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 2013  febbraio 26 Martedì calendario

I TIMORI DI CHI INVESTE

Un’Italia in recessione con un debito/Pil vicino al 130% ed aste di titoli di Stato oltre 400 miliardi l’anno non può permettersi il lusso dell’ingovernabilità. Per questo da oggi i mercati, che negli ultimi tempi avevano tollerato e sottovalutato il rischio politico, anestetizzati dalla liquidità, da oggi tornano ad essere più severi, esigenti, diffidenti nei confronti del rischio-Italia.
Per mesi, subito dopo il ritorno di Silvio Berlusconi nel l’arena politica, i mercati, gli investitori esteri in particolar modo non europei, avevano avuto un chiodo fisso: la vittoria del Cavaliere. Quando si sono convinti, tra sondaggi e previsioni, che il centrodestra pur forte di una clamorosa rimonta, non sarebbe riuscito a conquistare la maggioranza alla Camera e al Senato si sono rilassati, si sono persino abbandonati a facili entusiasmi, si sono adagiati nell’illusione che l’agenda europea delle riforme e dell’austerity fosse un processo lento ma irreversibile in Italia. Anche ieri mattina, si sono affidati agli instant polls che davano Berlusconi per sconfitto, e si sono detti, "fine della storia". Così in molti hanno sottovalutato un altro rischio, quello che si è poi concretizzato con l’instabilità politica, quello di un’elezione senza vincitori, senza la vittoria netta di una coalizione con i numeri in Parlamento in grado di governare. Da oggi, l’Italia non avrà più sconti dai mercati, italiani ed esteri, che già ieri erano alla ricerca spasmodica di nuove certezze: «quando si tornerà alle urne?», «si formerà un Governo di grande coalizione?», «c’è spazio per un secondo Governo tecnico?», «se lo spread vola, ci sarà un Governo in grado di impegnarsi per firmare la condizionalità richiesta dall’Esm e dalla Bce?». Domande che senza adeguate risposte, in tempi celeri, lasceranno scivolare lo spread tra BTp e Bund ben oltre i 300 punti testati ieri. Ieri lo scenario prevalente degli strategist all’estero era anche quello di un’Italia finita in un vicolo cieco: è molto improbabile che questo centrodestra e questo centrosinistra possano concordare un programma comune, nuove elezioni saranno inevitabili ma con esse anche un’ulteriore avanzata destabilizzante di Grillo. Secondo Alberto Gallo, strategist di RBS, la prima vittima dell’hung parliament sarà l’economia reale perchè le riforme verranno rimandate, i rubinetti del credito si chiuderanno e questo porterà a un peggioramento delle prospettive di crescita. «Il consenso per i partiti populisti rischia di aumentare con il deterioramento delle condizioni economiche, come è già avvenuto in queste ultime settimane e come è stato dimostrato dall’esito elettorale», ha pronosticato ieri sera scrivendo una nota alla clientela istituzionale. I mercati non sono mai a loro agio quando vengono chiamati a valutare il rischio politico, men che meno quando si tratta dell’Italia. E ieri era «nera» la sola prospettiva di trovarsi costretti a decifrare per i prossimi mesi i possibili sviluppi della politica italiana. «Se i risultati vengono confermati, la necessità di rielezioni é lo scenario che mette più paura - ha commentato Lorenzo Pagani, responsabile per i titoli di Stato europei di Pimco -. Il timore è quello di un governo di pura transizione per alcuni mesi per via della legge elettorale e dell’elezione del nuovo capo dello stato. Inoltre non va sottovalutata la possibilitá che il risultato di una nuova elezione non sia comunque a favore dei mercati internazionali visto il sorprendente exploit del M5S». «Da ora in poi il mercato diventerà molto sensibile a qualsiasi tipo di deterioramento sui dati economici italiani, dal Pil ai consumi, dalla produzione industriale agli ordini» ha pronosticato Marc Ostwald, strategist di Monument securities. Se fino a ieri i mercati si sono mostrati accomodanti nei confronti del rischio politico italiano, questa tollerenza potrebbe via via esaurirsi con la crescente consapevolezza dello stallo politico nel quale l’Italia rischia di piombare. Lo spread tra i titoli di Stato italiani e tedeschi e i rendimenti di BoT e BTp - in asta oggi i primi e domani i secondi - finora hanno avuto un "cap", un "tetto" rappresentato dallo scudo anti-spread: i mercati hanno contato sul fatto che l’Esm e la Bce sono disposti a intervenire con acquisti massicci in asta e sul secondario dei titoli di Stato italiani. Questo speciale intervento, tanto dal meccanismo di stabilità quanto dalla Banca centrale, si attiva solo nel caso in cui il Paese che chiede aiuto è anche in grado di garantire il rispetto degli impegni presi, la condizionalità richiesta nel Memorandum of Understanding. Un impegno che un Governo a termine non può di certo assumersi.

LA MOSSA LUNGIMIRANTE DEL TESORO SU ASTE E BTP –
Nei primi due mesi dell’anno, oltre ai politici in campagna elettorale ha lavorato a tempo pieno il dipartimento del Tesoro che gestisce il debito pubblico. Le aste chiuse da inizio anno hanno messo a segno il 25% del programma di raccolta a medio-lungo per il 2013: sono stati collocati titoli di Stato, esclusi i BoT, per una cinquantina di miliardi (conteggiando anche i BTp a 5 e 10 anni di domani) sui 200 circa attesi. Il rendimento in asta è stato molto conveniente per le casse dello Stato: in gennaio la media dei tassi di assegnazione è risultata all’1,95%, stando ai calcoli di Via Venti Settembre, un livello storico (anche se molto difficilmente sostenibile per 12 mesi).
In questa finestra aperta nei primi due mesi dell’anno, in virtù di un mercato compiacente e rilassato rispetto alle incognite politiche dell’Italia al voto, il Tesoro è riuscito a impostare la strategia di allungamento della vita media del debito: delle quattro aste di BoT collocate nei primi due mesi dell’anno, le emissioni nette sono state negative per poco più di 6,3 miliardi. Sono stati emessi BTp a 30 e 15 anni, con una domanda incoraggiante da parte dei portafogli esteri.
«Quest’anno il Tesoro ha fatto front-loading, ha cioè anticipato la raccolta nelle prime settimane dell’anno con importi in asta superiori alla media, al contrario di quanto è successo l’anno scorso: alla fine dei primi due mesi dell’anno il Tesoro si trova già attorno al 23% del suo programma di raccolta a medio-lungo termine contro il 15% del 2012», ha calcolato Chiara Cremonesi, strategist di Unicredit.
Mettere fieno in cascina, il più possibile entro febbraio, è stata una mossa lungimirante da parte del Tesoro che evidentemente non ha sottovalutato la portata destabilizzante dell’appuntamento alle urne. L’Italia quest’anno deve collocare titoli di Stato in emissioni lorde stimate attorno ai 410 miliardi: nel 2013 scadono 117 miliardi di BTp (dei quali 21 rimborsati a inizio febbraio), 14 miliardi di CcT, 23 miliardi di CTz e 3,5 miliardi di global bond in dollari Usa. Il roll-over dei BoT viaggia attorno ai 170 miliardi. Rispetto al 2012, con 470 miliardi di emissioni lorde, questa annata in asta si presenta più leggera, ma sempre impegnativa. In aggiunta, la quota dei titoli di Stato nei portafogli esteri si è più che dimezzata negli ultimi due anni ed è cresciuta quella detenuta dagli italiani: questo spostamento in teoria protegge il rischio-Italia dai repentini cambiamenti di umore degli stranieri. Anche i portafogli italiani, tuttavia, rispondono alle stesse logiche: l’instabilità politica, l’ingovernabilità, un Parlamento in stallo sono pessime notizie per gli investitori detentori dei 1.700 miliardi di titoli di Stato, al di là della loro residenza.
Il rialzo improvviso dei rendimenti sul mercato primario e secondario e uno spread di nuovo in oscillazione tra i 300 e i 400 punti e non più nell’orbita dei 200, dopo l’esito elettorale può danneggiare gravemente i conti pubblici. Il mercato fino a ieri aveva dato il beneficio del dubbio all’Italia per uscire dalla crisi da sola: da oggi tornerà a studiare le modalità di richiesta di aiuto anti-spread con condizionalità all’Esm e alla Bce.