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 2013  marzo 01 Venerdì calendario

PER AIUTARE I SENZA LAVORO LO STATO PUNTAVA SULLA CARITÀ

Nel 1986 tre economisti francesi, Robert Salais, Nicolas Baverez e Bénédicte Reynaud, pubblicarono un libro intitolato L’invention du chomage. Se la disoccupazione era sempre esistita, se il numero dei senza lavoro e dei sottoccupati raggiungeva livelli impensabili perfino nel nostro mondo disastrato, che cosa c’era mai da inventare? A leggere alcune pagine di Henry Mayhew, un attento osservatore della realtà londinese, sembra che intorno al 1880 (anno da cui prende avvio la ricerca dei tre studiosi francesi) nulla fosse cambiato rispetto a cento anni prima: «In tutte le occupazioni esiste una superfluità di manodopera, e questo fatto tende da solo a conferire all’impiego di un gran numero di operai un carattere piuttosto aleatorio e occasionale che regolare. Nella generalità dei mestieri si calcola che un terzo delle braccia sia occupato interamente, un terzo occupato parzialmente, e un terzo disoccupato per tutto l’anno».
Da scoprire non c’era molto; era però cambiato il mondo intorno alla disoccupazione. Come spiegò dettagliatamente William Beveridge in The Unemployment: A Problem of Industry, pubblicato nel 1909, la nascita della grande fabbrica e lo sviluppo dell’economia capitalistica avevano mutato la natura del problema. Con Max Lazard, membro della Società statistica di Parigi, l’inventore del welfare state condivideva l’idea che la disoccupazione non poteva più essere considerata «in termini individuali e morali, ma come un fenomeno industriale, sociale, oggettivo». Come ha scritto di recente Ingrid Liebeskind Sauthier, «non si trattava più di classificare i disoccupati ma le diverse forme di disoccupazione, non si dovevano sommare degli individui ma misurare un fenomeno sociale utilizzando indici appropriati».

L’inattendibilità dei censimenti. Nulla sembrava più semplice che rilevare il numero dei senza lavoro, stabilire per quanto tempo rimanevano disoccupati e per quali cause. Un’occasione propizia per raccogliere questi dati sembravano i censimenti generali della popolazione che si tenevano regolarmente in tutti i Paesi industrializzati. Le prime domande sulla disoccupazione furono inserite nel censimento americano del 1890, in quello tedesco del 1895 e nel censimento francese dell’anno successivo, mentre in Gran Bretagna si dovette attendere fino al 1931. Contrariamente a quanto ci si aspettava, i risultati furono del tutto insoddisfacenti. Le ragioni erano più d’una. Poteva capitare che il censimento cadesse nel bel mezzo di una crisi e quindi la disoccupazione risultava gonfiata; oppure poteva svolgersi in un momento in cui la disoccupazione stagionale era assente e quindi veniva sottovalutata. E poi nel lungo intervallo fra un censimento e l’altro si potevano registrare fenomeni – una crisi congiunturale, una guerra – che incidevano sull’occupazione ma che sfuggivano alla rilevazione. Si trattava, insomma, di un rompicapo di difficile soluzione. Come ebbe a dire Lucien March, il capo dei servizi statistici che organizzò il censimento francese del 1896, «non riusciremo a misurare la disoccupazione se non quando dovremo adottare delle misure per combatterla».
Se si voleva penetrare nel cuore del fenomeno occorreva procedere a indagini più dettagliate come quelle che ebbero luogo negli stessi anni a Londra e a New York. Nella capitale inglese, fra il 1894 e il 1903, il 21 per cento dei tipografi e il 39 per cento dei rilegatori erano stati disoccupati tutti gli anni per un periodo più o meno lungo. Nella metropoli americana, nel 1902, il 44 per cento dei capifamiglia lavorò per l’intero anno; gli altri rimasero senza impiego per dieci settimane in media. Otto anni più tardi, nella stessa città, gli operai occupati nell’edilizia e nei cantieri navali persero dal 30 al 40 per cento del loro salario a causa della disoccupazione. Fluttuazioni così marcate dipendevano dal fatto che alcuni settori, come l’edilizia, risentivano degli andamenti stagionali, ma soprattutto dal fatto che un numero ancora limitato di professioni potevano vantare un rapporto di lavoro stabile. A partire dalla metà dell’Ottocento lo si incontrava nella pubblica amministrazione, nelle compagnie ferroviarie, nelle banche, nelle compagnie di assicurazione e, verso la fine del secolo, anche nelle grandi imprese protagoniste della seconda rivoluzione industriale. Si trattava, nel complesso, di un nucleo ancora circoscritto ma che andava rapidamente estendendosi e che, per questa ragione, rendeva più facile individuare le sacche di disoccupazione e gli strumenti per farvi fronte.
Nel settembre del 1910 si riunì a Parigi la Conferenza internazionale sulla disoccupazione, «una riunione privata fra specialisti che aveva lo scopo di dar vita a una associazione internazionale» per affrontare il problema che non si poteva più eludere. Nel solenne anfiteatro della Sorbona si riunirono 582 partecipanti provenienti da 27 Paesi, 18 delegazioni ufficiali inviate dai rispettivi governi e i rappresentanti di 193 istituzioni. Al termine dell’intenso dibattito che si protrasse per quattro giorni venne fondata l’Associazione internazionale per la lotta contro la disoccupazione.
Trent’anni e più di dibattiti avevano chiarito che senza una conoscenza adeguata di quanti erano i disoccupati, dove si annidavano e perché non trovavano lavoro, era impossibile adottare misure efficaci. Ma non erano andati molto oltre. Di fronte alle crisi che gettavano sul lastrico migliaia di lavoratori, i governi si adagiarono sugli strumenti del passato. Fra il 1866 e il 1869 il governo inglese rinnovò e rese più efficienti le vecchie regole dell’assistenza ai “poveri validi” e spronò la carità privata ad affiancarlo nella sua opera. Fra il 1883 e il 1886 invitò le autorità locali ad avviare lavori in grado di contenere la disoccupazione. In Francia si fece ricorso soprattutto ai lavori pubblici e nel 1908 si pensò di adattare il loro ciclo alle fluttuazioni dell’industria. Si affacciava così, molto timidamente, l’idea che la disoccupazione, se non si poteva prevenirla, si poteva almeno combatterla.