Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2013  marzo 19 Martedì calendario

IL PIEDE IN DUE SCARPE (DA CALCIO)

Peer, sempre lui, questa volta l’ha fatta grossa. I tedeschi possono perdonare tutto, o quasi, a Steinbrück, lo sfidante di Angela Merkel, ma adesso esagera. Il leader socialdemocratico ha protestato perché il Cancelliere secondo lui guadagnerebbe troppo poco, 220 mila euro all’anno, e lui non si degnerebbe mai di sorseggiare un pinot grigio che costi 5 euro a bottiglia, si è immischiato anche nelle elezioni italiane, vinte, ritiene, da due clown.

Potrebbe anche essere vero, commentano i suoi elettori, ma dovrebbe dirlo un comune cittadino, non chi spera di governare da settembre la Germania, rovinando i rapporti con paesi amici. Non sono parole degne di uno statista, per il 67% dei tedeschi. Ma tutto si può dimenticare, tranne una gaffe sportiva.

Peer si è lasciato fotografare con al collo la sciarpa azzurra dello Schalke. Che c’è di male? I politici non possono avere una squadra del cuore? Ma qualche maligno ha scoperto in archivio un’altra foto di Steinbrück sorpreso allo stadio con la sciarpa gialla e nera del Dortmund. Imperdonabile. Come un bambino, sorpreso a rubare la marmellata, ha anche mentito: «È un’immagine che risale a dieci anni fa». No, lo hanno smentito: è del 2008. Come se per un fan qualche anno in più o in meno facesse differenza. La passione sportiva è per sempre. Non basta: il socialdemocratico che ama i bianchi italiani fa parte anche del consiglio direttivo del Dortmund.

Schalke non è una cittadina, come molti pensano, ma una collinetta di Gelsenkirchen, a nemmeno 28 chilometri da Dortmund. Siamo nel bacino della Ruhr, una volta disseminato di miniere di carbone e di acciaierie. Nel raggio di qualche decina di chilometri si trovano almeno una dozzina di squadre che hanno giocato nella Bundesliga, la Serie A tedesca, a volte contemporaneamente. Squadre di minatori, divise da storiche e proletarie rivalità. Sarebbe come sfoggiare i colori della Lazio insieme con quelli della Roma, della Juve e del Toro, del Milan e dell’Inter. E i loro tifosi da sempre votano a sinistra, erano rossi anche sotto il nazismo. Lo Schalke è sponsorizzato tra l’altro dalla Gazprom di Putin, grazie all’intercessione di Gerhard Schröder. Non sono sciarpe ufficiali, è stata l’ultima disperata difesa, ma quelle confezionate dagli sponsor. «Ecco, Peer è sempre pronto a fare l’uomo sandwich per la pubblicità», hanno commentato ironicamente i tifosi.

Che fiducia si può avere in un Cancelliere pronto a tenere il piede in due staffe? A parteggiare per Silvio e per Bersani, per Obama e per Hollande? La Germania e l’Italia hanno più punti di contatto di quanto sospettano, o temono. E uno è il Fussball, cioè il calcio, anche se in Germania non è pensabile un politico che compri Balotelli per conquistare gli elettori. Angela non aveva mai visto una partita prima di arrivare alla Cancelleria, oggi la vediamo soffrire in tribuna quando i suoi perdono contro gli azzurri. Ha imparato presto, sa distinguere un fuorigioco da una rimessa laterale, ma va a sostenere solo la Nazionale. Il predecessore Schröder fa il tifo per Hannover, la città della Westfalia dove abita con la famiglia. Ed è rimasto fedele anche quando rischiava la retrocessione. Anni fa, alla vigilia della guerra contro Saddam, ci fu un vertice tra Italia e Germania a Brema. I nostri punti di vista sono così distanti che non ci sarà comunicato congiunto, venne annunciato ancor prima che Gerhard incontrasse Silvio. Mai accaduto prima.

Alla fine, apparve Schröder e annunciò che, data l’ora tarda, c’era tempo solo per tre domande per ciascun paese. Tre come i desideri accordati ad Aladino. Si alzò velocissimo un nostro collega che gli chiese: «La sua squadra sta per incontrare il Milan, già qualificato per i quarti della Champions. Ha chiesto a Berlusconi di dare un aiutino al suo Hannover?». Tutti avrebbero voluto strozzare il collega che alla vigilia di una guerra parlava di calcio (poi ci lamentiamo che i tedeschi pensano male di noi), e sprecava una domanda. Gerhard impallidì, ma si trattenne. Se si fosse rifiutato di rispondere, avrebbe offeso i suoi elettori tifosi. «Lei non capisce niente di calcio», esordì e spiegò il perché la domanda fosse stupida, con argomenti che per la verità non compresi. Diciamo che si rifugiò in corner. Peer dovrebbe andare a lezione da Gerhard, ma temo che sia troppo tardi.