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 2013  gennaio 23 Mercoledì calendario

DA “SANTORINI” AD “ALEXANDRIA” COSÌ IL MONTE HA TRUCCATO I CONTI

MILANO
— Il ciclone-derivati si abbatte sull’assemblea di venerdì per chiedere i Monti bond, che già si preannunciava difficile e a questo punto sarà di fuoco. Verrà chiesta l’autorizzazione per emettere 3,9 miliardi di Monti bond (più 170 milioni per pagare gli interessi dei Tremonti bond) comprensivi di 500 milioni aggiuntivi, comunicati dalla banca lo scorso 28 novembre per “assicurare la copertura ... degli impatti patrimoniali di eventuali rettifiche di bilancio, nonché gli eventuali costi di chiusura delle operazioni in oggetto, qualora la banca ritenga conveniente tale chiusura”.
Il comunicato diramato ieri, dopo l’inchiesta de Il Fatto, a questo punto fa capire meglio a cosa si riferivano quei contratti eventualmente da rinegoziare: derivati dai nomi classici - Santorini, Alexandria, Nota Italia - che hanno provocato perdite molto concrete: 220 milioni da contabilizzare già nel 2012 per quanto riguarda Alexandria, scrive ancora il giornale; forse molti di più, secondo una fonte anonima. La banca si limita a dire che sono in corso accertamenti, il punto verrà fatto nel consiglio del 6 febbraio (ufficialmente in quello di domani non se ne parlerà). Mps infatti ha reso noto che l’operazione denominata Alexandria «rientra nel perimetro delle analisi in corso in relazione ad alcune operazioni strutturate poste in essere in esercizi precedenti e ad oggi presenti nel portafoglio della Banca».
La ricostruzione del quotidiano parte dalla scoperta, il 10 ottobre dello scorso anno, di un accordo segreto tra Mps e Nomura (trasmesso dall’attuale ad Fabrizio Viola alla Banca d’Italia) con cui, semplificando il complesso processo, nel 2009 l’allora numero uno Giuseppe Mussari e il direttore generale Antonio Vigni avevano concordato con Nomura la ristrutturazione di un vecchio veicolo, che investiva in cdo e su cui si stava accumulando una perdita potenziale rilevante. L’intervento di Nomura è servito a sostituire i pericolosi cdo (Collateralized debt obbligations) con titoli di maggiore qualità, e contemporaneamente a realizzare un “pronti contro termine” in cui Nomura finanziava Mps l’acquisto di Btp a trenta anni, che poi riceveva in garanzia del prestito. Sempre contemporaneamente, Nomura ha stipulato con Mps un contratto di swap sul tasso, in base al quale la banca senese rinunciava alla cedola fissa in cambio di un tasso variabile legato allo spread sull’Euribor.
A questo punto le perdite non vengono messe in bilancio, i conti non soffrono ma resta sul groppone un contratto oneroso e lunghissimo con Nomura.
Ma quando l’amministratore delegato Fabrizio Viola ha chiesto spiegazioni alla banca d’affari, si è visto opporre la registrazione di una conferenza telefonica tra i vertici di Mps e di Nomura. «L’operazione è stata pienamente esaminata e approvata prima della sua definizione al più alto livello di Mps, includendo il cda e Giuseppe Mussari», ha confermato un comunicato della banca giapponese. Immediata la risposta da Siena: «Non risulta che tale operazione sia stata sottoposta all’approvazione del cda di Mps». Presa di distanza forte anche da parte della società di revisione Kpmg (Nomura aveva chiesto espressamente se l’operazione era stata correttamente comunicata ai revisori): la società ha dichiarato in una nota di «non essere mai stata messa a conoscenza di alcun accordo di natura riservata, risalente al 2009 tra Mps e Nomura» e comunque di non aver «mai fornito alcuna approvazione, tantomeno preventiva».