (Reggiana), dall’estate 2005 vive da esule a Parigi, lavorando in un negozio di antiquariato neanche suo. Con il calcio ha perso tutto, è l’emblema di quanti si sono rovinati inseguendo la gloria con un pallone.