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 2013  marzo 03 Domenica calendario

GIANNI CELATI - "HO VISSUTO TRA CAOS E PASSIONI TRAVOLGENTI UN LUNGO FLUSSO DI COSCIENZA COME L’ULISSE"


[vedi appunti]

Non saprei bene dove collocare Gianni Celati. È uno scrittore vero. Profondo e bizzarro. Carlo Izzo, che fu suo professore all’università di Bologna, lo aveva soprannominato “Joyce”. Ascolto affascinato i suoi discorsi che non hanno direzione. Lo incontro a Torino, nella sede dell’Einaudi. Tra qualche giorno la casa editrice pubblicherà la nuova traduzione che egli ha fatto dell’Ulisse. Un lavoro durato sette anni. Per raggiungere un risultato che mi appare strepitoso. Glielo dico e lui, imbarazzato, gira lo sguardo verso la finestra. Fuori nevica e quando usciamo per andare a mangiare un boccone c’è a un angolo una mendicante che stende la mano. Celati fruga nelle tasche e tira fuori delle monete. Le parla, la tocca. Non mi arriva la sua voce. Ma intuisco che “Joyce” è lì come fosse in una strada di Dublino con la stessa neve che cade e che ricorda l’ultimo straordinario racconto di
Gente di Dublino:
“I morti”.
«In quella città dei primi del Novecento nevicava come non accadeva da tempo. Come ora nevica qui, in questa Torino dove feci il militare e dedicavo le mie serate a Joyce. Mi chiede dei morti. Molto più vivi dei vivi. Così li immaginava lo scrittore. In quell’idea di fallimento e normalità che era l’esistenza. Ma non era ancora Joyce dell’Ulisse, non aveva ancora toccato il caos con la mano del pensiero».
Il caos le è familiare?
«Molto più di quanto non sembri. Occorre disciplina per stare nel caos. Non sarei qui a raccontarle di Joyce senza il tumulto della mia vita. Che è fatta di sbagli ma altresì di cose bellissime, di passioni travolgenti. Come la ragazza tedesca che seguii ad Amburgo».
Amore per la vita più che per la letteratura.
«Non saprei distinguere le due cose. Seguii l’istinto. Forse volevo imparare il tedesco. Ma poi lei si stancò, smise di amarmi e io decisi di fare le valigie. Stavo per andarmene
in Danimarca, ma poi all’ultimo momento decisi di tornarmene in Italia. Mi iscrissi all’Università e conobbi Carlo Izzo. Per vivere davo lezioni di latino».
Izzo era considerato un anglista piuttosto bravo. Tanto che partecipò alla revisione della prima traduzione dell’Ulisse. Fu lui ad avvicinarla a Joyce?
«Cominciai a seguire le sue lezioni. Trovavo buffo e affascinante questo veneziano che parlava come un aristocratico inglese. Tutto gola e singhiozzi. Seppi che era stato grande amico di Ezra Pound. Si erano scambiati parecchie lettere. Poi il fascismo li separò di brutto. Izzo, che aveva una moglie ebrea, dopo le leggi razziali andò via dall’Italia. Finì l’amicizia con Pound, restò l’ammirazione per la sua poesia».
E Pound aveva più di un legame con Joyce.
«Il loro rapporto passava tra l’altro attraverso Omero. E fu un modo di immaginare un confronto con il mito. Un mito stravolto e piegato alle mille suggestioni che Joyce ricavava dalle sue radici irlandesi. E quelle radici per molto tempo rimasero oscure, o trascurate. Izzo sapeva poco dell’Irlanda e dell’irlandese. Era un uomo di un’altra generazione. La lingua era per lui l’inglese. E questo si sente nella prima traduzione dell’Ulisse».
Che è quella fatta da Giulio De Angelis.
«Sì, una traduzione benemerita. Da noi uscì nel 1960 nella revisione apportata da Izzo, Melchiori, Cambon. Quel gruppo di professori puntando a una lingua colta, alta, complessa, perdeva il retroterra irlandese senza il quale
Ulisse
rischia di essere un romanzo profonda-
mente diverso. Ma tutte queste cose, io stesso, le capii molto dopo».
L’inglese come lo aveva appreso?
«L’estate prima di conoscere Izzo ero stato in un college per affinare la lingua. Un professore irlandese mi accusò di aver scritto che Dio non esiste. Non era vero ma persi il diritto di frequentare quella scuola. Mi ritrovai senza soldi e senza alloggio. Andai a fare il lavapiatti in un ristorante. La sera, ricordo, traducevo Swift per gioco. Poi un giorno entrando in una libreria, comprai una copia usata dell’Ulisse. Fu il mio primo contatto con Joyce».
Tutto molto casuale.
«Come è stata in larga parte la mia vita. Prima di entrare all’università non sapevo cosa avrei fatto di me. Amavo i poeti provenzali, parlavo bene il francese e meno il tedesco. Nel frattempo mi ero sposato con una ragazza tunisina. Volevo anche imparare l’arabo. Poi saltò fuori Joyce. E compresi che quel mondo in qualche modo mi corrispondeva. E decisi di farci la tesi. Devo molto a Izzo che in seguito mi spedì due anni a Londra con una borsa di studio e cominciò da allora la mia vita da girovago».
Che la portò dove?
«In giro per l’Europa e poi in America. Ricevetti un invito dall’Università di Ithaca. Era il tempo in cui avevo scritto Comiche che Calvino fece pubblicare da Einaudi. Devo molto anche a Italo. Lui era l’ordine mentale fatto persona. Non credo gli fregasse molto di Joyce. Ma si interessò tantissimo alla mia traduzione di Swift. Mi sono spesso chiesto come abbia fatto a sopportare un presuntuoso come me».
A Ithaca cosa fece?
«Studiai e insegnai per un paio di anni. Mi ero appassionato alla lingua maccheronica che Joyce, tra l’altro, impiegherà nei suoi schemi mentali».
In che modo?
«Conosceva la tradizione italiana e probabilmente aveva letto Teofilo Folengo. Una punta di spillo, ma sufficiente per intuire come in lui confluiscano molteplici esperienze culturali. Io tenevo un corso serale nel mio studio con cinque o sei studenti. Ci portavamo da mangiare e da bere. La filosofia francese stava diventando di moda e i divi del momento erano Derrida e Foucault».
Li ha conosciuti?
«Abbastanza bene. Con Derrida, che incontravo spesso in treno, diventammo amici. Insegnava a Yale. Men-
tre Foucault era a Syracuse. Una volta fu invitato a Ithaca per un seminario su Sade. Fu una cosa straordinaria. Non so se ero più affascinato dalla sua testa levigata come una boccia o dalle sue parole. Poi, finita la lezione, mi avvicinai a lui e parlando gli dissi che ero amico di Derrida. Cambiò espressione: un petite prof de lycèe, commento brusco. Furono anni caotici. Joyce era ancora un fiume sotterraneo».
E quando diventò evidente?
«Beh, in qualche modo si è sempre sovrapposto alla mia vita. Potrei dire che la musica del suo stile risuonava nella mia testa e che il flusso di coscienza battesse il tempo del mio ritmo. Ma dopotutto, c’è sempre un momento ufficiale in cui le cose convenzionalmente nascono. E per me è stata l’offerta che una decina di anni fa l’Einaudi mi ha fatto di ritradurre l’Ulisse».
E lei accettò in che modo?
«Accettai dopo molti dubbi. C’era la sfida, certo. Ma anche il bisogno di soldi. Con Gil, la mia nuova moglie, avevamo comprato una casa a Brighton e incombeva il mutuo. Ma il giorno dopo che firmai il contratto mi arrivò l’invito per passare un anno a Berlino. Mi diedero soldi, una casa e perfino un tutor. Senza chiedermi niente in cambio. Mi misi a tradurre alcuni racconti di Kafka. Poi, come preso da rimorso, passai finalmente a Joyce: tradussi il monologo in cui Molly stramaledice suo marito. Alla fine mi accorsi che non funzionava. Compresi che stare su Joyce era come sdraiarsi su una polveriera. Potevo saltare ad ogni momento».
Valutò la decisione di mollare?
«Sì, ma poi tornando a Brighton decisi di lavorare seriamente all’Ulisse: dalle sei del mattino alle sei di sera. Sul tavolo avevo dizionari di tutti i tipi: irlandese, gaelico, inglese, latino. Modi di dire appresi in campagna o in città. E in tutto questo caos, nel quale non so quante volte mi sono disperato, ho sentito che dovevo arrivare fino in fondo».
È curioso, ma il racconto che lei sta facendo di questa straordinaria traduzione ripropone il joyciano
stream of consciousness.
«La mia vita, come l’Ulisse, è stata un lungo flusso di coscienza ».
Cosa ha rappresentato questo romanzo che quando uscì nel 1922 sconvolse i codici della letteratura e divise la critica? Eliot lo accolse come un capolavoro, Virginia Woolf lo stroncò.
«Anche Pound ebbe delle riserve. E lo stesso Beckett non so fino a che punto lo accettò. Dentro quel romanzo c’è buona parte della cultura occidentale: ci ritrovi Dante, Vico, perfino Giordano Bruno e Spinoza. Senza dimenticare la patristica che gli derivava dall’educazione nelle scuole dei gesuiti. È possibile che di molte cose non avesse una conoscenza diretta. Ma è straordinario il grado di assimilazione che mostra».
Come leggerlo?
«Ho puntato sulla musicalità del romanzo. E quindi non si tratta di interpretare le singole frasi, sulle quali è possibile dividerci nell’interpretazione. Si tratta di pensare Ulisse
in chiave taoista e allora, improvvisamente, le asperità, i conflitti, le incomprensioni si sciolgono».
È il flusso.
«Certo, con la sensazione che tutto è sospeso e guidato da piccole onde che non provocano né scarti né traumi. È il passo stesso di Leopold Bloom che si muove all’insegna dell’idea che niente di speciale sta accadendo. Capisce la trovata di Joyce? Niente di speciale nelle 24 ore in cui si svolge la storia».
Niente di epico. Joyce ripensa la quotidianità?
«Assegna un valore diverso alla normalità. Perché è di quella che siamo fatti. E tutto accade nell’immediatezza, nel fluire stesso della vita. Mi viene in mente
L’uomo con la macchina da presa,
di Dziga Vertov, dove dall’alba al tramonto un cineoperatore riprende scene di vita quotidiana a Odessa. Non so se Vertov conoscesse
Ulisse.
Ma in qualche modo ne è il corrispettivo cinematografico».
Pound scrisse che Joyce prese in mano l’arte dello scrivere dove Flaubert l’aveva lasciata e aggiunse che Bouvard e Pécuchet, come Bloom, sono le basi della democrazia, dell’uomo della strada.
«Giudizio ineccepibile. Mi viene da aggiungere che c’è molta più vicinanza con Flaubert che non con Proust. Con la
bêtise
che non con le
madeleines o
con il
tempo ritrovato.
A proposito di Pound mi torna in mente una foto in cui, ormai vecchio, il poeta visita la statua di Joyce a Zürichberg. Sono stato a lungo Zurigo, dove Joyce passò l’ultima fase della sua vita. E dove è sepolto. Ho girato tra i suoi posti e visto quel monumento sinuoso, accanto alla sua tomba. Ha la stessa fluidità del romanzo: si direbbe un uomo snodabile che sta pensando a una acrobazia. Ecco, tra gli scrittori che conosco Joyce è stato il più acrobata».
In fondo le somiglia.
«Lei trova? Ho corteggiato troppi disastri per sentirmi un uomo sul trapezio».