Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2013  marzo 19 Martedì calendario

ANNI TRENTA


Quante mostre sul Novecento italiano «fra le due guerre». Cioè, fascista. Troppe? «Those gangsters» sorrideva Mary McCarthy quando i teatranti nostrani invaghiti delle toilettes “anni Trenta” mettevano in scena gli americani dopo il crollo del ’29 ancora pazzerelloni come nell’età del charleston. Così, per un’impostazione di buon senso, sarà piuttosto savio rivolgersi al «Quale Novecento » di Antonio Paolucci, nel catalogo su «Arte e Vita in Italia tra le Due Guerre», a cura di Fernando Mazzocca, a Forlì.
Dunque, innegabilmente, un magma intellettuale di idee e propositi e risultati, con avanzamenti e regressioni: impulsi nazionalistici e/o rivoluzionari nella Grande Guerra e nel dopoguerra; «ritorno all’ordine» all’indomani dei futurismi e cubismi; razionalismi e totalitarismi e romanità, sia nell’urbanistica monumentale che nelle “new towns” dell’Agro Pontino. Trionfi di De Chirico, Funi, Sironi, Cagli, Carrà, Casorati, Severini, Oppi, Sciltian, Guttuso, Fontana, con Argan e Brandi e Longhi, e tanti letterati, accanto a Primato e a Giuseppe Bottai. Una quantità di libri e sculture e quadri e palazzi tuttora lì, nel nostro presente.
Si incominciò nell’autunno scorso a Firenze, Palazzo Strozzi. Una rassegna di Demolizioni di Mario Mafai, busti marmorei di Wildt, nature morte di Morandi, statuette di Fontana, urne di Gio Ponti, ritratti di Carlo Levi. Funi, Sironi, Licini, Savinio, tra Battaglie del Grano, ex-futurismi bionde nordiche esemplari, penitenti e supplici di Rosai e Soffici, atletici sportivi di Birolli e Colacicchi, attonite donnette di Antonio Donghi.
I medesimi artisti si ritrovano a cura di Federica Pirani e Gloria Raimondi nella semisconosciuta Galleria d’Arte Moderna di Roma Capitale. Quasi all’incrocio di via Francesco Crispi e via Capo Le Case. Varie sale prive di visitatori, ma assillate dalle italianissime canzonette d’epoca dell’Eiar. E qui si parte addirittura dal D’Annunzio, con opere di Michetti, Cambellotti, De Carolis, Brozzi, Sartorio. Tornano però presto in mente certe antiche strofette: «Nell’alcova, del Canova, Francalancia e Trombadori, dànno udienza ai pittori minori, che van facendo tutto un viavai, intorno alla mostra di Mario Mafai». (Era passato all’astrattismo?). Ma ecco qui davanti una selva di sculture. Martini, Fazzini, Messina, Franchina, Manzù, Prini, Wildt... Una foresta di marmi e gessi.
Alle mie pareti, accanto ai Piranesi, Füssli, Beerbohm, Redon, Klinger, Klimt, ho vari doni e acquisti d’amici che si ha un vivo piacere di ritrovare qui. Tornabuoni, Fioroni, Scialoja, Guttuso, Raphaël, Maccari, Pasolini... Ma diventa commovente rivedere il
Cardinal Decano di Scipione davanti a un Roberto Longhi antico di Amerigo Bartoli, accanto a vetusti Capogrossi, Carena, Ceracchini, Melli, Ziveri, Quaglia, De Pisis... Sezioni amorosamente raggruppate intorno a Marinetti, Ungaretti, Pirandello, Bontempelli, Moravia. E qui, davanti a un imponente Comizio di Turcato, fitto di bandiere rossissime, ecco Festa, Schifano, Ceroli, la sorella Adriana Pincherle. (Qui ricorderei che un futuro illustre medico, quando con un altro giovanotto andava a prendere le due sorelle per condurle a un tè danzante, trovava il paltò tagliuzzato per dispetto dal ragazzino Alberto). Con bibliografie copiosissime, ecco Vespignani, Clerici, Consagra, Perilli. E quelle rivistine molto effimere ma tanto influenti.
A Forlì, allora. Qui si rivedono i Carrà e De Chirico che durante la guerra si trovavano a colori soltanto nei fogli volanti del Milione milanese. E i ricordi molesti dei sabati pomeriggio nel cortile freddo della Casa del Fascio, nell’uniforme obbligatoria dei balilla, con cinturone e calzoncini e calzettoni e mantellina e giberne e foulard azzurro con medaglione del Duce. Inni a Roma e a Predappio. Anni dopo, Mario Soldati mi urlava: «I nomi sono importantissimi! Dame romane di questi anni Cinquanta rimaste agli ideali dei Trenta? Era di moda il pittore Ferruccio Ferrazzi! Le devi chiamare le Ferri Fazzi!».
Riecco le fissità in pose attonite che si dovevano ai postumi di Giotto e Piero della Francesca. Rifatte, monumentali, da Sironi, nell’Aula Magna della “Sapienza” romana, possono suscitare uno spontaneo «vaffa» di tutto cuore. Mentre invece le svariate Minerve installate dal Regime quali spartitraffico di rotatorie, vanno benissimo. Ottimi anche tutti i diversi Eroi, nudi o vestiti, in posa tra cavalli sempre rampanti in compagnia di Fede, Luce, Forza, Speranza, Carità, e affini. Qui posso ricordare che chiedendo a un’amica Elika se fosse parente di qualche Balla o Marinetti, lei rispose che era un diminutivo medievale, poiché certe badesse austriache si chiamavano Angelika.
Gladiatori, pastori, bagnanti, costruttori, legionari, asparagi, ravanelli, saluti romani, piani regolatori, lanciatori di giavellotti, nuotatori, pugilatori, aeropitture. E 42, mosaici, sintesi, tricolori, proclamazioni, corporazioni, decorazioni, acclamazioni, aquile, aurore, adunate, muse, voli, butteri, trittici. Borsalino, Ferragamo, Fiera di Milano, Triennali, Quadriennali, Decennali, Campari, Balilla! Il Duce! Vincere!
Frattanto, urne e armadietti e tavolini di un modernariato stranamente sgradevole, panche e poltrone evidentemente scomode, coppette e scatole e centri tavola da evitare o da svendere. Addirittura sorprendente — in quei leggendari anni Trenta — tutta questa mancanza di piacevolezza e di comodità. Con ostensione di serpentelli, pesciolini, roselline, conchiglie, coralli, che spingono al mercatino, e non alla bacheca.
Altra musica, invece, per la pittura. Qui, eliminando le eventuali confusioni tra Ubaldo Oppi e Cipriano Efisio Oppo, i soliti Funi e Sironi e Casorati e Borra e Donghi e Guidi e Sciltian e Capogrossi fanno e rifanno l’ormai consueta immobilità allibita, l’immutabilità o invariabilità acquisita. Insomma, una rassegnazione generazionale statica, fingendosi esterrefatta e sbigottita in posizione di riposo.
Cagli, Colacicchi (già visto), Martinelli, sculture di Drei, Bertolazzi, Martinuzzi. Una “gay parade” inconscia, involontaria? Certo, Cesare Maggi vince un Premio Cremona con una gioventù quotidiana piuttosto muscolare che poteva andar bene anche per «Physique Pictorial», nelle stagioni californiane ancora arcaiche. Ma quando poi arrivano certe culone di Felice Carena, sono semplicemente adipose, e non rubensiane. «Caca-poco-chi-fa-poco-moto», qua? E quei sederi così grassi, come potrebbero entrare nelle toilettes della sezione dopo, donate evidentemente da madame magre?
Qui non potrei dar ragione ad Antonio Paolucci, per il quale avrei sostenuto che mai le donne italiane furono eleganti come negli anni Trenta e nei primi Quaranta del secolo scorso. Credo piuttosto di aver celebrato le più fantastiche apparizioni alla Scala, e poi nella fioritura estrema di Spoleto.
Prima ero troppo piccino, e non guardavo.