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 2013  gennaio 18 Venerdì calendario

NEW YORK — È

il più intimo dei quasi 60 libri dell’84enne Elie Wiesel. Dedicato alla moglie Marion e al suo unico figlio Elisha, In A cuore aperto (che Bompiani porta in libreria dal prossimo 23 gennaio nella traduzione dal francese di Fabrizio Ascari), lo scrittore di origine ungherese racconta l’operazione che nel 2011 minacciò di ucciderlo.
Imprigionato nel proprio corpo in una sala operatoria d’ospedale, di fronte alla prospettiva di non risvegliarsi più dopo l’anestesia, il prolifico scrittore, docente universitario e attivista passa in rassegna tutta la sua vita. Dalla sua tragica esperienza ad Auschwitz e Buchenwald, dove perse padre, madre e la sorellina Tzipora alla sua pluridecennale dedizione a favore dei diritti umani e dalla sua passione per l’insegnamento ai dilemmi filosofici della Torah che da sempre lo arrovellano.
Tre giorni dopo l’operazione a cuor aperto, quando era certo che sarebbe sopravvissuto, il suo dottore lo mise in guardia: «Avrai un lungo periodo di stanchezza profonda e depressione acuta». «Proprio per tenere a bada quest’ultima presi in mano la penna», racconta Wiesel dall’albergo della Florida dove trascorre gli inverni insegnando all’Eckerd College di St. Petersburg. «Scrivere per me è come respirare. Ho scelto questo mestiere perché credo di avere il dovere morale di essere un testimone».
Per la seconda volta nella sua vita, è stato vicino alla morte ma l’ha fatta indietreggiare.
«In realtà rischiai di morire anche nel 1956. Ero appena giunto in America da Parigi per lavorare come corrispondente Onu del quotidiano israeliano "Yediot Ahronoth", quando un taxi m’investì a Time Square. Mi risvegliai in ospedale con un gesso che mi ricopriva quasi tutto il corpo, tranne la testa e le braccia».
Si è sentito più vicino alla morte ad Auschwitz o a Buchenwald?
«Ad Auschwitz ero con mio padre che mi proteggeva mentre a Buchenwald, dopo la sua morte, non ero più vivo. Ero stato improvvisamente abbandonato, reso orfano e quell’evento mi ha marchiato fino ai giorni nostri. Ho dovuto accettare il fatto di non aver potuto salvare la mia famiglia e di essere io l’unico sopravvissuto».
Lei scrive che la nascita di Elisha le ha cambiato la vita.
«Lo capii durante la cerimonia della sua circoncisione, cui invitammo alcuni hassidim di Brooklyn, il grande violinista Isaac Stern e il filosofo rabbino Abraham Joshua Heschel. La sua nascita mi fece capire che ero responsabile non solo della vita di mio figlio ma anche del mondo in cui avrebbe vissuto».
Prima d’allora aveva giurato di non aver figli e di non sposarsi mai.
«Ne avevo discusso con il mio amico Georges Levitte, uno degli intellettuali ebrei più eruditi di Francia, padre del futuro consigliere diplomatico di Jacques Chirac e poi di Nicolas Sarkozy. "Quando Dio punisce il mondo peccatore con la sofferenza, è meglio non sposarsi", gli dissi, citando un saggio talmudico».
Quando finalmente si è deciso, nel 1969, aveva già 41 anni.
«Incontrai Marion a Parigi, a casa di amici. Fu un colpo di fulmine. Era divorziata e con una figlia piccola. La trovai bella, colta e dotata di un’intelligenza superiore. Veniva da Vienna ed era reduce dal campo d’internamento di Gurs, nel sudovest della Francia, prima di scappare in Svizzera e poi a New York. Da anni cerco di convincerla a scrivere le sue memorie».
«A cuore aperto» è pieno di ricordi d’infanzia inediti. Come l’operazione all’appendicite avuta a 10 anni...
«Il Rabbi di Borshe ci aveva concesso il permesso di violare lo Shabbat perché io fossi operato nell’ospedale ebraico di Satmar. Dopo tanti decenni, è dell’assistente che mi ricordo: una bruna, giovane e bella, dal sorriso caloroso, di cui m’innamorai perdutamente».
La sua Geenna, l’inferno ebraico in cui regnano angeli crudeli e spietati, assomiglia molto all’inferno dantesco.
«Il Grande Dante si è ispirato al Talmud, dove si parla di Inferno e Paradiso ben prima della Divina Commedia. Alcuni filosofi greci antichi affermavano di avere trascorso la vita preparandosi a morire. Ma la tradizione ebraica è il contrario: santifica la vita, non la morte, esortando a vivere meglio e più moralmente. Il mio dilemma, la mattina quando mi alzo, è trovare qualcosa da fare che giustifichi la mia fede nel futuro».
Perché continua a scrivere in francese?
«Sono figlio di quella cultura e Baudelaire, Verlaine, Racine e Molière sono ancora oggi i miei punti di riferimento, anche se per la prima volta in vita mia non sono più apolide, ma ho un passaporto che porto sempre in tasca. Ricordo come fosse ieri il giorno in cui diventai cittadino americano. Era il 1963, JFK era presidente e per sbarcare il lunario avevo due lavori full time».
«La Notte» più tardi diventò un bestseller e oggi è tra le letture d’obbligo nelle scuole.
«Un importante critico francese affermò che, dopo la Notte, non avrei mai più scritto. E invece è seguita Alba, sulla lotta clandestina degli ebrei contro l’esercito britannico in Palestina, Giorno, su un giovane giornalista che si fa investire da un taxi a New York, forse per suicidarsi, l’Oblio, sull’Alzheimer e la paura di dimenticare. E tantissime altre opere».
Si sente ancora vicino a quei libri?
«Sono molto orgoglioso de Gli ebrei del silenzio, che dette il via alla campagna di liberazione degli ebrei sovietici. Quando andai in Russia per la prima volta nel 1965 ricevetti una telefonata del ministro della cultura che promise di pubblicare il libro se mi fossi comportato bene.
I russi conoscevano solo il mio lavoro di denuncia sulla Germania nazista e mi dettero il visto, anno dopo anno, senza capire che incontravo clandestinamente dissidenti e refusenik. Non avrei mai creduto, allora, che un giorno milioni di ebrei russi avrebbero vissuto liberi».
Il testamento di un poeta ebreo assassinato è ancora oggi considerato uno dei più coraggiosi tentativi di smascherare il comunismo.
«Amo troppo la cultura ebraica per non denunciare la persecuzione operata ai suoi danni da Stalin. Mi si spezza il cuore davanti all’incredibile revival di antisemitismo in Ungheria, dove in segno di protesta, ho restituito la massima onorificenza della Repubblica».
Il mondo ha imparato la lezione di Auschwitz?
«Posi questa stessa domanda durante un intervento di fronte all’assemblea Onu, nel 2000. La risposta, oggi come allora, è no. Come si spiegherebbero altrimenti Cambogia, Bosnia, Ruanda, Kosovo, Sudan e Siria?»
Oggi Elie Wiesel è dunque rassegnato ad arrendersi di fronte alle forze del male?
«Coltiverò sempre i semi della speranza. Per questo le mie espressioni preferite sono "e tuttavia" e "io credo". Dopo aver rinnegato Dio ne La Notte, ne Il Giorno l’ho pregato. Non rinnegherò mai l’eredità dei padri dei padri. Non posso rompere la catena iniziata col grande Rashi-Rabbi Shlomo Yitzchaki, mio antenato, né tradire la fiducia che gli avi hanno riposto in me. Continuerò a protestare contro Dio, come il profeta Geremia nelle sue Lamentazioni, ma anche a invocarlo e ad amarlo».
Di fonte al male del mondo si chiede mai, dove è Dio?
«Si, ma subito dopo mi chiedo "dov’è l’uomo"? "E dov’è la società"? È facile attribuire la responsabilità del male a Dio. Auschwitz non è stata calata dal cielo, ma è stata concepita, costruita, abitata e usata dagli uomini. L’America, il Vaticano, l’Europa sapevano e non l’hanno fermata».
Dopo essere scampato più volte alla morte, lei oggi è costretto a vivere in incognita per paura di essere aggredito.
«A New York vivo sotto scorta e ovunque vado sono obbligato a usare un falso nome. Sono scampato a un tentato sequestro, nel 2007, e ricevo costanti minacce di morte da gente che vorrebbero ridurmi al silenzio ma non ci riuscirà mai».
A che punto è il suo libro a quattro mani che sta scrivendo con il presidente Obama?
«Prima devo finire My Masters and My Friends, un enorme volume che richiederà ancora un paio di anni di lavoro. Sono molto vicino a Obama che mi invitò ad accompagnarlo a Buchenwald nel 2009. Non essendo io nel programma, non preparai alcun discorso. Ma dopo essere salito sul podio il presidente si inchinò e mi sussurrò all’orecchio: "le ultime parole devono essere tue"».