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 2013  marzo 03 Domenica calendario

ECCO PERCHÉ ALDO BUSI MERITA IL PREMIO STREGA

Tempo fa, qualche me­se diciamo, mi è capi­tato di andare alcune volte a casa di Aldo Busi. Una volta sono andato per capire dove abitava. L’altra ho suonato al citofono ma mi ha sbattuto in faccia il citofono sen­za farmi spiegare. Successiva­mente gli ho scritto una lettera e finalmente mi ha accolto. Com­plice Carmen Covito. Erano die­ci anni che non pubblicava ro­manzi e io mi ero incaponito nel fargli scrivere qualcosa di nuovo per ragioni di stima e la­voro. La prima volta, il vero in­contro di persona, l’abbiamo fatto in un bar di Montichiari. Quando ha capito o intuito che non ero un pazzo scatenato e si poteva dialogare, ha detto che potevamo darci del tu e ha ini­ziato a rispondermi o chiamar­mi al telefono: «Bregola, oggi puoi venire da me alle 10». dice­va. Io partivo e arrivavo da lui. «Bregola, ti voglio qui alle 9...». Sarà capitato tre o quattro vol­te. Tre o quattro telefonate per ciascuno. Poi qualche sms e qualche e-mail sempre molto precisa e seccante. Poi più nien­te. Busi non concede nulla. Chia­mava o rispondeva per corte­sia, mica perché eravamo ami­ci o confidenti. Lui mi vedeva co­me un tip­o che voleva fa­re pubblicare un nuo­vo Busi e Busi il te­sto ce l’aveva. Era­no diciotto pagi­ne striminzite ma piene di arte come non se ne vedono nei mallop­pazzi lunghi di chi scrive trame complicatissime e inutili. Chia­mava. Partivo. Ero un direttore di collana, uno del mestiere. Era lavoro.
Cosa succedeva? Arrivavo e lui scriveva. Stampava, rispon­deva alle e-mail che gli manda­vano giornalisti o lettori. Scrive­va in una s­tanza dove aveva ope­re d’arte dei massimi della Tran­savanguardia e computer. Io ri­manevo in sala, seduto su un di­vano bianco, e lui tra chiacchie­rate e camminate per casa, tro­vava anche il tempo per rilegge­re al computer. Riscriveva, stampava, poi mi passava i fogli per leggere e commentare a cal­do. Busi era partito con una sto­ria breve di tre o quattro pagine.
Da lì la storia è fiorita, si è evolu­ta, è lievitata ed è diventato il nuovo romanzo uscito per Da­lai intitolato El especialista de Barcelona . Lessico e sintassi complessi, letteratura vera. Era difficile leggere con attenzione e dire subito un proprio parere perché la scrittura di Busi ha bi­sogno di concentrazione, silen­zio, lettura attendibile. Busi è uno scrittore vero, una persona fuori dall’ordinario. Sensibilis­simo e capace di intuire a pelle estrazione sociale, punti deboli e forza delle persone che si tro­va davanti.
Io giocavo in difesa, non mi sbilanciavo, cercavo di scoprir­mi il meno possibile. Non per­ché avessi timore o paura. Era più un fastidio personale. Senti­vo una grande energia proveni­re dal suo corpo, dalla sua testa, qualcosa che ha a che fare col karma o cose del genere, Sem­plicemente riconducibile a un’atmosfera pesante che si crea nell’ambiente circostante e nell’animo. Credo si dovesse provare qualcosa del genere fre­quentando Céline o De Sade o un dittatore in esilio. Ma non è di questo che voglio parlare, bensì della sua scrittura dinami­ca. Oltre a tutto credo di aver im­parato da lui che un libro, un te­sto, un romanzo, una storia si possono scrivere o correggere avendo sconosciuti in casa da usare come lettori per le cose che si stanno riscrivendo o per­fezionando. Una scrittura dina­mica, fatta di brevi letture di ro­manzi che si trovano nella libre­ria o sul tavolo, fatta di stampe immediate da far leggere nel momento esatto in cui vengo­no corrette. Credo sia un gran privilegio po­ter assistere alla cre­azione di pagine letterarie «al­te » come le sue. Ma credo sia al­trettanto privilegiato colui che può scrivere e fare leggere le proprie cose a qualcuno che è li per fare esattamente quello.
Con me un giorno c’era an­che un professore di Ragione­ria che fa «coccodrilli» e artico­letti sul quotidiano provinciale.
Entrambi aspettavamo. Lui pas­sava i fogli. Noi leggevamo. Non credo gli importasse gran­ché del mio parere. Non potevo far altro che lodare la sua scrittu­ra, il suo stile. Ma non era que­sto che voleva sapere da me. Credo non mi tenesse nemme­no in considerazione come let­tore. Credo che a Busi importas­se avere qualcuno lì vicino per non perdersi nel soliloquio del­la scrittura. Per non perdersi nel solipsismo. Credo avesse bi­sogno di vittime disposte a sta­re al gioco, ma le vittime stanno lì perché assistono con privile­gio alla creazione artistica pura e in questi casi c’è una strana energia nell’aria.
Busi è ostico, carattere inge­sti­bile per chi come me sembra­va lì col cappello in mano. Io per lui ero un possibile «rapporto di lavoro» e le sue diciotto pagine striminzite avevano un valore riconducibile al denaro. Non perché Busi sia fri­volo o venale, ma perché crede che l’arte vada retribuita al me­glio delle possibilità del com­pratore. La cosa con lui è durata poco perché poi i grandi editori hanno iniziato a rendersi conto che stava scrivendo il suo capo­lavoro del decennio, le diciotto paginette stavano diventando tutt’altro e allora io sono diven­tato un ostacolo. «Tu Bregola sei intelligente ma un po’ naif». Diceva. Qui non voglio scende­re nei particolari, perché io nel­la naiveté ci sguazzo. Posso solo dire che dopo le letture si pran­zava. Preparava lui. Si beveva buon vino. Una bottiglia di ros­so Valpolicella l’ho portata io, il Cabernet l’ha preso dalla sua cantina. Si mangiava bene. Bu­si è un orso ospitale che ha co­struito una fortezza che presi­dia con attenzione. Non ospita nessuno in casa. Credo si senta un antico uomo del fu­turo. Quel che mi interessa far passare qui, è questo suo ten­tativo­di trascendere la solitudi­ne dello scrittore, e fare diventa­re la scrittura una vera e propria opera d’arte attiva, qualcosa che ha a che fare con l’ action painting . Anche io vorrei qual­cuno lì mentre scrivo, qualcu­no da maltrattare facendolo at­tendere e poi stampare ciò che ho creato e farglielo leggere. Non mi interesserebbe il suo pa­rere, o almeno mi interessereb­be poco. Ma quel che vorrei, l’esercizio che ho imparato da Busi, è quello di scrivere in azio­ne, in movimento, con vivacità.
El especialista de Barcelona è nato in una parte del cervello dello scrittore nel 1985. Busi e il romanzo hanno intrapreso una lotta titanica: un grande scrittore, che ha dato opere im­portanti alla cultura europea, perfeziona il proprio romanzo mentre la casa è invasa da pro­fessori pubblicisti e gente come me. Penso che alla fine questo sia il miglior modo per non sen­tirsi maledettamente soli e fare qualcosa di sensato per questa nostra epoca che adora gli oro­logi ma non conosce il tempo. Questo è il vero corso di scrittu­ra. Guardare come fa un grande scrittore. Stare lì e aspettare. Aspettare in mezzo a una con­traddittoria tempesta di sensa­zioni mentre l’atmosfera si fa leggera, pesante, poi insoppor­tabile, poi ancora leggera, pe­sante, fastidiosa. Si spera fini­sca tutto al più presto per anda­re via, scappare. Scappare con la consapevolezza di avere assi­stito, anche solo per poco, a qualcosa di suggestivo e memo­rabile. Faccio un pronostico: il Premio Strega 2013 andrà a El es­pecialista de Barcelona . *Davide Bregola scrive, abita a Mantova, e dirige la collana Centocinquan­ta per Barbera editore