Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2013  marzo 19 Martedì calendario

LA NUOVA MARCIA DI RADETZKY


Politicamente, vi è una nozione di “Europa centrale” o Mitteleruropa che esprime nostalgia per il vecchio impero asburgico. Il territorio di questo vasto agglomerato di regioni e nazionalità che si estendeva dal Lago di Costanza a ovest ai confini della Moldova a est, nel 1918 era diviso in sette Stati tra vecchi e nuovi ed è al momento occupato da dodici Stati diversi. La storia dal 1918 in poi ha fatto sì che coloro che un tempo abitavano in quella che i suoi nazionalisti chiamavano “la prigione delle nazioni” (Volkerkerker) pensassero in termini meno duri ai regni dell’imperatore Francesco Giuseppe (1848-1916). Anzi, è probabilmente l’unico impero a cui si ripensi con nostalgia in tutti i suoi ex territori. Ciò avrebbe sorpreso i suoi contemporanei. Per quanto fosse l’unico Stato europeo la cui morte, a lungo attesa, stimolò una grande letteratura – basti pensare a Karl Kraus, Robert Musil, Jaroslav Hasek o Miroslav Krleza – dopo il decesso i suoi becchini letterari non si precipitarono a piangerlo.
L’eccezione, come vedremo, conferma la regola perché anche il meraviglioso romanzo La marcia di Radetzky di Joseph Roth, dai suoi lontani confini orientali, ripensava alla monarchia con una certa ironia alcolica. La nostalgia per ciò che Robert Musil chiamava Kakania, iniziali della doppia monarchia k. k. (kaiserlich und koniglich, “imperiale e reale”), non significa certo la possibilità di una sua rinascita. Nondimeno, la sua esistenza era talmente centrale per il sistema di potere dell’Europa del XIX secolo che furono compiuti continui tentativi per trovare una qualche entità centroeuropea equivalente tra la Germania e la Russia. Ma comunque non viviamo più nell’epoca della storia europea in cui c’era l’esigenza significativa di un blocco centrale come bastione tra i poteri tedesco e russo.
Come termine politico “Mitteleuropa” è dunque inaccettabile. Ma come concetto culturale? Esiste un’alta cultura nelle scienze e nelle arti che abbia confini regionali distinguibili?
Un tempo, questa cultura “mitteleuropea” esisteva: era quella dell’emancipata e, in molte parti d’Europa, largamente ebraica classe media nella vasta zona d’Europa che un tempo viveva sotto l’egemonia della Bildungtedesca. Non esiste più, sebbene sopravvissuta a Hitler nelle senescenti colonie migratorie a Londra, New York e Los Angeles. Era mitteleuropea per tre ragioni. Primo, il tedesco era il linguaggio internazionale primario della cultura soltanto nella cintura europea centrale benché, all’epoca in cui tutti gli europei colti sapevano il francese, non l’unica. La zona dell’egemonia linguistico-culturale tedesca spaziava dal Reno ai confini orientali dell’impero asburgico e dalla Scandinavia fin nel profondo dei Balcani. Vienna era la capitale culturale per gran parte di quella penisola. Elias Canetti, nativo di Ruse, nella regione del basso Danubio in Bulgaria, era e rimase culturalmente un viennese che parlò e scrisse in tedesco fino alla fine della sua vita errabonda. In questa zona il tedesco era non solo la prima lingua internazionale ma, per coloro che provenivano dalle regioni più arretrate, fece da tramite per la modernità. Ne consegue che al di fuori delle zone dell’interno la cui popolazione parlava solo tedesco (o piuttosto la combinazione del tedesco letterario con un dialetto parlato) questa cultura mitteleuropea apparteneva a un gruppo i cui membri parlavano anche altre lingue e poteva pertanto fungere da ponte tra popolazioni diverse.
La seconda ragione era che gli ebrei – che fino alla Seconda guerra mondiale costituivano il dieci per cento della popolazione di Vienna e una percentuale ancora più alta a Budapest – formavano principalmente il pubblico istruito soltanto in una parte d’Europa, nella fattispecie nella monarchia asburgica. Prima del 1848 erano stati largamente esclusi dalle capitali dell’impero. Vi erano arrivati per la stragrande maggioranza nella seconda metà del XIX secolo dalle piccole città della Moravia, della Slovacchia e dell’Ungheria e infine anche dalle più remote regioni di quella che oggi e l’Ucraina. Questi ebrei emancipati – nel tentativo di prendere le distanze dagli Ostjuden tradizionalisti e di lingua yiddish che vagavano verso ovest nel XX secolo – si consideravano “mitteleuropei” culturalmente tedeschi, fino a quando entrambi i gruppi non finirono i propri giorni nei forni della Germania hitleriana.
Infine, i popoli che si identificano in questa cultura devono essere chiamati “mitteleuropei” perché il XX secolo li rese senza casa. Giacché i loro Stati e regimi andavano e venivano, non potevano essere identificati a livello geografico. Durante l’ultimo secolo, gli abitanti di una città un tempo collegata via tram a Vienna – distante vari chilometri – così come a Pressburg, nota anche come Pozsony e Bratislava, sono stati cittadini della parte ungherese dell’Austria-Ungheria, della Cecoslovacchia, del satellite tedesco Slovacchia, della Cecoslovacchia comunista e brevemente postcomunista e, ancora una volta, di uno Stato slovacco. Se erano ebrei privi di entusiasmo per il loro Stato nazionale “sangue e suolo” in Palestina, l’unica patria a cui potevano rifarsi, come per Joseph Roth, era la vecchia monarchia di Francesco Giuseppe, che trattava tutte le sue nazioni con lo stesso delicato scetticismo. E quella, come tutti sapevano, era finita per sempre.
Fin dalla Seconda guerra mondiale e anche di più dalla fine dei regimi socialisti europei, la vecchia cultura dell’Europa centrale è stata disintegrata da tre sviluppi importanti: espulsione o massacro etnico di massa, i connessi trionfi della cultura di massa commercializzata globale e della lingua inglese come indiscusso idioma della comunicazione globale. Il trionfo di una versione nordamericana della cultura commercializzata di massa non è peculiare dell’Europa centrale e su questo c’è poco da aggiungere. Gli altri due sviluppi sono però cruciali. La migrazione di massa o l’omicidio di minoranze nazionali e culturali, in particolare gli ebrei e i tedeschi, trasformarono quelli che erano essenzialmente Paesi plurinazionali come Polonia, Cecoslovacchia, Jugoslavia e Romania in altri mononazionali e semplificarono la complessità culturale delle loro città.
Avvenuta in modo simile, e forse più significativa, è la fine dell’egemonia linguistica tedesca. Il tedesco non è più la lingua franca delle persone colte dal Baltico all’Albania. Non conta soltanto il fatto che un giovane ceco nell’incontrare un giovane ungherese o sloveno utilizzerà con ogni probabilità l’inglese per comunicare, quanto che nessuno di loro possa più aspettarsi che l’altro conosca il tedesco. È ormai improbabile che chi non sia germanofono di nascita utilizzi Goethe e Lessing, Hölderlin e Heine come fondamento della propria cultura.
È dai tempi di Weimar che la cultura tedesca non da più il la nell’Europa di mezzo. Non è che una cultura nazionale fra le altre. La vecchia cultura della Mitteleuropa è ancora viva nella memoria. È tradotta e se ne scrive come mai prima. Ma come il repertorio delle sinfonie classiche e dei concerti da camera, così massicciamente basato sull’opera di compositori che vissero e lavorarono in un’area di poche centinaia di chilometri quadrati il cui centro era Vienna, essa non vive più.
Politicamente e culturalmente la “Mitteleuropa” appartiene a un passato dal ritorno improbabile.
Resta solo una cosa che fu sua. Il confine che separa le ricche e riuscite economie della parte occidentale d’Europa dalle regioni orientali del continente, che un tempo passava in mezzo all’impero asburgico, è ancora lì. Solo che oggi passa in mezzo a quella che sarà l’Unione Europea allargata.