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 2013  gennaio 24 Giovedì calendario

UNA TERAPIA D’URTO DA 300 MILIARDI: PIL ALMENO AL 2%


Una crescita di almeno il 2% all’anno, che già nel 2017 potrà arrivare al 3% e quindi aumentare del 12,8% da qui al 2018; un tasso di disoccupazione che scenderà dal picco del 12,3% atteso per il prossimo anno all’8,4%, creando 1,8 milioni di posti e portando il tasso di occupazione al 60,6%; un peso dell’industria al 20% del pil. E poi meno tasse, con una pressione fiscale che passerà dal 45,1% al 42,1%, e il reddito medio delle famiglie che vivono di lavoro dipendente più alto di 3.980 euro reali.
Non è un sogno: sono i risultati che l’Italia può raggiungere in cinque anni, cioè nell’arco della prossima legislatura. Sono messi nero su bianco nel "Progetto Confindustria per l’Italia: crescere si può, si deve", presentato ieri. Un testo di 23 pagine corredato di numeri e tabelle, dove le azioni da compiere vengono accompagnate dalle risorse necessarie e relative coperture, con obiettivi chiari e quantificati. Un progetto complessivo che mobilita 316 miliardi di risorse pubbliche, e che «produrrà i suoi effetti se applicato nella sua interezza», come ha spiegato il direttore del Centro studi di Confindustria, Luca Paolazzi.
Gli ingredienti della ricetta sono stabilità dei conti pubblici, con il rapporto debito-pil che va «rapidamente» abbassato entro il 2018 «ben sotto» il 110%, grazie a dismissioni e una maggiore crescita, flessibilità del lavoro, apertura dei mercati, internazionalizzazione. E le grandi riforme, a partire dal Titolo V della Costituzione, che dovrà disegnare un nuovo assetto istituzionale del paese e ridurre il perimetro dello Stato, per arrivare ad una vera semplificazione burocratica. Per proseguire con una riforma fiscale, che abbassi le tasse e renda più chiare e trasparenti le regole, del mercato del lavoro, della finanza d’impresa.
Crescita, quindi, con un pil di almeno il 2% all’anno, e occupazione. La terapia d’urto prevede di dare ossigeno alle imprese con il pagamento immediato di 48 miliardi di debiti accumulati da Stato ed enti locali e il potenziamento dell’Ace; un taglio dell’8% del costo del lavoro nel manifatturiero e cancellare per tutti i settori l’Irap che grava sull’occupazione; lavorare 40 ore in più all’anno, pagate il doppio perché detassate e decontribuite. Una scelta, ha spiegato Paolazzi, che non avrebbe comunque effetti sulle pensioni. Inoltre vanno aumentati del 50% gli investimenti in infrastrutture e sostenuti quelli in ricerca e nuove tecnologie. Bisogna abbassare il costo dell’energia e ridurre l’Irpef sui redditi più bassi, oltre ad aumentare i trasferimenti agli incapienti.
Servono le risorse. In cinque anni, per attuare queste misure e per arrivare a quella discesa del costo del lavoro e delle tasse per imprese e lavoro che è il cuore del disegno, si mobilitano 316 miliardi. Come? Si toccano le aliquote Iva, quelle in deroga, in chiave europea, proprio per trovare i soldi da destinare al taglio dell’Irpef (si passerebbe dal 4 al 6% e dal 10 al 12%). Un’armonizzazione che darebbe poco più di 6 miliardi nel 2014 per salire a poco oltre 7 miliardi nel 2018. Occorre dismettere e privatizzare parte del patrimonio pubblico; armonizzare gli oneri sociali, riordinare gli incentivi all’economia, cui le imprese sono disposte a rinunciare pur di avere una riduzione delle tasse e del cuneo fiscale, aumentando del 10% all’anno gli incassi della lotta all’evasione fiscale. Tagliare la spesa pubblica corrente dell’1% all’anno.
Una «forte discontinuità», che però porterebbe ad un aumento dell’occupazione di quasi 1,8 milioni di unità; un aumento della produttività di quasi l’1% all’anno, ad un avanzo primario nei conti pubblici. Un miglioramento della situazione economica che potrebbe far scendere l’aliquota Ires dal 27,5% al 23%, come è scritto nel testo, che prevede anche un’aliquota dell’imposta sostitutiva sulle rendite finanziarie al 23 per cento. Cambiamenti che devono andare di pari passo con l’approvazione della delega fiscale, caduta con la fine della legislatura, per avere trasparenza e certezza delle regole.
Riforme strutturali, quindi. E anche la flessibilità del mercato del lavoro è un bisogno delle imprese: nel documento si chiede che vengano affidate alla piena autonomia della contrattazione collettiva materie oggi regolate in maniera prevalente o esclusiva dalla legge, oltre a modificare la legge Fornero.