Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2013  marzo 03 Domenica calendario

GRECO, ORO E DEVOZIONE "PRIMA DI SALTARE PREGO"

Dopo il terzo salto Daniele Greco cade in ginocchio. La misura non è (ancora) da estasi, non si capisce se preghi in attesa di conoscere il risultato o cerchi una benedizione per avere la forza di chiudere la gara. Si rialza dai 17 metri e 15, che non basterebbero a vincere il triplo agli Euroindoor, e zoppica. Si tasta le gambe, fa le smorfie, sembra che non riesca a continuare ma il meglio arriva dopo: 17,70, personale, a 3 centimetri dal primato italiano del bronzo olimpico Donato e oro. Non c’era concorrenza (l’argento Samitov sta a 40 cm di distanza) però serviva fede. E il ringraziamento arriva sulla maglietta del giro d’onore: «Jesus lives in me».

Che fa, prende il posto di Edwards nel ruolo del triplista devoto?

«Sono credente, da sempre. Sono convinto che il mio talento arriva da Gesù, mi hanno insegnato questi valori. Oltre all’allenamento serve la preghiera e canto anche nel coro di una chiesa».

Voce solista o nel gruppo?

«Prima ero in un coro, ma servivano troppe prove e con l’atletica sono spesso impegnato in trasferta, ora faccio il tenore: canto in una piccola chiesa con altri due ragazzi. Lodare il Signore mi riempie di energia. Prima di saltare, prego. Che c’è di strano? Mi reputo uno normalissimo».

Non ha mai pensato di non gareggiare nei giorni dedicati al Signore come faceva Edwards.

«No, non è il caso. Si può ringraziare Dio in tanti modi e momenti diversi. Aveva smesso anche Edwards di essere così osservante».

Poi ha smesso anche di credere.

«Ci sono rimasto un po’ male. Lui è il mio idolo sportivo, come è ovvio, mi ha ispirato, ha fatto un record del mondo incredibile che regge ancora oggi. Non ho mai capito perché abbia rinnegato la fede, forse non ho mai neanche voluto leggere cosa è successo. Comunque ognuno fa le sue scelte. Edwards resta un grande anche se lo preferivo prima».

A proposito di quel record del mondo, 18,29, è imbattibile?

«Ci si può arrivare, il francese Thamgo, se non si fosse rotto, ci sarebbe già andato più vicino. Tutti noi sogniamo di attaccare quella misura».

Questo oro con personale cosa cambia?

«Sapevo di poter saltare lontano, lo sapevo già da un bel po’. Ma riuscire a farlo davvero è un’altra cosa. Avevo dolori un po’ dappertutto, ma anche tanta voglia di successo. Devo essere onesto, per uno come me, che è arrivato 4° all’Olimpiade, questa era una gara da vincere a ogni costo, non c’erano avversari che potessero impensierirmi sul serio».

Quel quarto posto dietro all’unica medaglia azzurra dell’atletica come l’ha vissuto?

«Mi ritrovavo ai Giochi senza rendermene conto, al podio ci avevo pensato poi c’è stato il rammarico di non essere riuscito a finire la gara, ma forse era semplicemente il momento di Fabrizio Donato. Toccava a uno solo e vista l’età è giusto che sia stato lui. Ora è infortunato, gli dedico questo oro, ma prima o poi riusciremo a salire su un podio insieme».

Si allena spesso con lui. Come gestite la rivalità?

«È sempre un grande stimolo averlo vicino. Anche per lui visto che dal 2009 facciamo dei periodi di preparazione in comune e da allora lui ha sempre vinto qualcosa».

Più amici o più avversari?

«Una sana competizione che sta diventando una solida amicizia, lui dà consigli e quando non lo fa ci resto male e chiedo: ti sono piaciuto?»