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 2013  febbraio 26 Martedì calendario

«ITALIA SOLIDA PER INVESTIRE» [

Parla Ahmad al-Sayed, ceo di Qatar Holding, «braccio» del fondo sovrano ] –
«Non si aspetterà che le dia questa notizia, vero? Le posso solo dire che il nostro portfolio cresce: compriamo, vendiamo, sosteniamo, produciamo in diversi Paesi. Non abbiamo preferenze: seguiamo le opportunità». Comunque il portfolio di Qatar Holding, braccio operativo di Qia, il fondo sovrano del Paese, dovrebbe valere più di 100 miliardi di dollari, con un piano di spesa di 30 miliardi solo nel 2012.
Ahmad al-Sayed sorride e non aggiunge altro: sono solo le voci della finanza. È il non ancora quarantenne amministratore delegato di Qatar Holding al quale fanno capo diversi gruppi. Qh è una sussidiaria di Qatar Investment Authority, il fondo sovrano il cui board è governato dal primo ministro cugino dell’emiro, dal governatore della Banca centrale e dal ministro delle Finanze. Nello staff di Ahmad al-Sayed ci sono analisti ed esperti di mercati globali, il 70% dei quali stranieri.
Finalmente una parte dei soldi del fondo sovrano più attivo della regione ha preso la strada dell’Italia: prima la Costa Smeralda e ora la joint venture da 2 miliardi di euro con la Cassa depositi e prestiti. Ahmad al-Sayed sembra stupito dello stupore: «A dispetto della crisi finanziaria l’Italia ha buoni fondamentali: ha imprese di grande valore nei settori compresi dal nostro accordo, come l’alimentare e la moda. Ma guardiamo anche al manifatturiero e forse al commercio al dettaglio».
Fare soldi è il vostro obiettivo. Per raggiungerlo qual è la vostra "filosofia"?
Siamo investitori a lungo termine. Non andiamo in un posto per fare soldi e poi andarcene. Gradualmente negli anni vogliamo creare un valore: in Sardegna ci stiamo provando. I soldi che mettiamo devono essere spesi bene per fare un prodotto migliore, tenendo conto della cultura del luogo in cui opera la compagnia nella quale abbiamo investito, e delle autorità locali con le quali abbiamo a che fare. Vogliamo guadagnarci ma vogliamo che ci guadagnino tutti, che si crei lavoro. Se funziona, altri investitori verranno.
Sembra troppo bello: in Italia investirete in quote o comprerete imprese?
Normalmente rileviamo quote e lavoriamo accanto al management che già esiste e che ha bisogno di denaro per espandere l’impresa. Vogliamo essere un valore aggiunto. È quello che abbiamo fatto alla Vw-Porsche. Non siamo molto interessati a un’acquisizione piena ma valutiamo ogni offerta che ci viene presentata. Noi siamo opportunisti: nel senso che valutiamo tutte le opportunità.
Fino ad ora vi eravate concentrati su Francia e Gran Bretagna. Perché l’Italia, adesso?
Appunto, per le opportunità ovunque si creino. L’Italia potrebbe essere interessante, le politiche dell’ultimo governo sono interessanti: creeranno valore nel medio e lungo termine. Abbiamo fatto l’accordo da due miliardi con Fsi. Vogliamo creare un private equity fund per un ulteriore investimento da 500 milioni/un miliardo di euro per le piccole e medie imprese.
Il panorama politico italiano non sembra però così chiaro.
Ma i fondamentali sono buoni. La classe media, le famiglie, le imprese sono un tessuto solido. Non abbiamo troppa paura perché chiunque governerà, cercherà di migliorare l’economia, ridurre il livello di rischio degli investitori. Quando noi compriamo, ci concentriamo sui nomi, sui brand internazionali di cui l’Italia è piena.
Burocrazia, opacità e corruzione sono altri tre brand italiani famosi.
Stabilità, trasparenza e meno corruzione sono fondamentali per garantire investimenti fissi internazionali. È uno standard internazionale, non lo fissiamo noi.
Qatar Holding è più interessato ai piccoli o alle grandi imprese?
Il fondo di 500milioni/un miliardo è esattamente per le piccole e medie imprese. Ma noi siamo aperti a qualsiasi opportunità d’investimento.
Quali marchi italiani sogna di avere nel suo portfolio?
Non devo sognare, ci sono già. L’Eni e la Costa Smeralda. Gli altri nomi che vorrei avere non li dico per ragioni legali: ogni cosa deve avere il suo giusto prezzo.
La vostra partecipazione in Eni è sotto il 3%. Contate di aumentarla?
Se glielo dicessi cosa accadrebbe in Borsa? Abbiamo una buona partnership ma in Eni noi siamo investitori finanziari. Aumentare o no la nostra quota è una pura scelta finanziaria. Dipende dal momento giusto, dal prezzo delle azioni, dalle opportunità di ritorno. Una cosa però le posso dire: noi mettiamo i soldi solo nelle compagnie che ci piacciono. Eni, Total, Volkswagen, Canary Wharf. Imprese dalle fondamenta e dal futuro solidi, e dal buon management.
La crisi europea è un’opportunità o un rischio?
Ci sono rischi ma li puoi ridurre entrando in compagnie globali con nomi che garantiscono futuro.
Almeno prima della crisi e del possibile bagno di umiltà, in Occidente i fondi sovrani arabi erano accusati di voler conquistare le economie nazionali e di avere un’agenda politica.
Sciocchezze. Noi siamo investitori puri. Obbediamo alle regole e nelle aziende in cui entriamo, creiamo valore aggiunto: se le cose funzionano, facciamo soldi tutti quanti. Il nostro obiettivo non è la conquista delle vostre economie ma la diversificazione della nostra, garantendo le risorse necessarie.