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 2013  marzo 03 Domenica calendario

DESAPARECIDOS, È CACCIA AI FIGLI IN ITALIA

Un grumo di malinconia in­castrato tra il cuore e lo sto­maco. Una nota dissonante, quasi impercettibile a volte, quando la sinfonia incalza. Anche se nel fon­do, la sua eco resta costante. Così è il senso di smarrimento che accom­pagna gli ex “bimbi rubati” dalla dit­tatura argentina. «Nostalgia di un non luogo», l’ha definita la scrittrice Elsa Osorio.
«È un sentimento di perenne sradi­camento, il rimpianto di qualcosa che non hai mai avuto. O meglio, pensi di non aver avuto», racconta ad Avvenire, Macarena Gelman García, tra i più noti a livello inter­nazionale dei figli perduti e poi ri­trovati dei desaparecidos. Suo non­no, il poeta argentino Juan Gelman – uno degli autori più famosi di lin­gua spagnola –, per 23 anni, ha let­teralmente rivoltato il Paese per cer­carla. E, alla fine, il 3 aprile 2000, ha potuto riabbracciarla, nel vicino U­ruguay, dove la madre era stata por­tata per il parto, nell’ambito del pia­no di mutua collaborazione tra i re­gimi del Cono Sud, il cosiddetto “Plan Condor”.
A Montevideo, la ragazza aveva da­to alla luce Macarena prima di esse­re ammazzata. La neonata era stata abbandonata di fronte alla porta del­la casa di un “poliziotto fidato” con un biglietto. Con lui e sua moglie la bimba è cresciuta «in modo sereno», dice. A parte un’indefinibile sensa­zione di estraneità a quella famiglia e al suo mondo. «Penso che la verità sia sempre stata sepolta in me. Solo dopo, però, ho potuto ricollegare quei segnali prima indecifrabili. Per questo, chiunque abbia un dubbio dovrebbe fare il test del Dna».
Macarena è in Italia con l’associa­zione www.24marzo.it, insieme al­l’altro ex “bimbo rubato”, Manuel Gonçalves Granada, per promuove­re anche qui la ricerca dei figli “man­canti” dei desaparecidos. Un’inizia­tiva realizzata dall’Ambasciata ar­gentina a Roma e dalla Rete per l’i­dentità, organizzazione che sostie­ne il lavoro delle “Nonne di Plaza de Mayo”. Il caso di Macarena è un’ec­cezione: a cercare ostinatamente, da oltre 36 anni, i piccoli strappati due volte – ai genitori e al resto della fa­miglia – sono state le nonne. Che, proprio come le mamme dei desa­parecidos, hanno sfidato la dittatu­ra. E, tuttora, non si stancano di por­tare avanti le cause contro i milita­ri implicati nella feroce repressio­ne. Secondo gli attivisti, sono circa 500 i “nipoti rubati”: finora le Non­ne di Plaza de Mayo ne hanno ri­trovati 106. La maggior parte in Ar­gentina ma alcuni anche nei Paesi vicini, dal Perù al Brasile all’Uru­guay. Si sospetta, però, che i giova­ni portati all’estero o trasferiti suc­cessivamente siano molti di più. Da qui la campagna internazionale. In Italia – rivelano fonti argentine – ce ne potrebbero essere addirittura un’ottantina. Al momento, però, so­no solo tre i casi in esame: due uo­mini e una donna. Sarà il test del D­na a rivelare loro la verità.
Una verità ancora, per molti aspet­ti, indecifrabile, a trent’anni esatti dalla fine della dittatura. Nono­stante i passi avanti dell’ultimo de­cennio. Il 2012 è stato l’anno dei “grandi processi” per crimini contro l’umanità, con 24 cause concluse e 111 nuove condanne. Una cifra re­cord da quando sono ricominciati i giudizi agli ex militari, dopo l’an­nullamento delle leggi di amnistia e indulto nel 2006. In particolare, lo scorso luglio si è conclusa la storica causa per i crimini commessi all’ex Scuola meccanica della Marina (E­sma). Il tetro centro di formazione trasformato in prigione clandesti­na dal regime: lì sono state rinchiu­si, torturati, uccisi e fatti sparire – la maggior parte gettati nel Rio de la Plata – almeno 5mila oppositori, reali o presunti. E lì, nella soffitta – chiamata la “Capucha” – sono nati gran parte dei 500 bimbi “rubati”.
La Corte, per la prima volta, ha ri­conosciuto che il sequestro e l’ado­zione sotto falso nome dei piccoli era una pratica sistematica, inflig­gendo al principale ideatore della strategia – l’ex generale Jorge Vide­la – mezzo secolo di carcere. Per il “furto di bimbi” e per i terribili voli della morte in cui sono stati assas­sinati i loro genitori, è in corso a Buenos Aires l’ultima puntata della causa Esma. Sul banco degli impu­tati ci sono 68 ex gerarchi: una scel­ta dovuta alla necessità di “accor­pare” le cause data l’elevata età di te­stimoni (oltre 900) e imputati. Il tempo ora è il principale alleato del­l’impunità.