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 2013  marzo 19 Martedì calendario

MACHIAVELLI AMMIRAVA IL SUO NEMICO SAVONAROLA

Passa per il 1498, tra una lettera di Machiavelli e le fiamme che bruciarono Savonarola, la linea di demarcazione che separa il Medioevo dal tempo moderno. Lo hanno scritto, più o meno esplicitamente, Federico Chabod, Roberto Ridolfi, poi Eugenio Garin, Carlo Dionisotti, Luigi Russo e, in tempi più recenti, Gennaro Sasso, Mario Martelli, Francesco Bausi. Ma, già prima di loro, Francesco De Sanctis, nella sua Storia della letteratura italiana, fu esplicito: «Savonarola è una reminiscenza del Medioevo, profeta e apostolo a modo dantesco; Machiavelli in quella sua veste romana è vero borghese moderno, sceso dal piedistallo, uguale tra uguali, che ti parla alla buona e alla naturale… È in lui lo spirito ironico del Risorgimento con lineamenti molto precisi de’ tempi moderni». Sulla stessa linea interpretativa, Giosuè Carducci, nei discorsi Dello svolgimento della letteratura nazionale (1874), ritrae il «pallido viso» di Machiavelli che, «in qualche canto della piazza», assiste sorridendo «pietosamente» alle prediche del frate.
Ma perché come spartiacque abbiamo scelto proprio il 1498? Quello di cui qui parliamo è l’anno del passaggio di testimone, per così dire, tra l’infuocato Girolamo Savonarola, originario di Ferrara, e il duttile fiorentino Niccolò Machiavelli. Quattro anni prima, la discesa in Italia di Carlo VIII aveva causato a Firenze la caduta del regime mediceo (Piero de’ Medici, figlio di Lorenzo, era stato accusato di aver ceduto all’imperatore le fortezze di Pietrasanta, Sarzana, Sarzanello, Ripafratta, Livorno e Pisa) e l’instaurazione della repubblica. Repubblica nella quale il frate domenicano Savonarola avrebbe avuto, tra il 1494 e il 1498, un ruolo da protagonista. Protagonista nient’affatto «medievale», come ha ben raccontato Donald Weinstein nella splendida monografia che tra qualche mese sarà pubblicata in Italia dal Mulino con il titolo Savonarola. Ascesa e caduta di un profeta del Rinascimento.
Firenze era stata sconvolta dalla vicenda del profeta che aveva dominato per quattro anni la scena politica ed era poi finito sul rogo. Savonarola si era messo in urto con il papa Alessandro VI (Rodrigo Borgia) e, due mesi prima che venisse mandato sulla pira (23 maggio del 1498), Machiavelli si era occupato di lui in una celebre lettera (scritta il 9 marzo 1498) al prelato della Curia romana Ricciardo Becchi, che aveva chiesto informazioni. In seguito, poche settimane dopo la morte di Savonarola, Machiavelli aveva ottenuto la carica di segretario della seconda cancelleria di Firenze, prendendo il posto di Alessandro Braccesi, ardente seguace del frate domenicano. Intrecci sui quali si sofferma con una riflessione originale Gennaro Maria Barbuto nei capitoli iniziali di un importante libro dedicato all’intera figura di Machiavelli, che sta per essere dato alle stampe dalla Salerno Editrice.
Come prima cosa Barbuto si compiace del fatto che, a ridosso delle celebrazioni (nel 1998) per i cinquecento anni dalla morte, studi e convegni ci abbiano offerto un’immagine nuova di Savonarola, finalmente «liberato da logori stereotipi, come quelli di un fanatico delirante o di un Rasputin di fine ’400». Stereotipi che indussero a un giudizio assai negativo anche Antonio Gramsci, il quale confinò il frate «in un vaneggiamento politico generatore di astratti e inconcludenti furori politici». Nel nuovo clima (anche per merito di Weinstein) è possibile ora ricostruire i legami del domenicano «non solo con il profetismo e il millenarismo medievali, ma anche e soprattutto con la Firenze umanistica e con il repubblicanesimo di quella stessa città che non si era mai completamente estinto, nemmeno durante la signoria medicea, e avrebbe avuto una forte e varia reviviscenza dopo la cacciata di Piero de’ Medici».
A dispetto della fedeltà al tomismo che lo avrebbe indotto a preferire un regime monarchico, Savonarola, nel Trattato circa il reggimento e il governo di Firenze, accentuò le riflessioni sulla figura del tiranno, considerato un monarca degenerato, noncurante del bene comune, attento solo ai suoi interessi e, come tale, «nemico di Cristo». Nella predicazione savonaroliana fu centrale il tema della renovatio spirituale e civile, in virtù della quale si prometteva a Firenze di «assurgere a centro irradiante della rinascita religiosa dell’Italia contro la insopportabile corruttela ecclesiastica». Un profondo rinnovamento, che, osserva Barbuto, «nonostante gli eccessi dei bruciamenti delle vanità (ossia gli oggetti di lusso) e delle processioni dei fanciulli del frate, i quali si scagliavano contro prostitute e noti peccatori, non può essere corrivamente letto come un mero ritorno a presunte tenebre medievali».
I fiorentini si divisero tra i suoi seguaci — «frateschi» o «piagnoni» — e avversari — «bigi», «arrabbiati», «compagnacci» — che agivano in combutta con i francescani guidati dal predicatore Mariano da Genazzano. Molti ottimati, filosofi e artisti si schierarono dalla parte di Savonarola. Tra questi Piero Guicciardini (padre di Francesco, che in seguito, nelle Storie fiorentine, avrebbe giudicato il frate «uomo valentissimo»), Pico della Mirandola (che stimò il profeta ma morì nel 1494, cosicché non poté conoscere la sua azione politica nei tempi successivi alla caduta dei Medici), Marsilio Ficino e Botticelli. Di Machiavelli, Donald Weinstein mette in evidenza qualche assonanza savonaroliana come «l’intonazione profetica e millenaristica, documentata soprattutto dall’ultimo capitolo del Principe, sebbene il Segretario, diversamente da Savonarola, avesse emancipato la politica da ogni ipoteca provvidenzialistica». Nel suo Savonarola (Bur) Pierre Antonetti ha sottolineato che fu proprio Machiavelli a notare quanto il predicatore domenicano «agì in conformità con la sua etica», secondo cui «il regno di Dio in terra pretendeva talvolta che si versasse senza esitazione sangue colpevole».
Ma torniamo al giovane Machiavelli. Egli, scrive Barbuto, «non poteva non risentire degli effetti della predicazione del frate, il quale, non assumendo alcuna carica pubblica ufficiale, giustificava il suo impegno civile con l’esempio di santa Caterina da Siena; il rapporto di Machiavelli con Savonarola è una delle questioni critiche più ricorrenti e diversamente declinate; il dittico di Savonarola e Machiavelli, nel quale un ritratto era il rovescio dell’altro, è stato, nella storiografia sul Rinascimento, una sorta di genere prosopografico, una riedizione delle Vite parallele plutarchiane». Mentre «il predicatore si offriva bene a raffigurare un autunno ormai anacronistico del Medioevo in una Firenze laica e mondana, poco proclive a lasciarsi sedurre, se non per effimere parentesi, da voci profetiche in ritardo sulla storia, dall’altra parte, Machiavelli si prestava altrettanto bene a esemplificare una sensibilità cinica e refrattaria a qualsiasi valore religioso, tutta protesa alla pre-nietzscheana affermazione di una individualistica volontà di potenza». A tale proposito Barbuto ricorda la contrapposizione proposta da Luigi Russo «fra Machiavelli che raffigurava un tecnico della politica e Savonarola, patrocinatore di una vita associata tutta pervasa dall’entusiasmo profetico».
Va ricordato inoltre che è di quegli stessi anni di fine Quattrocento una traduzione di Machiavelli del De rerum natura di Lucrezio, «testo assai poco consono all’ispirazione savonaroliana». Ciò che prova la sua adesione alla «concezione di un universo non pacificato, nel quale gli elementi e gli uomini sono inclini a confliggere tra di loro», concezione che sarebbe divenuta «una delle fonti della visione machiavelliana della storia e della politica». E che si ritrova nella lettera al prelato fiorentino di cui abbiamo detto all’inizio.
Qual è il suo contenuto? Machiavelli risponde a Ricciardo Becchi, che gli aveva chiesto di descrivergli le prediche tenute dal frate in San Marco ai primi di marzo del 1498. Dieci mesi prima Alessandro VI aveva scomunicato Savonarola e adesso il Pontefice minacciava l’interdetto contro Firenze, se la città non gli avesse consegnato il domenicano (il predicatore si difendeva maledicendo il Papa e sostenendo che «la scomunica proveniva dal diavolo»). Nella lettera a Becchi, Machiavelli, nota Barbuto, descrive non senza ammirazione come «l’intenzione precipua del domenicano» fosse «quella, in una situazione di grave rischio per sé e i suoi seguaci, di rafforzare e compattare la sua parte e di demonizzare quella avversa». Molti anni prima di scrivere Il Principe, nota ancora Barbuto, Machiavelli rileva «acutamente l’accorta strategia di Savonarola, che, pur riconfermando, al fine di incoraggiare e confortare i suoi, le profezie di felicità e di dominio di Firenze, aveva proiettato il rancore dei suoi proseliti verso un eventuale tiranno (e, ai suoi occhi, era tiranno chiunque tentasse di espellerlo dalla città)». In questo modo «il frate sapientemente bilanciava nel suo popolo paure e speranze». Inoltre, Machiavelli «svelava la capacità del domenicano di modificare astutamente la sua tattica, adeguandola prontamente all’emergere di nuove contingenze politiche».
Mario Martelli, che ha rivoluzionato le interpretazioni del rapporto tra il «Segretario» e il «Profeta» e ha studiato a fondo questa lettera a Becchi, ha distinto nettamente tra la valutazione complessiva machiavelliana, «di parte», sul quadriennio 1494-98 e il suo giudizio, sostanzialmente positivo, sulle qualità politiche del predicatore domenicano. E Francesco Bausi nel suo Machiavelli (Salerno) concorda con Martelli: la «valutazione machiavelliana pesantemente negativa, non senza sfumature sarcastiche», dell’operato del frate è da ricondurre a «una valutazione tutta politica, dettata dalla situazione e dalla logica di schieramento che lo spingeva a vedere nel Savonarola il principale nemico della propria parte, l’avversario da battere per ripristinare la piena libertà repubblicana». D’altra parte, ricorda Bausi, i meriti che avrebbero innalzato Machiavelli all’ufficio di segretario furono «di natura politica», o per dir meglio «partitica». «Di fronte a un ex mediceo come il Gaddi e a un ex savonaroliano come il Baroni (benché quest’ultimo, come molti a Firenze, avesse poi clamorosamente voltato le spalle al frate)», scrive Bausi, «Machiavelli doveva essere a tutti gli effetti creatura dell’oligarchia fiorentina, quell’oligarchia che adesso, conclusosi il turbolento quadriennio del Savonarola, tornava a rialzare la testa e a prendere in mano le redini della città, decisa a restaurare un governo "di pochi"… La "tessera", insomma (potremmo dire attualizzando), aveva la meglio sul merito e sulle competenze: e così un outsider come Niccolò Machiavelli poteva assurgere alla carica di segretario della seconda cancelleria».
Che fosse un avversario del frate lo si desume anche dall’insuccesso cui era andato incontro, nel febbraio del 1498 (ossia nell’ultima fase del regime savonaroliano) un suo precedente tentativo di ottenere la carica di secondo segretario della signoria. Era dunque Machiavelli un piccolo nemico di Savonarola. Però, come uomo politico, Savonarola invece lo intrigava. E molto.
È interessante — per riandare al canone precedente — riprendere, a questo proposito, quel che scrisse Giuseppe Prezzolini nella sua Vita di Niccolò Machiavelli fiorentino (Rusconi). È straordinario, notava Prezzolini, «vedere in mezzo alle passioni, agli urti, alle fantasie eccitate e al generale confusionismo dello spirito fiorentino di quel momento, un giovane, che avrebbe avuto tutte le ragioni politiche d’andar d’accordo col Savonarola, mettersi risolutamente in disparte, non credere a nulla di quello che diceva, pesarlo come forza politica e presentire che essa si sarebbe dissolta alla prova del fuoco». Con grande disprezzo, Machiavelli «deve aver considerato il profeta ch’entusiasmava i suoi fiorentini; e di quel disprezzo si sente ancora tutto il peso nel nomignolo con il quale ha poi bollato tutti coloro che, come il Savonarola, hanno eccitato gli uomini a ideali troppo alti per l’universa mediocrità, lontani dalla realtà dei loro tempi, e non decisi ad adoprare i mezzi necessari per realizzarli… I profeti disarmati».
Fin da allora, proseguiva Prezzolini, «lo spirito del Machiavelli dimostrava una sanità persino impudica in quei tempi — una sanità tanto eccezionale, da dirsi quindi una malattia —, un equilibrio siffatto da poter parere pazzia… Essa ha qualche cosa di prodigioso e quasi di spaventoso… Non va confusa con lo scetticismo e con l’ostilità politica degli avversari del Savonarola… È la saggezza alta e siderea, dalla quale scende una luce fredda e uguale… I suoi raggi sperdendosi per l’infinito, toccano, con inflessibile luce e giustizia, anche l’avvenimento che in quell’attimo commuove, anima, esaspera tutti… Ma colui che li emette è distante milioni di leghe». Quando si riflette su questa prima presentazione del Machiavelli, noi «lo vediamo già tutto intero, armato e direi nello stesso tempo disarmato dalla sua potente intelligenza e da una enorme capacità di attirare odio e incomprensione… A noi par di vederlo in fondo a una navata della chiesa di San Marco, ritto, studiando col commento del suo risolino il profilo del frate che dall’alto della cattedra andava minacciando preti e tiranni, donne allegre e dottori, e gli avversari suoi delle vendette del Cielo, volendo tirare il mondo indietro di secoli». Per poi così concludere: «Savonarola era il Medioevo, Machiavelli era il tempo moderno che nemmeno i suoi tempi potevano intendere; Savonarola aspettava tutto da Dio, Machiavelli tutto dall’uomo».
Del resto anche Federico Chabod negli Scritti su Machiavelli (Einaudi) aveva messo in risalto come al «segretario» quel che preme «è il problema politico onde già allora egli vede e giudica con criteri puramente politici; mentre per il domenicano il primum è il problema religioso… Savonarola è il "profeta disarmato", e quand’anche si voglia ammettere la sua buona fede e il suo fervor religioso, sta di fatto che politicamente costruiva nella sabbia». Secondo Chabod, il frate è per Machiavelli «un arrivista, diremmo noi, un furbo capopartito che si vale della religione per conseguire i suoi fini ben precisi… La predicazione savonaroliana è ridotta a mero espediente di un frate ambizioso, che vuol tenersi a galla e mantenere il suo potere morale sulla cittadinanza; tutto quello che è al centro dell’azione del domenicano — l’anelito a un profondo rinnovamento "morale" della Chiesa — e che d’altronde si esprime, contemporaneamente, in altre parti d’Italia, a opera di altri e meno noti predicatori, sfugge al Machiavelli». Interessante puntualizzazione. Tra l’altro Chabod aveva notato come in una lettera (18 maggio 1521) a Francesco Guicciardini — 23 anni dopo quella a Becchi —, Machiavelli avesse attenuato la durezza del giudizio su Savonarola.
Adesso, in ogni caso, si tende a dar maggiore valore al nesso che, al di là dell’appartenenza a opposti fronti politici, univa i due. L’idea che una comunità timorata di Dio possa cogliere «naturalmente» il «premio della gloria collettiva», ha ricordato Quentin Skinner nel suo Machiavelli (Il Mulino), era comune tra i contemporanei dell’autore del Principe. Come Machiavelli stesso osservava, «questo era stato lo scopo della predicazione di Savonarola quando aveva persuaso i fiorentini "che parlava con Dio" e che il messaggio di Dio alla città era che Egli l’avrebbe riportata all’antica grandezza se fosse tornata alla religiosità originaria… E tuttavia le convinzioni personali di Machiavelli sul valore della religione lo portarono a discostarsi, sotto due aspetti fondamentali, da questa visione ortodossa del problema».
Machiavelli, secondo Skinner, differisce dai seguaci di Savonarola proprio per i motivi per cui desidera conservare le basi religiose della vita politica: «In fondo non gli interessa la questione della verità religiosa; è interessato esclusivamente al ruolo svolto dal sentimento religioso "ad animire la plebe, a mantenere gli uomini buoni, a fare vergognare i rei"; e giudica il valore delle diverse religioni unicamente in funzione della loro capacità di ottenere risultati utili».
Ne discende per Machiavelli una netta preferenza per l’antica religione dei Romani su quella cristiana. Perché il cristianesimo è stato interpretato in modo da minare le doti necessarie a una vita civica libera e vigorosa. Esso «ha glorificato uomini umili e contemplativi», ha «posto il sommo bene nell’umiltà, abbiezione e dispregio delle cose umane», togliendo ogni valore alla «grandezza dell’animo, fortezza del corpo», e agli altri tributi di un cittadino virtuoso. Imponendo «quest’immagine oltremondana dell’eccellenza umana, non soltanto ha mancato di promuovere la gloria civica, ma ha contribuito al declino e alla caduta di grandi Stati corrompendo la loro vita associata». Il prezzo di tutto ciò, conclude Machiavelli («con ironia degna di Gibbon», sostiene Skinner) è stato aver prodotto un «mondo debole» e averlo «dato in preda» a «uomini scelerati».
Skinner osserva anche che per Machiavelli un capo virtuoso deve sapere come comportarsi con gli invidiosi. Ma né Savonarola, né altri come lui (Pier Soderini, il gonfaloniere che nel 1512 avrebbe capitolato e riconsegnato Firenze ai Medici) seppero «vincere l’invidia» e, di conseguenza, «rovinarono». Savonarola, come ogni altro capo virtuoso, avrebbe dovuto essere circospetto e prudente e soprattutto avrebbe dovuto studiare le lezioni della storia. E così anche la Firenze dei tempi successivi (quelli della guerra contro Pisa), che, se «avesse letti e conosciuti gli antichi costumi de’ barbari, non sarebbe stata ingannata da loro». Un capo virtuoso dovrebbe essere uomo circospetto e prudente: ma i governanti di Firenze si mostrarono così ingenui di fronte al tradimento di Pisa (che si era schierata con Carlo VIII), e alla guerra che ne seguì, che condussero la repubblica alla completa rovina.
Anche Augustin Renaudet ha messo in risalto come Machiavelli, che pure da giovane «aveva certamente dubitato di fra’ Girolamo e aveva sospettato in lui l’artificio e l’impostura» fino a esplicitare che, a suo avviso, si adattava alle circostanze «per colorare le sue menzogne», più tardi — nella lettera a Guicciardini che, come abbiamo visto, aveva attirato l’attenzione di Chabod e di molti altri — lo avrebbe definito «versuto», cioè furbo e abile. Nel Principe, partendo dal celebre assioma secondo cui «tutti e’ profeti armati vinsono e li disarmati ruinorno», scelse come esempio dei profeti disarmati, ha notato Pierre Antonetti, proprio Savonarola, che «ruinò ne’ sua ordini nuovi, come la moltitudine cominciò a non credergli; e lui non aveva modo a tener fermi quelli che avevano creduto né a far credere e’ discredenti». Dallo stesso testo però si desume, come ha scritto Renaudet, che «Machiavelli rifiutò il suo consenso alla riforma civile tentata dal grande domenicano» anche se lodò «il sapere, la prudenza e la virtù» di quel predicatore.
L’idea che una comunità timorata di Dio possa cogliere naturalmente il premio della gloria collettiva, ha ricordato Quentin Skinner, era comune tra i contemporanei di Machiavelli. Come egli stesso osservò, questo era stato lo scopo della predicazione di Savonarola a Firenze dal 1490 in poi, quando il frate aveva persuaso i fiorentini che, appunto, «parlava con Dio», e che il messaggio di Dio alla città era che lui, fra’ Girolamo, l’avrebbe riportata all’antica grandezza se avesse saputo tornare alla religiosità originaria. Perciò con una punta di cinismo giunge alla conclusione che i leader di ogni comunità devono «favorire e accrescere» tutte le cose «che nascano in favore» della religione, ma hanno altresì il dovere di comportarsi «come se le giudicassero false».
Da tutto ciò, conclude Barbuto, si desume «un atteggiamento di Machiavelli non certamente simpatetico nei confronti di Savonarola e meramente improntato a criteri politici». E però il giudizio machiavelliano «si appunta su una valutazione disincantata, che non tralascia di apprezzare le qualità politiche e retoriche del frate». A questo livello della maturazione intellettuale di un giovane fiorentino in procinto di essere ammesso nei ranghi della repubblica, «la questione savonaroliana non provoca ancora la riflessione sulla profezia e sulle implicazioni religiose nella vita politica che troveremo nel Principe e nei Discorsi». C’è già un’anticipazione del Machiavelli per cui «la politica era conflitto, altrimenti era ineffettuale e destinata al fallimento». Ma «la politica era anche unità, altrimenti degenerava nella lotta faziosa e autodistruttiva».
In effetti, chiosa Barbuto, «anche per Machiavelli, e non potrebbe essere diversamente pena la ineffettualità di ogni proposta politica, il conflitto non poteva prescindere da un ordine; l’unità della politica era immanente al conflitto; la politica era tensione fra unità, quindi ordine, e conflitto… Per Machiavelli, non era possibile redenzione insita nella storia e nemmeno, contrariamente a quanto immaginavano gli utopisti, da More a Campanella, era possibile la realizzazione di un Eden, "artefatto", "tecnico", disciplinato e senza più scissioni». Qualcosa di tutto ciò si intravede già nelle sue riflessioni su Savonarola. A saper leggere con attenzione, si scoprono molte anticipazioni di quel che scriverà anni dopo. Pensare che il Cinquecento era ancora di là da venire. E che, all’epoca, Machiavelli aveva appena 29 anni.
Paolo Mieli