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 2013  gennaio 18 Venerdì calendario

IDENTIKIT DEL PROSSIMO INQUILINO DEL QUIRINALE

[Sarà un esternatore o un sommesso custode della Costituzione? Un promotore di riforme o un ortodosso? A tre mesi dall’elezione, proviamo a immaginare che profilo avrà il nuovo capo dello Stato, il dodicesimo. Per capire se somiglierà di più a Saragat o a Cossiga, a Scalfaro o a Ciampi] –
Sarà un interventista che incalza i partiti, detta programmi, promuove o spariglia equilibri, incrocia la spada con quelli che lo osteggiano, sanziona le forze antisistema e fa dunque politica? O dobbiamo, invece, aspettarci un ortodosso custode della Costituzione formale, più che di quella materiale, che scanserà ogni disputa e si concederà al massimo ammonimenti per ridurre i conflitti? È prevedibile che arrivi un invadente esternatore e grande viaggiatore, mediaticamente sovraesposto? O uno che si chiude nel Palazzo, che parla poco e fa ancor meno parlare di sé, optando per gesti non plateali e atteggiamenti cauti e sommessi, secondo un’antica tradizione? Avremo uno che preme per le riforme, a costo di qualche strappo con governi e assemblee parlamentari? O uno che frenerà le smanie di cambiamento? Vorrà allargare ancora “la fisarmonica” delle proprie prerogative? O deciderà di arretrare rispetto agli scatti in avanti compiuti dai predecessori? Si potrà dipingerlo come un contropotere? O tornerà a essere un’autorità disarmata (se mai è davvero stato solo questo), che dispone di un potere poco più che platonico?
Insomma, che profilo sceglierà e a chi somiglierà il nuovo capo dello Stato? A Cossiga, a Scalfaro, a Ciampi o a Napolitano? A nessuno di loro? O magari a più lontani, e dimenticati, inquilini del Quirinale?
A tre mesi dall’elezione del dodicesimo presidente della Repubblica, e prima che il dibattito si avviti nell’inevitabile tormentone del totonomi – al momento ai nastri di partenza ci sono Prodi, Amato, non più Monti, e rari outsider – ecco la questione centrale per il Paese. Centrale perché, come ha osservato Antonio Maccanico, che fu segretario generale di Pertini, «nella permanente instabilità italiana, chi siede al Colle costituisce l’unico punto fermo per sette anni… Un centro di neutralità e tutela per un assetto istituzionale che vive i contraccolpi di una sorta di rivoluzione in corso e non ha ancora garanzie adeguate per la fase della transizione». Queste cose Maccanico le spiegava nel 2006, alla vigilia della nomina di Giorgio Napolitano. Oggi che il mandato del presidente si avvia a conclusione, chiunque può constatare quanto il suo ruolo sia stato decisivo, su vari fronti: 1) mettere in sicurezza un sistema sotto stress se non già in torsione; 2) civilizzare e rilegittimare giorno dopo giorno una democrazia a rischio di uscire lesionata da uno scontro politico permanente; 3) difendere i valori fondanti e non negoziabili della Repubblica, minacciati da tentazioni separatiste e frenesie di liquidare in blocco la Costituzione.

Alto consenso e riconoscimenti. Sappiamo che il traghettamento non è del tutto compiuto e che l’orizzonte resta carico di opacità e incognite. Il voto politico del 24 febbraio chiarirà quel che ci attende. Comunque, sia pur tra polemiche, battaglie e un duro assedio in materia d’immunità (con il recente conflitto di attribuzioni davanti alla Consulta), la missione del presidente di non lasciare inabissare l’Italia può essere considerata quasi un successo. Lo dimostrano le percentuali di consenso assegnato a Napolitano dalla gente comune, intorno al 90 per cento quando nacque l’esecutivo tecnico, cioè poco sotto quello per l’Arma dei carabinieri e la Chiesa. Lo confermano poi gli omaggi dei maggiori statisti e dei mass-media internazionali: Barack Obama lo ha definito “leader morale”, per il New York Times è “King George”, mentre la rivista Rolling Stone lo ha incoronato addirittura “Rockstar dell’anno 2011”. E lo ribadiscono pure i maggiori politologi di casa nostra. Come Ernesto Galli della Loggia, per il quale è stato «il dominus effettivo della scena politica», che in quanto tale «non poteva apparire sempre super partes nella discussione pubblica».
Francesco Cossiga, prima di scomparire blindato nella triste solitudine da “cuore in inverno” (come avrebbe detto Sautet) dei suoi ultimi mesi, ammetteva la progressiva metamorfosi e diverse “esorbitanze” dei capi dello Stato: da arbitri e notai a gestori in proprio di una crisi dai risvolti ambigui. Riconosceva che lui stesso, Scalfaro, Ciampi (e Napolitano) erano stati dei joker risolutivi nella partita politico-istituzionale. Ammetteva che avevano, con “obbligati” ricorsi alla discrezionalità, «colmato tanti vuoti della politica secondo l’utilità del Paese», e sosteneva però che nessuno di loro era «mai uscito dai limiti della Costituzione». L’Italia era quindi stata fortunata. Infatti, denunciava, sollecitando radicali riforme, a partire dall’elezione diretta degli inquilini del Colle, «che cosa accadrà domani lungo la strada che abbiamo spianato noi?»

Quale ruolo nel prossimo futuro. E si torna al punto di partenza: in quale direzione evolveranno, dal 2013 e per i prossimi sette anni, le funzioni “altissime e vaghissime, imprecisate e imprecisabili” che la nostra Magna Charta assegna a colui che sale al Quirinale? Molto dipenderà dalla trasversalità dello schieramento con cui sarà votato, dalla formazione ideologica e politica, dalla cultura istituzionale, dall’ego, dal maggiore o minor anticonformismo, dalle passioni, dal temperamento e dallo stile personale del futuro capo dello Stato (non dal suo carisma, come dimostra l’esperienza di Ciampi, di cui è stato non a caso studiato il “carisma passivo”, involontario). Certo, sembra difficile prevedere che, dopo aver verificato l’impatto sulla politica dei precursori, sempre in vetrina, il nuovo presidente rinunci a varcare le porte che troverà già spalancate.
Un esempio tra i più appariscenti: il dialogo diretto e simpatetico con la gente attraverso le esternazioni (sulle quali, per inciso, la Costituzione non dice nulla, tranne quanto scritto all’articolo 87, dove si precisa che il capo dello Stato «può inviare messaggi alle Camere»). Ora, se “il nonno Pertini” è stato l’anticipatore nell’impiego massivo dei monologhi, Cossiga ha usato questo informale strumento di comunicazione come un piccone per profetizzare la catastrofe che incombeva sul Paese. Dopo di lui, Scalfaro (che s’era insediato assicurando di voler fare “il contrario di Cossiga”), Ciampi (che aveva promesso di pesare le parole “alla stregua di grammi d’oro”) e Napolitano si sono rivolti quotidianamente al Paese, a volte bypassando la classe politica, che ne ha sofferto, con appelli, esortazioni, moniti, censure, anatemi. Senza che nessuno obiettasse alcunché o gridasse allo scandalo. E pensare che Giuseppe Saragat, nel 1968, fu bersaglio di aspre critiche per aver esternato con un telegramma «vive felicitazioni per aver onorato lo sport italiano» al pugile campione dei pesi medi Nino Benvenuti, dopo un combattimento contro Emile Griffith a New York. «Non credo che il primo magistrato della Repubblica dovrebbe occuparsi di fatti e fatterelli che con l’onore o il disonore non hanno nulla a che vedere», sentenziò Carlo Galante Garrone, fratello del “mite giacobino” Alessandro.

Le missioni internazionali. Altro esempio: la sfera diplomatica, attraverso (ma non solo) i viaggi. Anche questo è un capitolo abbastanza nuovo dell’interventismo quirinalizio, in qualche circostanza “necessitato” per salvare la faccia del Paese, ottenere benedizioni, mitigare o correggere qualche deragliamento della politica estera di governi a tratti troppo euroscettici o acriticamente ultra-atlantici. Se ai vecchi tempi una missione internazionale era un avvenimento da eternare addirittura in un francobollo (come non ricordare il mitico “Gronchi rosa”?), da Cossiga in avanti le trasferte oltreconfine dei capi dello Stato sono costantemente cresciute: una novantina con Scalfaro, più di cento con Ciampi e infinite pure con chi è venuto dopo di lui.
A parte la scontata attenzione durante alcuni delicati cortocircuiti istituzionali e certi snodi politici (come è stato per la nascita del governo Monti, del quale Napolitano ha vestito i panni di Lord Protettore), l’assidua presenza sulla scena dei capi dello Stato ha avuto l’effetto di alimentare la curiosità degli italiani verso l’istituzione Quirinale. Così, l’opinione pubblica si è familiarizzata con espressioni da specialisti come moral suasion, è in grado di distinguere quale influenza abbia il presidente nel processo di formazione delle leggi, ha idee meno approssimative su come si regge lo schema di pesi e contrappesi che regola la democrazia italiana e che attribuisce ai presidenti un’autorità di controllo. E così, si sa meglio quale lavoro si svolge nell’edificio dalle 2.000 stanze e dai quattro ettari di magnifici giardini che domina Roma (da appena 61 metri, ma restando pur sempre “il più alto”), perché di ogni udienza, messaggio, firma, pranzo, consultazione e iniziativa si dà subito conto nella rete, in un sito inaugurato appunto per garantire una maggiore trasparenza su ciò che accade lì dentro. Di più: del Colle si conoscono anche i costi di funzionamento, poiché i bilanci adesso sono pubblici: costi piuttosto elevati, ma in continuo e graduale calo nel non semplice sforzo di contenere le spese di un apparato di un migliaio di persone che, come ogni burocrazia di ogni corte, per anni ha alimentato se stesso.

Le aspettative degli italiani. Finita l’epoca degli arcana imperii, quel palazzo è divenuto la camera di compensazione delle crisi e il fulcro del potere ben oltre la semplice rappresentanza. Per questo è il riferimento cui gli italiani indirizzano un enorme carico di aspettative. Come sono lontani i tempi in cui il povero Saragat – sì, ancora lui – fu lapidato per aver ricevuto a colloquio i vertici della Fiat. Scrisse allora, con acido populismo, l’Unità: «Il nostro parere al riguardo è nettissimo: il capo dello Stato può naturalmente vedere chi vuole… Ha da dire le sue ragioni il presidente della Fiat? E il presidente della Repubblica vuole ascoltare? Benissimo… purché al Quirinale talvolta si accolga anche un operaio, un bracciante, un muratore, ricevuti singolarmente e menzionati con nome e cognome in appositi comunicati». Una sfida che, quattro giorni dopo, produsse l’annuncio che la presidenza aveva concesso incontri “a rappresentanti delle maggiori organizzazioni sindacali dei lavoratori”. Era il 19 maggio 1971. Sembrano passati mille anni.