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 2013  febbraio 25 Lunedì calendario

RATZINGER, DIARIO SEGRETO DI UN CONCLAVE

Il conclave inizia sempre di pomeriggio, con una processione rosso porpora, il colore dei cardinali. I principi della Chiesa escono dalla Casa Santa Marta, dove dormono in stanze con persiane sigillate, e raggiungono il Palazzo Apostolico, la residenza del Romano Pontefice. L’ultima costituzione che regola l’elezione del Papa, la Universi Dominici Gregis di Giovanni Paolo II, descrive nel capitolo terzo ogni dettaglio di questo rito introduttivo: “Dalla Cappella Paolina del Palazzo Apostolico, dove si saranno raccolti in ora conveniente del pomeriggio, i cardinali elettori in abito corale si recheranno in solenne processione, invocando col canto del Veni Creator l’assistenza dello Spirito Santo, alla Cappella Sistina del Palazzo Apostolico, luogo e sede dello svolgimento dell’elezione”.
Lunedì 18 aprile 2005
Fu così anche nel pomeriggio di lunedì 18 aprile del 2005. Papa Wojtyla era morto la sera del 2 e il Conclave si riunì sedici giorni dopo: 115 cardinali, di cui solo due non creati dal pontefice polacco, l’americano William Baum e il tedesco Joseph Ratzinger, decano del collegio cardinalizio e favorito per la successione. Il teologo prefetto per la dottrina della fede entrò in Conclave da papa in pectore, ma il racconto della sua elezione mette in evidenza che Benedetto XVI superò di poco il quorum dei due terzi richiesti. Un’elezione rapida e contrastata allo stesso tempo. La cronaca di quei due giorni, lunedì 18 e martedì 19 aprile, la dobbiamo allo scoop di Lucio Brunelli, esperto vaticanista del Tg2, pubblicato dalla rivista Limes. Un racconto lungo e strabiliante, perché descrivere un Conclave è cosa rara, se non rarissima. La fonte di Brunelli fu uno dei cardinali partecipanti, che annotò in un diario, nella sua stanza a Casa Santa Marta, le preferenze delle quattro votazioni che furono necessarie per arrivare alla fumata bianca. Il porporato ruppe in forma anonima il segreto previsto dalla rigida procedura, “obbligo grave” per i cardinali ma non sanzionato dalla scomunica, almeno per loro, per una ricostruzione storica, “non scandalistica”, dell’evento.
Quel martedì 18 aprile la processione dei cardinali si avvia alle 16 e 33. “Pochi minuti ed eccoci al cospetto del Giudizio di Michelangelo”. Il decano Raztinger legge per intero la formula del giuramento. Poi, in forma breve, tocca ai cardinali, che poggiano la mano sul Vangelo e ripetono: “Io prometto, mi obbligo e giuro. Così Dio mi aiuti e questi santi Evangeli che tocco con la mia mano”. Quasi un’ora dopo le porte della Cappella Sistina si chiudono. Dal diario del cardinale: “Sono le 17 e 24 quando il maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, monsignor Piero Marini, intima con un soffio di voce l’extra omnes. Le telecamere del Centro televisivo vaticano vengono spente. Oltre ai cardinali elettori restano nella Sistina solo monsignor Marini e l’ecclesiastico incaricato di tenere l’ultima meditazione, il cardinale ultraottantenne Tomas Spidlik. Conclusa la meditazione anche loro escono dalla Sistina”.
Ore 18 Prima votazione
A prendere la parola è il decano Ratzinger che chiede ai cardinali se votare subito o no. La maggioranza è favorevole. Sono le 18. Le schede sono rettangolari. Nella parte superiore è stampato: Eligo in Summum Ponteficem. Sotto c’è lo spazio per scrivere il nome del candidato preferito. Vengono sorteggiati tre cardinali scrutatori, tre revisori e tre per raccogliere i voti degli infermi. Di questi ultimi tre non c’è però bisogno. Tutti e 115 elettori sono nella Cappella Sistina e prendono parte al primo scrutinio. Seduti al loro posto, i cardinali scrivono il nome, piegano la scheda in due, si alzano e vanno verso l’altare. Ognuno ha la mano alzata per tenere la scheda, piegata, in modo visibile a tutti. Le urne sono tre. Nella prima si inserisce la scheda, nella seconda i voti degli eventuali infermi, nella terza vanno i preziosi foglietti già letti. Davanti all’altare i porporati giurano di nuovo: “Chiamo a testimone Cristo Signore, il quale mi giudicherà, che il mio voto è dato a colui che, secondo Dio, ritengo debba essere eletto”. A quel punto la scheda viene messa nel piatto sopra l’urna e poi rovesciata dentro, sempre con il piatto. L’ultimo a votare è il cardinale Attilio Nicora. Sono le 19. Comincia il conteggio, poi lo spoglio. Anche in questo caso la procedura è lenta e complessa: “Il primo scrutatore prende la scheda, la apre, osserva il nome dell’eletto e la passa al secondo scrutatore che, accertato a sua volta il nome dell’eletto, la passa al terzo, il quale la legge a voce alta e intelligibile. Nel momento in cui proclama il nome lo scrutatore perfora ogni scheda con un ago nel punto esatto in cui si trova la parola Eligo e la inserisce con le altre in un filo: alla fine dello scrutinio i due capi del filo saranno stretti a formare un nodo”. Il cardinale anonimo trascrive solo i voti andati ai cardinali papabili, senza le preferenze disperse, una trentina: “Joseph Ratzinger, decano del Sacro collegio 47; Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, Argentina 10; Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di Milano 9; Camillo Ruini, già vicario apostolico di Sua Santità per la diocesi di Roma 6; Angelo Sodano, già segretario di Stato vaticano 4; Oscar Rodriguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa, Honduras 3; Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano 2”. Le schede, ma anche i fogli consegnati ai cardinali per annotare le preferenze, vengono raccolti e buttate nella stufa di ghisa della Cappella Sistina. La fumata è nera, alle 20 e 4 minuti di lunedì 18 aprile.
Al primo scrutinio, Ratzinger diventa il candidato del blocco più conservatore, accreditato da subito di una cinquantina di voti. Lui ne prende 47. Ne mancano trenta per arrivare ai 77 necessari, i due terzi. La sorpresa è nell’altro fronte. Il papabile è l’argentino Bergoglio. Non è Martini, come invece verrà scritto e detto in seguito, delineando uno scontro diretto tra lui e Ratzinger. Entrambi, Martini e Bergoglio, sono gesuiti, ma l’argentino lasciò l’incarico da provinciale della Compagnia in dissenso dalla linea troppo “aperturista”. Bergoglio, in ogni caso, è noto per lo stile sobrio ed evangelico. Gli viene attribuito, prima del Conclave, un duro giudizio sui collaboratori di Wojtyla ortodossi e rigidi sulle questioni dell’etica sessuale: “Vogliono mettere tutto il mondo in un preservativo” L’arcivescovo è il candidato dei cardinali che non vogliono Ratzinger.
La nascita dell’alternativa
L’anonimo porporato indica i registi di questa alternativa al teologo-decano: “Un gruppo il cui nocciolo pensante è costituito da Karl Lehmann, presidente della Conferenza episcopale tedesca, e da Godfried Danneels, arcivescovo di Bruxelles, e al quale fanno capo un significativo drappello di cardinali statunitensi e latinoamericani, oltre che qualche porporato della curia romana”. La prima votazione dà anche un segnale politico: gli italiani Ruini e Sodano raccolgono poche preferenze, rispettivamente sei e quattro, ma si distinguono in attesa di sostenere Ratzinger.
Subito dopo la fumata nera, i cardinali escono dalla Sistina. Ci sono sei minibus per riportarli a Santa Marta, sempre dentro la cinta del Vaticano, di fronte alla stazione di rifornimento. La cena è alle 20 e 30. Dal diario del cardinale: “L’isolamento è davvero totale. Inaccessibili televisori, radio e giornali. Bloccati telefoni e cellulari. Ma parlare si può. Si conversa a tavola, scambiandosi le impressioni sulla prima votazione andata a vuoto. Altri colloqui, con la massima discrezione, avvengono dopo cena nelle camere. Piccoli gruppi, due-tre persone, non ci sono maxi riunioni. Come in tutti gli alberghi, ai mille divieti già esistenti si aggiunge quello del fumo. Il cardinale portoghese José Policarpo da Crux, fama di fumatore incallito, non resiste ed esce all’aperto per accendersi un buon sigaro”. Sono le manovre per il giorno successivo. Ruini e suoi decidono di convergere su Ratzinger. Dall’altra parte, il candidato vero è Bergoglio. Potrebbe essere il primo pontefice latinoamericano ma c’è una sensazione generale, cioè trasversale, che va in senso opposto. La sensazione che non sarà lui il successore di Giovanni Paolo II. Il cardinale anonimo ha anche un altro dubbio: una volta eletto, Bergoglio potrebbe non accettare l’elezione. Rievoca un’immagine del pomeriggio: “Lo guardo mentre va a deporre la sua scheda nell’urna, sull’altare della Sistina: ha lo sguardo fisso sull’immagine di Gesù che giudica le anime alla fine dei tempi. Il volto sofferente, come se implorasse: Dio non mi fare questo”. In realtà, con la candidatura di Bergoglio, il fronte progressista vuole arrivare a quota 40 voti e impedire l’elezione di Ratzinger con i due terzi. Una situazione di stallo per portare alla rinuncia del decano e far uscire un terzo candidato.
Martedì 19 aprile
L’indomani, martedì 19, i cardinali si svegliano alle 6 e 30. Dopo un’ora la santa messa, celebrata a Santa Marta. Alla fine, il trasferimento alla Sistina con i minibus. Si inizia alle 9, con la recita delle lodi mattutine. Alle 9,30 c’è il secondo scrutinio. Il porporato continua ad annotare solo i voti ai papabili, senza le preferenze disperse: “Ratzinger 65; Bergoglio 35; Martini 0; Ruini 0; Sodano 4; Tettamanzi 2”. Lo zero indicato per Martini e Ruini è significativo. Il primo ha riversato i suoi voti su Bergoglio, il secondo su Ratzinger. Il decano è passato da 47 a 65: 18 voti in più. I sei di Ruini e dodici indecisi. L’aumento di Bergoglio è più sensibile: 25 voti in più. Manca poco alla quota per creare lo stallo. Alle undici del mattino si vota di nuovo. Terzo scrutinio, il secondo della giornata. I voti dispersi diminuiscono di molto. Il porporato dà conto di 113 voti su 115: “Ratzinger 72; Bergoglio 40; Castrillon 1; Tettamanzi 0”. Il decano è a cinque voti dal quorum ma l’argentino ha 40 preferenze. Stando così le cose, c’è lo stallo. Con Bergoglio a 40, Ratzinger si fermerebbe a 75. I sostenitori del decano sono preoccupati. Il momento è decisivo: “Già nella Sistina, prima del trasferimento a Santa Marta per il pranzo, ci sono i primi commenti e i primi contatti. Grande preoccupazione fra i porporati che auspicano l’elezione del cardinale Ratzinger; s’infittiscono i contatti, il più attivo è il cardinale Lopez Trujillo”. Alfonso Lopez Trujillo è colombiano ed è ministro vaticano per la famiglia. Un potente cardinale di curia, nemico della Teologia della liberazione. Ha lui l’incarico di convincere i porporati latinoamericani. A pranzo, il cardinale Martini sfodera un sorriso e confida a un confratello: “Domani grandi novità”. C’è la convinzione che si possa andare, il giorno dopo, mercoledì 20 aprile, su nuovi candidati. Il prescelto potrebbe essere il portoghese José Saraiva Martins, che Martini conosce dagli anni Settanta. La condizione è che Bergoglio resista a quota 40. Ma alle 16, quando si ritorna nella Cappella Sistina, l’esito è un altro.
17,30 Superato il quorum
Per il quarto scrutinio la fonte del giornalista Brunelli trascrive quasi tutti i voti, tranne due che il cardinale anonimo non ha voluto segnare. Dal diario: “IV votazione, martedì 19 aprile, ore 16,30. Ratzinger 84; Bergoglio 26; Schoenborn 1; Biffi 1; Law 1”. L’argentino ha perso voti e il cardinale Danneels, suo sostenitore, commenta: “Questo conclave ci dice che la Chiesa non è ancora pronta a un papa latinoamericano”. Seduto al suo posto, Ratzinger annota i voti sul suo foglio. Il quorum dei 77 voti viene superato alle 17 e 30. Silenzio, poi “un lungo cordiale applauso”. Il margine non è largo: appena sette voti in più. Le precedenti elezioni di Wojtyla e Luciani furono due plebisciti: 99 e 98 su 111 cardinali, secondo quanto riportato da Giulio Andreotti in un suo libro A ogni morte di papa. L’ultima annotazione del cardinale anonimo riguarda un conflitto d’interssi: Ratzinger è stato eletto papa in un conclave che ha gestito da decano del Sacro collegio. Scrive il porporato: “Per ovviare a un simile inconveniente alcuni cardinali propongono che, in futuro, a ricoprire la carica di decano sia scelto un cardinale ultraottantenne e quindi escluso per motivi anagrafici dal conclave”. Nessuno di loro, immaginava che otto anni dopo, il decano eletto papa si sarebbe dimesso dal soglio di Pietro.