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 2013  marzo 03 Domenica calendario

IL POTERE DEL PAPA


«Ora Stalin vedrà quante divisioni abbiamo lassù!». Si tramanda che Pio XII abbia commentato così, con romana ironia, il passaggio a miglior vita del dittatore. Il riferimento era alla battuta — «Quante divisioni ha il papa?» — con cui Stalin pare avesse obiettato, con imperiale sufficienza, a Winston Churchill, che osava ricordargli le esigenze della Polonia cattolica nella ridefinizione degli equilibri geopolitici europei. Nello scambio di cortesie
due modi di concepire la potenza: quello violentemente pragmatico di una superpotenza storica e quello proprio di una struttura a vocazione pastorale che si attribuisce legittimazione divina. Ma la missione spirituale non significa per la Chiesa di Roma rinunciare al potere. Anzi, la sua radice costantiniana l’ha sempre incardinata in questo mondo e nei suoi conflitti. Anche il papa è stato, e in qualche misura rimane, un imperatore. Il sovrano pontefice, appunto.

Lo stesso papa Pacelli rivendicava alla Chiesa il diritto/dovere di fare la sua parte nella rete dei rapporti di forza che segnano la storia delle civiltà umane. Il titolo della sua allocuzione per il concistoro del 20 febbraio 1946 non potrebbe essere più esplicito:
Potenza e influsso della Chiesa per la verace restaurazione del mondo.
Dove distingueva tra l’imperialismo classico, vocato a estendere lo spazio del proprio potere — magari in nome della religione (
cuius regio eius religio)
— e l’evangelizzazione cattolica, che «progredisce innanzi tutto in profondità, poi in estensione e in ampiezza». Cura dell’anima, certo, ma qui e ora. Perché se è vero — come ricorda Andrea Riccardi — che «la Chiesa non ha una visione imperialistica, non mira al controllo dei popoli e delle risorse, ma vuol formare l’uomo», essa opera «nella società, che è di tutti, non solo della Chiesa e dei cattolici».
Certo il papa non è più arbitro degli imperi, come ai tempi del trattato di Tordesillas (1494), quando Alessandro VI bisecava il pianeta fra domini spagnoli e portoghesi. Ma nemmeno un quarto di secolo fa Giovanni Paolo II partecipava da protagonista alla ridefinizione della carta geopolitica dell’Europa e del mondo. Papa Wojtyla passerà alla storia per aver confutato il teorema di Stalin, contribuendo a distruggerne l’impero. Grandiosa operazione geopolitica, espressione di una strategia di potenza sui generis, ma per nulla astratta. Non per caso Giovanni Paolo II dichiarava una «spiritualità geografica». Nel senso missionario del termine: ogni buon vescovo studia la carta della sua diocesi come strumento per meglio diffondervi la Verità. Se a farlo è il vescovo di Roma, la sua mappa sarà il planisfero.
Su questo sfondo possiamo meglio misurare il recente declino della potenza della Chiesa, culminato nell’abdicazione del sovrano pontefice Benedetto XVI. Non solo confessione di umana debolezza — espressa con argomenti quasi luterani, in un latino poco ortodosso — ma sanzione della crisi della funzione papale. In senso tecnico. Il papa di Roma non sa più come parlare al mondo e il mondo sembra poco disposto ad ascoltarlo. Arroccato nella elegante difesa della sua fede, il teologo Ratzinger si è scoperto sopraffatto da un organismo che dopo l’incompiuto Concilio Vaticano II — con la sua carica di critica, pur minoritaria, dell’assoluto primato papale — sembra aver smarrito l’orientamento.
La stella polare di Benedetto XVI è stata l’antimodernismo vestito da modernità. Nulla di geopolitico, poco di pastorale, molto di cerebrale. Se la Chiesa è solo minoranza combattente nella deriva del secolo, a soffrirne è anzitutto la missione. La Chiesa che non rischia la contaminazione col mondo contamina se stessa. E perde potenza, giusta l’interpretazione pacelliana del termine.
Sarebbe ingeneroso addossare a Joseph Ratzinger ogni responsabilità della crisi. Giovanni Paolo II, già prima di ammalarsi, aveva quasi rinunciato al governo della Chiesa, affidandolo all’opaca macchina curiale, alla cui ombra si compivano nefandezze di cui solo negli ultimi tempi si è cominciato ad aver pubblico sentore. Con un grande papa carismatico, che si appellava direttamente al gregge e curava di ingrandirlo aggirando le strutture ecclesiastiche più che servendosene, errori e drammi della Chiesa restavano oscurati. Con un papa professore e non proprio comunicativo, sono cominciati a venire alla luce. Anche per suo merito.
Oggi la Chiesa cattolica sembra più una confederazione di introvertite Chiese particolari o nazionali che non l’organismo universale evocato nella sua stessa denominazione. È a un tempo meno romana e meno aperta al mondo. Colpisce che la frammentazione del corpo ecclesiastico sia coincisa con l’avvento di due papi stranieri — un polacco e un bavarese — e con la perdita di rilievo e di prestigio delle gerarchie italiane. Tutto ciò mentre sul mercato delle religioni, in evidente espansione, si affermavano sètte neoprotestanti capaci di erodere il gregge petrino — la potenza della Chiesa di Roma — financo in nazioni di antica matrice cattolica. Continuando tale tendenza, il mondo cattolico finirà per chiedersi a che cosa serva la sede romana, lo Stato del papa, il papa stesso.
Per recuperare parte della potenza perduta, il successore di Ratzinger non potrà però limitarsi alla riforma della curia, a rigovernare la struttura, a ridarle slancio. Dovrà muoversi nell’orizzonte della “Terza Chiesa”, il paradigma del cattolicesimo post-eurocentrico preconizzato nel 2002 da Philip Jenkins in polemica con i declinisti, accusati di scambiare la crisi del cattolicesimo veterocontinentale con la fine della Chiesa universale. La quale starebbe solo cambiando asse, orientandosi verso l’America Latina e l’Africa. I numeri confortano questa tesi. Dal 1910 al 2010 la percentuale dei cattolici su scala planetaria è rimasta costante: metà dei cristiani, un settimo dell’umanità. Ma se un secolo fa gli europei erano il 65 per cento dell’intera cattolicità, oggi sono solo il 24. Il continente cattolico per eccellenza è l’America Latina (39 per cento), mentre a ridosso dell’Europa troviamo l’Africa subsahariana (16, solo l’1 per cento un secolo fa), con l’Asia Pacifico al 12 e il Nordamerica all’8 davanti al Medio Oriente-Nordafrica, dove vive solo un cattolico su cento.
Insomma, il potenziale c’è. Manca la potenza, che necessita di una guida sicura e insieme aperta, capace di orientare il gregge, di parlare al secolo e di ascoltarlo. E di far pesare la parola della Chiesa fra i decisori politici, dov’è quasi inaudibile. Ancora dieci anni fa il presidente Bush si preoccupava della
posizione del papa sulla guerra all’Iraq. Oggi a Obama non salterebbe in mente di informarsi sulle opinioni vaticane riguardo alle proprie scelte strategiche.
Ma può ancora essere Roma il centro della “Terza Chiesa”? Apparentemente no. In teoria, il baricentro dovrebbe spostarsi altrove, in qualche punto del Panatlantico, lontano dal Vaticano. Di fatto, l’alternativa non è fra Roma e un altro centro, è fra Roma e nessun centro.