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 2013  marzo 03 Domenica calendario

PORTERO’ DA NOI LA PSICANALISI LOW-COST E LE SEDUTE VIA SKYPE"

I freudiani della Società Psicoanalitica Italiana, riuniti in assemblea a Roma, proclamano oggi il loro nuovo presidente. È Antonino Ferro, 65 anni, palermitano di nascita, pavese di adozione, conosciuto in tutto il mondo. Siamo andati a trovarlo in un momento singolarmente sospeso della vita nazionale.

Lei si trova a presiedere un importante organismo internazionale nella propria declinazione italiana. Una bella responsabilità, di questi tempi.

«Vede, io ho una formazione per molti versi non italiana. In giro per il mondo è capitato spesso che colleghi per esempio britannici o finlandesi si mettessero a ridere del nostro Paese, e lei può immaginare di chi si ridesse. Sì, mi sono portato questa croce. Eppure la situazione che stiamo vivendo è molto simile a quella analitica: siamo in una specie di bolla e non ne capiamo il senso. Non sappiamo dove stiamo andando. Per fortuna, perché ogni sviluppo è possibile e non è detto che stia arrivando qualcosa di spiacevole. Sono quelle che nel mio mestiere si chiamano capacità negative, una caratteristica preziosa dei bravi analisti: l’essere in grado di tollerare l’incertezza fino a che non si configuri una Gestalt, cioè una forma precisa. Devo aggiungere però che io ho una concezione molto minimalista dell’analisi».

Vale a dire?

«La considero esclusivamente una cura della sofferenza psichica. Altri colleghi molto stimabili la usano come strumento per l’interpretazione del mondo. Li capisco, ma continuo a credere che non ci si debba far affascinare da certe sirene. Da questo punto di vista, mi considero come un bravo ortopedico. Il suo lavoro potrà essere influenzato dalla situazione economica e politica, e se per esempio il suo ospedale non ha strumentazioni efficaci ne risentirà. Ma, nella sostanza, il suo specifico sta nell’aggiustare le ossa».

Eppure la crisi incide, se non altro sulla difficoltà per i pazienti di pagare le sedute.

«Tanti di noi sono andati incontro a problemi di questo tipo. Non insormontabili: molti colleghi, giovani e no, fanno pagare ai pazienti un onorario ridotto, adeguato al loro stipendio. Ho intenzione di portare in Italia l’esempio della Tavistock Clinic di Londra: centri non solo di diagnosi ma anche di terapia, a basso costo, connessi col servizio pubblico».

L’altra crisi spesso evocata è proprio quella della psicoanalisi, per cui ogni tanto si recita il de profundis.

«È sbagliato. L’analisi gode di ottima salute e viaggia verso Est: prima l’Europa orientale, ora la Russia, la Cina, la Corea. Il fatto è che funziona. Altrimenti - non le pare? - avrei cambiato mestiere da un pezzo, visto che sono medico. Bisogna però guardare al futuro e non limitarsi a rimpiangere i fasti del passato. Ci si aprono territori ancora inesplorati. Prima di tutto, la possibilità di attaccare patologie sempre più gravi, che una volta gli analisti nemmeno prendevano in considerazione».

Gli psicoanalisti hanno anche cominciato a somministrare farmaci?

Mi piacerebbe che su temi come le famiglie gay , la psicoanalisi non tenesse posizioni di retroguardia. Siamo scientifici: andiamo a vedere, senza giudizi formulati a priori

«Per non fare pastrocchi è meglio che il medico che prescrive le medicine non sia lo stesso che cura con l’analisi. Ma con i pazienti gravi è ormai prassi: occorre agire di conserva, con il neurologo o lo psichiatra a stabilire una rete di sicurezza, per eventuali ricoveri o per le emergenze nel periodo di sospensione estiva delle sedute».

Altri nuovi orizzonti terapeutici?

«Le malattie psicosomatiche. Il filone più importante per il futuro dell’analisi sta però nei piccoli pazienti. Curare i bambini dà immense soddisfazioni, le terapie sono efficaci e durano molto meno di quelle degli adulti. Pensi che due analisti svedesi, Johan Norman e Björn Salomonsson, hanno addirittura cominciato a curare neonati di poche settimane, per esempio casi di anoressia infantile, usando i vocalizzi, le lallazioni».

Ma i bambini così piccoli sono talmente privi di esperienza da far pensare che si possa agire soltanto su fattori neurologici.

«Le emozioni cominciano subito. Ed è attraverso l’emotivo che il neurologico si sviluppa e si struttura».

Il sogno resta ancora la strada maestra per l’inconscio?

«Ha perso questo primato. Disponiamo di molti altri shuttle su cui salire. Ma ha acquisito una nuova funzione: oggi possiamo dire che soffriamo dei sogni non fatti, nel sonno e anche a occhi aperti. Per meglio dire, il sintomo è il precipitato di sogni che la nostra mente non è stata capace di fare. È una grande intuizione di Bion della quale ancora non si è tenuto il debito conto».

Che cosa non va, o va meno, nella psicoanalisi di questo inizio di millennio?

«È spesso troppo ortodossa, troppo ritualizzata. Si ricorda la famosa frase di Freud a Jung, mentre arrivavano a New York? “Non sanno che portiamo la peste”. Ecco: vorrei una psicoanalisi più pestifera, sulfurea, capace di osare. Pensi anche a certi tormenti sull’analizzabilità del paziente, a certe assurde chiusure sul setting. Il mondo va avanti: non mi scandalizzano neppure le sedute su Skype. Certo non sono la prima scelta, ma piuttosto che non curare un paziente…».

Alcune settimane fa, lei ha preso posizione a favore delle famiglie omosessuali.

«Mi piacerebbe che, su questi temi, la psicoanalisi non tenesse posizioni di retroguardia. Siamo scientifici, nel senso proprio della parola: andiamo a vedere, senza apriorismi. E dirigiamo le nostre carovane verso il West».