“SCRIVO PER IL POPOLO, NON PER IL PARTITO” - Cinquantamila.it

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 2013  marzo 01 Venerdì calendario

“SCRIVO PER IL POPOLO, NON PER IL PARTITO”

[La prima intervista di Mo Yan dopo l’assegnazione del nobel] –
È la prima intervista concessa da Mo Yan da quando gli è stato conferito il Nobel per la Letteratura. Molti lo hanno accusato di essere troppo vicino al regime, ma Mo Yan respinge le accuse con sdegno e ricorda che i suoi libri abbondano di critiche al Partito comunista e ai suoi dirigenti. Comunque sia non gli viene perdonato di essere stato un militare e di essere vicepresidente dell’associazione scrittori cinese, un organismo vicino al regime. Le reazioni alla notizia del premio Nobel sono state spesso contraddittorie. Dal canto suo Mo Yan ha fatto ben poco per chiarire la sua posizione e alla vigilia della cerimonia di consegna del premio a Stoccolma ha rilasciato una dichiarazione scandalosa definendo la censura “un male necessario”. L’abbiamo incontrato in una sala da tè a Pechino. Mo ha 58 anni e il suo vero nome è Guan Moye. Nell’ultimo libro, Frog, figurano numerosi elementi autobiografici. Il personaggio principale è la zia del narratore che, come la zia di Mo, fa la ginecologa e applica in maniera brutale la politica cinese del figlio unico.
Il suo nome d’arte, Mo Yan, significa “non parlare”. Sembra che lei l’abbia preso sul serio tanto che raramente accetta di parlare con i giornalisti.
Perché?
Perché non mi piace fare dichiarazioni politiche. Quando parlo in pubblico mi chiedo continuamente se sono stato chiaro. Non di meno le mie posizioni politiche sono ovvie. Basta leggere i miei libri.
Cosa pensa della legge che vieta di avere più di un figlio?
Come padre ho sempre pensato che ognuno dovrebbe avere quanti figli desidera. Come ufficiale ho rispettato la legge. In Cina c’è un problema di sovrappopolazione. Di una cosa sono certo: a nessuno deve essere impedito di avere un figlio con la violenza.
La dottoressa Wan, la ginecologa del suo ultimo romanzo, è una donna complicata, persino mostruosa. Sua zia ginecologa come ha reagito leggendo il libro?
Non l’ha letto. Le ho detto di non leggerlo. Ovviamente non tutto quello che racconto in Frog è accaduto a mia zia.
Molti lo considerano il suo libro più rigoroso.
L’idea mi accompagnava da molto tempo. Scriverlo mi è costato molto. Lo considero un libro di autocritica.
In che senso? Lei non ha alcuna responsabilità per gli aborti forzati.
Negli ultimi decenni la Cina ha subito trasformazioni profonde. Tutti si considerano vittime e nessuno si chiede se ha nociuto ad altri. È di questo che parla Frog. Io per esempio, anche se avevo appena 11 anni, mi unii alla Guardia rossa e presi parte alle critiche pubbliche contro il mio maestro. E in seguito chiesi a mia moglie di abortire per non compromettere la mia carriera disobbedendo al partito. Come vede, io sono colpevole.
Dai suoi libri emerge un quadro fosco della Cina moderna.
In questo senso sono molto poco cinese. La maggior parte dei libri e dei film cinesi hanno l’immancabile lieto fine. I miei romanzi si concludono quasi sempre tragicamente.
Quello che stupisce è che la dottoressa Wan possa applicare con assoluta intransigenza gli ordini del partito pur essendo consapevole che sono sbagliati.
È un aspetto dell’esperienza spirituale della mia generazione. Alcuni hanno capito che la Rivoluzione culturale è stato un errore, ma ritengono che il partito abbia saputo correggere quell’errore Mi si accusa spesso di essere membro del partito. Sono uno degli 80 milioni di iscritti al partito. Mi iscrissi nel 1979 quando ero nell’esercito. Considerai la Rivoluzione culturale uno sbaglio di alcuni dirigenti, non del partito in quanto tale. Nei miei libri critico duramente i funzionari del partito. Ho ripetuto più volte che scrivo per il popolo, non per il partito e detesto i funzionari corrotti.
Eppure è stato criticato dallo scrittore Liao Yiwu come “scrittore di Stato”, incapace di prendere le distanze dal potere politico.
Credo che Liao sia invidioso e lo capisco. Ma si sbaglia quando mi accusa di aver lodato Bo Xilai in una poesia. È vero il contrario. La mia era satira. Quando parlo di “ragni bianchi” alludo ai giovani cinesi che denunciano sul web le malefatte dei funzionari corrotti. Quando parlo di “cavalli neri” metto alla berlina i sedicenti intellettuali.
I suoi critici avrebbero travisato la poesia per farla apparire come un amico di Bo Xilai?
I miei critici sono per lo più scrittori e sanno benissimo cosa è una poesia satirica. Ma da quando mi hanno assegnato il Nobel osservano tutto quello che ho scritto o detto con una gigantesca lente di ingrandimento per cogliermi in fallo.

Le si rimprovera anche di aver contribuito alla stesura di un libro che celebrava il famigerato discorso con il quale nel 1942 Mao Zedong fissò i limiti che gli scrittori non avrebbero mai dovuto oltrepassare.
Ma poco alla volta li oltrepassammo e chi mi conosce o ha letto con onestà intellettuale i miei scritti non può accusarmi di essere stato acritico. Non bisogna mai dimenticare che faccio lo scrittore, non l’attore. Quando scrivo non lo faccio per infrangere tabù. E comunque ho detto più volte che Mao era un uomo, non un dio. Da bambino pensavo fosse un dio.

Nel suo paese molte persone vengono arrestate per quello che scrivono. Non sente di dover usare la sua influenza per difenderli?

Ho espresso con chiarezza la speranza che Liu Xiaobo venga rimesso in libertà quanto prima. Ma non basta mai. Mi si chiede continuamente di ribadire la mia posizione. Mi sembra inutile.

Un altro dei suoi critici è l’artista Ai Weiwei, un artista molto noto in Occidente.

La Cina è piena di artisti, di intellettuali, di professori universitari. Chi rappresenta la Cina? Io non ho questa pretesa. Quelli che rappresentano la Cina sono quelli che zappano la terra o che lavorano in fabbrica. Io scrivo e non amo parlare in pubblico e partecipare alla lotta politica.