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 2013  gennaio 18 Venerdì calendario

IN GIRO

per l’Europa c’è una borsa frigo che vale un milione di euro. Contiene flaconi di farmaci biologici e ghiaccio secco. Una borsa anonima, come se ne vedono tante nei campeggi. La custodisce una banda di criminali che traffica in speranza: ruba costosissimi medicinali salvavita negli ospedali italiani. E LI rivende come fossero oro in tutto il mondo. In Est Europa soprattutto, nella Grecia prostrata dalla crisi, in Bielorussia. Dovunque ci siano malati gravi con tanti soldi e sistemi sanitari non efficienti.
Parte da qui, da una borsa frigo vagante e dal suo prezioso bottino, una storia criminale che nelle ultime settimane sta facendo lavorare e preoccupare i migliori investigatori italiani. Tutti sulle tracce della banda del farmaco biologico. Undici colpi da aprile del 2011 a oggi in sette ospedali diversi: da Modena a Bari, furti da 15 milioni di euro. La stessa tecnica: colpo mirato, su commissione, probabilmente un basista corrotto tra il personale medico, un lavoretto “pulito”,
da professionista. E soprattutto lo stesso obiettivo: i medicinali più costosi, quelli biologici di ultima generazione e quelli sperimentali, che in Italia sono utilizzati nelle strutture pubbliche d’eccellenza per curare tumori alla mammella o alla prostata, malattie come l’artrite reumatoide, la psoriasi o il morbo di Crohn. Costo medio, 1000 euro a
dose. Sono fiale particolari: non si trovano nelle comuni farmacie, devono essere conservate in frigorifero, hanno nomi che sembrano codici fiscali (Cetuximab, Mabthera, Infliximab, Efalizumab), si possono somministrare soltanto in regime ospedaliero. Ma questo conta poco per la banda. Quei farmaci sono oro, sono un business criminale che non conosce crisi della domanda. Come agiscono i ladri di medicine? E con quali tecniche?
LE AZIONI DELLA BANDA
Al Policlinico di Bari, l’ultimo colpo, sono entrati il 9 gennaio. «La farmacia era particolarmente sorvegliata — racconta Vitangelo Dattoli, direttore generale dell’azienda ospedaliera — perché già il 30 dicembre qualcuno era entrato e aveva portato via dei farmaci: poca roba, ma chiaramente la cosa ci aveva insospettito. Eppure ci hanno fregato
ancora». Sanno quello che fanno, non si tratta di bassa manovalanza da strada. Hanno colpito poco dopo la mezzanotte, senza far scattare il sistema di allarme e senza mai passare davanti alle telecamere di videosorveglianza piazzate attorno alla struttura. Fantasmi. «È come se avessero avuto una mappa delle misure di sicurezza: sono entrati dall’unico posto dal quale non potevamo vederli», ammette un investigatore. Hanno forzato una porta di ingresso e si sono diretti alla cella frigorifera. Tra le tante del magazzino, quella giusta: in pochi minuti hanno riempito una valigetta di 856 scatole di fiale per lo più per la cura tumorale e delle malattie autoimmuni. Un bottino da un milione di euro. «Hanno preso le scatole di Humira, Enbrel e Orencia che già, in parte, avevano portato via il 30 dicembre».
Poi sono spariti nel nulla.
La stessa tecnica usata per svaligiare tre volte il Policlinico Federico II di Napoli. Con un’accortezza in più. La notte del 3 luglio del 2011 entrano nella farmacia dopo aver disattivato l’allarme inserendo il codice giusto, che era scritto su un post-it sotto la tastiera di un computer. Se ne vanno, senza scassinare neanche una porta, con 3,5 milioni di
euro di Rebif, il medicinale più all’avanguardia per la cura della sclerosi multipla. «Dopo quella notte — racconta un poliziotto che segue le indagini — abbiamo messo telecamere nascoste ovunque, abbiamo fatto appostamenti, creato falsi piani di consegna del Rebif per attirarli in trappola». Risultato? Il 20 febbraio successivo la banda riesce a rubare un altro milione di euro di farmaci, tra Rebif e antitumorali, senza nemmeno entrare nel magazzino. «Hanno fatto un buco sulla parete alle spalle della cella frigorifera giusta, eludendo le nostre telecamere nascoste».
Un cerchio perfetto, un metro di diametro nel muro della farmacia. Come hanno fatto nella parete dell’ospedale Ruggi di Salerno il 2 novembre 2012 (600 mila euro di Rebif e antitumorali). E ancora al Miulli di Acquaviva delle Fonti (Bari) il 7 gennaio scorso (173 mila euro di farmaci biologici). Sempre nel cuore della notte. Sempre a caccia dei farmaci più costosi. Ma da chi è composta la banda? E da chi è guidata?
UNA REGIA UNICA
Gli investigatori al momento hanno davanti un mosaico da comporre, con tante tessere e poche certezze. Il sospetto principale è che ci sia una «regia unica », al vertice di una sorta di “holding” dei ladri di farmaco. Una banda superspecializzata, dunque, che da almeno due anni sta lavorando in Italia. Italiani? O stranieri? «Al momento non possiamo escludere alcuna ipotesi — spiega una fonte altamente qualificata del comando del Nas, i carabinieri del Nucleo Antisofisticazione — i fatti ci dicono che sono professionisti. Lavorano in punta di piedi, non lasciano tracce: niente immagini, niente impronte. Questo ci fa pensare che si tratti di una sola banda ma è anche vero che le modalità di effrazione
sono diverse tra loro: in alcuni casi disattivano gli allarmi, in altri forzano le porte, in altri ancora bucano i muri». In tutti casi però non è stata fatta mai confusione: sanno sempre dove andare e cosa prendere, tanto che in alcuni casi soltanto giorni dopo il personale si è accorto che mancavano le medicine.
Il gruppo di ladri opera soprattutto nel sud Italia, ma non disdegna di fare puntate al Nord. A Modena il 3 dicembre ha ripulito il Policlinico di 400 mila euro di
farmaci biologici. Senza sfondare nemmeno una porta. In almeno due ospedali, a Napoli e a Bari, chi indaga è certo della complicità interna perché «era praticamente impossibile andare così a botta sicura senza avere un’indicazione precisa». Unica traccia: un furgone che per giorni, hanno raccontato alcuni infermieri, è rimasto fermo nelle vicinanze dell’ingresso dell’ospedale Federico II a Napoli. Ma dove finiscono questi farmaci? Chi li compra?
LE INDAGINI
Per mettere insieme le tessere del mosaico le indagini partono proprio da queste due domande. Partono cioè dalla fine, dall’utilizzatore finale. «I medicinali rubati — ragiona un investigatore del Nas — sono costosissimi, ma nel nostro paese sono messi a disposizione dei malati dal servizio sanitario. Quindi è da escludere che finiscano sul mercato nero italiano o nei paesi dell’Europa occidentale». La pista più documentata porta ad Est. In Albania, Romania, Bielorussia, Ucraina, Moldavia. Le borse frigo da campeggio vengono trasportate in macchina, o via nave dal porto di Ancona. Quando arrivano a destinazione vengono venduti a cliniche private o a dottori compiacenti a metà prezzo. Con 15 milioni di euro di farmaci biologici, la banda se ne intasca almeno otto.
«In Russia e nei paesi dell’ex Unione sovietica la liquidità è tanta e le strutture sanitarie non sempre sono all’altezza. Gli antitumorali biologici custoditi nei nostri Policlinici fanno parte sì di terapie sperimentali, ma sono assai efficaci». Una parte finirebbe, secondo alcune evidenze d’indagine, nella Grecia azzoppata dal crack economico, dove gli ospedali pubblici stanno soffrendo carenza di strutture e medicinali, tra cui anche i farmaci biologici. In Albania tra i committenti della banda ci sarebbero pure dei medici ciarlatani, che promettono cure miracolose finendo per abbindolare anche pazienti italiani disposti a pagare migliaia e migliaia di euro. E c’è pure una pista, ancora tutta da verificare, che porterebbe a compratori localizzati in Gran Bretagna e Germania. Per ora sono solo ipotesi. Per ora ci sono borse frigo milionarie in giro. E la banda continua a colpire.