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 2013  marzo 19 Martedì calendario

VOLONTARIO, DIRETTO E DEFISCALIZZATO. UN NUOVO FINANZIAMENTO DEI PARTITI

Il finanziamento della politica è più che mai all’ordine del giorno. Sotto la spinta dell’indignazione popolare, si è compreso che i soldi ai partiti non sono un accessorio della democrazia, ma un suo elemento costituente, soprattutto in Italia dove è andata crescendo una spropositata casta partitocratrica. Dal 1974, pur con diverse modalità, è stato praticato il finanziamento pubblico, statale, generalizzato e indipendente dalla volontà dei cittadini, disattendendo il clamoroso risultato del referendum abrogativo del 1993. Oggi, però, il dibattito tra le forze politiche è fermo a proposizioni generiche: da una parte il Movimento 5 Stelle e Matteo Renzi si pronunziano per l’abrogazione dei rimborsi spese elettorali (l’ipocrita definizione del finanziamento pubblico) e, dall’altra, il Partito democratico, fin qui vincolato a una concezione burocratica di partito dipendente dal denaro pubblico, si attesta su una posizione secondo cui «il problema si può discutere». Ha cominciato Bersani ad aprire la porta a un sistema di finanziamento volontario. Tuttavia, la vulgata dei Democratici, sostenuta dallo storico tesoriere Ugo Sposetti, è che il finanziamento pubblico garantirebbe l’accesso alla politica di tutti e impedirebbe una politica appannaggio dei ricchi.
La realtà, però, è ben diversa dai luoghi comuni. È vero che la politica ha bisogno di denaro, non certo nell’attuale misura paradossale, ma il finanziamento pubblico non è l’unica maniera per risolvere il problema. Tanto più che da quarant’anni i soldi dello Stato hanno creato danni alla democrazia: hanno incrementato la corruzione, hanno cristallizzato le classi dirigenti dei partiti, hanno svilito la libera scelta dei cittadini, e hanno dato vita a incredibili tesoretti tuttora nascosti nelle casse delle fondazioni anche di gruppi scomparsi. Perciò sosteniamo qui che è realisticamente possibile finanziare la politica con modalità diverse dall’attuale, con l’obiettivo di rafforzare il partito come strumento associativo in mano ai cittadini secondo l’articolo 49 della Costituzione. Del resto forme varie ed efficaci di finanziamento non «all’italiana» sono in vigore in molti Stati europei con buoni risultati. Perciò suggeriamo di prendere in considerazione una proposta di finanziamento alternativo della politica fondato sulla scelta volontaria dei cittadini, sulle contribuzioni dirette di persone fisiche e giuridiche a candidati, partiti e movimenti preferiti, e sullo Stato in funzione di stimolatore con la defiscalizzazione, secondo un’ipotesi avanzata ad un convegno della fondazione Einaudi di Roma.
Lo schema di finanziamento alternativo (che può avere molte varianti) si basa su alcuni punti cruciali: a) le erogazioni liberali di persone fisiche e giuridiche a partiti, movimenti e candidati sono libere entro limiti fissati, sia per chi dona sia per chi riceve, con il divieto assoluto ai soggetti riconducibili al settore pubblico; b) possono accedere alle contribuzioni solo i partiti e movimenti che hanno depositato statuti e nomi dei responsabili nel Registro nazionale dei partiti e movimenti politici che è gestito da un Comitato di garanzia neutrale; c) le spese elettorali devono essere contenute entro tetti prestabiliti; d) si può prevedere da parte dello Stato un minimo rimborso elettorale, non pro spese ma pro voto in proporzione agli elettori che hanno effettivamente votato (per esempio 1€ a voto) insieme alla fornitura di servizi di comunicazione e riunione.
Un tale sistema fondato sulla libera scelta dei cittadini con lo Stato che defiscalizza ed eroga servizi dovrebbe contestualmente prevedere l’abrogazione delle molte voci che attualmente finanziano i partiti (contributi gruppi parlamentari e regionali, stampa, esenzioni fiscali...) e, soprattutto, la disciplina dei contributi miliardari che affluiscono nell’ombra alle (centinaia) di fondazioni parapolitiche di capi e capetti partitici. La riduzione degli stipendi dei parlamentari è facilmente perseguibile con l’eliminazione di tutte le voci e i benefit accessori; mentre il dimezzamento dei parlamentari sembra una pura declamazione in quanto è assai improbabile che si possa arrivare rapidamente a una riforma costituzionale.
Si tratta di un’utopia liberale? Come dicono gli anglosassoni, il sapore del budino si apprezza solo dopo averlo mangiato. Le forze politiche che in questi giorni si riuniscono in Parlamento hanno l’occasione di uscire dal generico dibattito sul finanziamento pubblico, e mettere in atto una proposta concreta del tipo di quella qui avanzata che — almeno — riconcilierebbe il cittadino con la politica e contribuirebbe a smantellare le caste partitiche che oggi vivono anche, se non soprattutto, con il controllo dei nostri denari erogati dallo Stato.
Massimo Teodori