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 2012  dicembre 06 Giovedì calendario

SALLUSTI


In Italia c’è un uomo che chiede, pretende di andare in galera. Contro i giudici che, applicando una norma unica in Europa, e che risale all’era fascista, lo hanno condannato a 14 mesi di reclusione per diffamazione. Contro altri magistrati che, per evitargli la cella, alla fine hanno congegnato il «privilegio» (l’ha definito così) di un’ingloriosa scappatoia giuridica. Contro deputati e senatori che, pur dichiarando imperterriti dal 1948 che la diffamazione non va punita con la prigione, lo scorso novembre non sono riusciti a emendare un articolo del Codice penale del 1930.
L’uomo vuole andare in galera anche contro il presidente della Repubblica, che sta valutando l’ipotesi di graziarlo. Ma, soprattutto, vuole andare in galera per aprire la testa ai tantissimi concittadini (a partire da molti colleghi di lavoro che lo detestano o lo irridono) i quali non capiscono che sbattere un giornalista in cella per quel che ha scritto è una minaccia per la libertà di stampa, un rischio per tutti. L’uomo, in definitiva, vuole andare in galera per un principio fondamentale. E con la sua coerenza denuncia l’incoerenza altrui.
Neanche il genio di Eugène Ionesco riuscirebbe a inventare un assurdo più assurdo del caso di Alessandro Sallusti, il direttore del Giornale che la Cassazione ha condannato al carcere per un articolo diffamatorio non scritto da lui. Quasi tutti si dicono d’accordo: un giornalista in prigione è l’ultima vergogna italiana. Ma poi nessuno fa nulla che riesca a sollevarsi dal livello (altrettanto vergognoso) del sotterfugio, della soluzione abborracciata, del trucchetto sottobanco. Non si pensa, ovviamente, all’impunità: chi scrive e sbaglia deve pagare. Ma anche il commissario europeo per i Diritti umani, Nils Muiznieks, segnala che in Italia «la diffamazione dovrebbe essere sanzionata attraverso misure proporzionate nel Codice civile».
Resta il fatto che nel mondo, alla fine di questo 2012 di tregenda per la stampa, i Sallusti sono 156: tanti, secondo Reporter senza frontiere, sono i cronisti rinchiusi in una cella per quel che hanno scritto.Nessuno, però, in un Paese veramente democratico: l’Occidente, finora, è fuori dalla lista, guidata da tre paesi come la Cina (30 giornalisti), l’Eritrea (28), l’Iran (25). Sarà proprio l’Italia ad allungare la colonna infame?