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 2013  marzo 01 Venerdì calendario

VOTERÒ AL PROSSIMO CONCLAVE SUL FILO DEGLI 80


TORINO. Com’è bello parlare del Papa (di quello che se ne va e di quello che viene) con chi sa che Papa non lo è diventato e non lo diventerà mai. Ma che un Papa, invece, l’ha già eletto una volta e che adesso dovrà votarne un altro. Questione di pochi giorni e dell’importanza di essere nato il 18 marzo 1933, meno di tre settimane prima del 28 febbraio e dunque in tempo per non avere ancora 80 anni all’apertura della sede vacante e, così, poter entrare nel Conclave. «Una preoccupazione, sa, questa di andare nella Cappella Sistina... Quando ho sentito la notizia delle dimissioni di Benedetto XVI, non avevo neppure realizzato che avrei dovuto rifarlo. Mi ero commosso, avevo le lacrime agli occhi, non pensavo ad altro. Poi mi ha telefonato un suo collega di Repubblica e mi ha avvertito: Eminenza, ci sarà anche lei... Per una manciata di giorni appena: 18 per la precisione».
Severino Poletto, cardinale e arcivescovo emerito di Torino, è un principe della Chiesa strano e difficilmente classificabile. Veneto ma trapiantato fin da ragazzino in Piemonte, contadino e dopo prete-operaio ma senza mai indulgere alle tentazioni del dialogo tra Vangelo e Capitale come andava di moda in quegli anni, poi parroco e dopo vescovo, prima di Asti e infine di Torino. Un pupillo dell’allora Segretario di Stato Angelo Sodano: potestà e alleanze che se ne sono andate con Karol Wojtyla e con tutto il bene e tutto il male del suo pontificato. Uno che resterà noto per sempre, però, grazie soprattutto a due omelie storiche pronunciate in due funerali altrettanto importanti. La prima ad Asti, quando si seppelliva un fratello ingegnere di Sodano, sfiorato mesi prima da Tangentopoli, e nella quale Poletto parlò contro certi eccessi della magistratura; la seconda nel Duomo di Torino che dava l’addio, dieci anni fa, a Gianni Agnelli e dove toccò all’arcivescovo – nel silenzio colpevole di molti altri – ammonire ciò che restava della Famiglia perché non abbandonasse la Fiat e la città. Ora, invece, l’arcivescovo emerito passa dalla breve rievocazione del momento dello shock per l’addio di Ratzinger («Gli ho scritto un telegramma, eccolo qui: gli parlo delle mie lacrime sincere, gli dico che il suo è il gesto di un santo») all’invito a non fare troppi pettegolezzi («Il problema non è se vestirà ancora di bianco, se porterà ancora le scarpe rosse e quale sarà il suo nuovo titolo...») e, infine, al ritorno alla segretezza ecclesiale («Lei è simpatico e anche furbo, ma non riuscirà a farmi dire né del prossimo Conclave né di quello di otto anni fa. Parliamo d’altro, parliamo di questo grande Papa che lascia»).
Adesso che non è più la guida spirituale di Torino, ora che non può più ricevere Giovanni Paolo II o Benedetto XVI per l’adorazione della Sindone, il simbolo più paradossale di un cattolicesimo che si è sempre alimentato dell’autenticità dell’impegno sociale (dal Beato Cottolengo a don Luigi Ciotti), Severino Poletto vive in una villetta a schiera ai piedi della collina torinese che, tra Moncalieri e Chieri, fugge verso il Monferrato e prima delle Langhe. Frazione Testona di Moncalieri, la terza città del Piemonte che non è capoluogo e dista dell’ex capitale di Savoia soltanto la corsa di un autobus. Una sorta di «non luogo»: un po’ campagna, un po’ metropoli, un po’ già mondo post industriale. «Non è mia la villa, lo scriva per favore, è della Diocesi» spiega nel salottino con le poltroncine rivestite di raso dorato e la riproduzione in rame di una Natività. L’approccio al Santo Padre è assolutamente formale e degno, nel suo dialogare, di un saggio sui tanti modi di citare un Papa: «Vostra Santità, Vescovo di Roma, Successore di Pietro, Augusta Persona...». Poi, invece, diventa all’improvviso una predica sull’umiltà: «Se lo ricordano in pochi il suo primo discorso, dal loggione di San Pietro. Era già scritto tutto in quelle parole: I signori cardinali hanno eletto me, umile servo nella vigna del Signore. Il gesto di dimettersi nasce tutto da quell’umiltà. Provate a rileggervi l’annuncio delle dimissioni tradotto dal latino. Spuntano frasi come: Ho esaminato la mia coscienza; Sono giunto alla certezza dell’inadeguatezza della mia condizione attuale; Ho visto crescere, negli ultimi mesi, la mia incapacità».
Ma se fosse ancora vivo Dante Alighieri? Anche quella di Benedetto XVI, come scrisse per Celestino V, diventerebbe una viltade? «Non è viltà, è coraggio: per la Chiesa. A parte che poi la storia ci ha detto che Celestino V era un santo». Già, ma lei se lo sarebbe aspettato, lo avrebbe previsto il giorno in cui votò perché Joseph Ratzinger diventasse Benedetto XVI? «No, lo ammetto: nessuno di noi pensava, sino a poche settimane fa, che un Papa potesse dimettersi. Ma è accaduto ed è un modo diverso di vivere la stessa missione: Giovanni Paolo II sentì il dovere di far vedere al mondo la propria malattia, mentre pochi anni prima Paolo VI si era fatto invece operare nel segreto di un ospedale romano. Adesso, un altro Papa ha compiuto un gesto altrettanto legato alla fede, ma profondamente lontano da quello dei suoi predecessori. Io mi commuovo di fronte a ciascuna di queste scelte. Benedetto XVI ha compiuto quella di chi non si sente padrone della Chiesa, ma suo servo. Un servo che non subisce, ma che dichiara la propria volontà. Non è un atto di resa, ma un atto di forza».
E contro chi? È vero che Ratzinger si è dimesso contro le degenerazioni della Curia, contro il dolore per i tradimenti dei Corvi vaticani, contro il peso dei preti pedofili? «So che ha molto sofferto, ma non penso che sia ciò che lo ha spinto davvero. L’amarezza per quei fatti l’ha provato, ma non l’ha piegato. La sua non è depressione, è vita».
Il cardinale ha detto subito che non parlerà del prossimo Conclave, ma io ci provo lo stesso: di quale Papa avrà bisogno adesso la Chiesa? Il sorriso scaltro e contadino di Severino Poletto prima si irrigidisce per un attimo e poi si distende di nuovo bonario. Il sorriso di un emerito che eleggerà per la seconda volta un Papa e tutto per un cavillo di soli 18 giorni: «Le racconterò solo ciò che dicevo quando andavo in visita nelle parrocchie da arcivescovo. Chiedevo: Chi è il più importante tra noi? La risposta era sempre la stessa: Lei, cardinale. Io allora replicavo: Nella Chiesa nessuno è più importante, lo siamo tutti. Guardi, deve valere anche per il Conclave...».
Ettore Boffano