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 2012  dicembre 06 Giovedì calendario

ANATOMIA DEL SAHARA

[in allegato la cartina: l’oro del maghreb]

1. Tra i miti della nostra contemporaneità vi è l’idea che la rivoluzione informatica e i progressi dei mezzi di trasporto abbiano reso il mondo più piccolo. Uno dei corollari di tale mito – spesso accettato inconsapevolmente, come categoria acquisita – è che l’impatto dello spazio nel plasmare le dinamiche sociali, politiche ed economiche dell’umanità stia progressivamente diminuendo e che quindi esso possa essere in qualche modo ignorato nello spiegare l’evolversi e il dispiegarsi di tali dinamiche. In realtà, dietro questo tipo di approccio che de-spazializza le realtà sociali e politiche si cela un errore di fondo: il mondo è sì cambiato, non nello spazio – non è più piccolo – bensì nel tempo. Il mondo è semplicemente più veloce: il fattore spazio è rimasto uguale, mentre il fattore tempo è mutato profondamente e dunque la somma delle due dimensioni in cui le attività antropiche si dispiegano offre un risultato diverso rispetto al passato.
Questa velocità non è uniforme: ai vertici di quello che fu il triangolo geoeconomico mondiale (Stati Uniti, Europa, Giappone), nelle realtà costiere della Cina, nelle città dei paesi in via di sviluppo il mondo è più veloce e questa velocità sta mutando la percezione spaziale delle persone, visto che le distanze sociali, economiche e affettive possono essere compensate con un collegamento a fibra ottica e con mezzi di trasporto sempre più sofisticati e veloci. Altrove, viceversa, il mondo non è né più piccolo, né più veloce: esso risponde a logiche temporali rimaste sostanzialmente immutate, o quasi. Si tratta in particolare di quelle regioni dove l’uomo ha avuto difficoltà – per fattori fisici, economici o di altro tipo – a domare lo spazio e il tempo, piegandoli al soddisfacimento dei propri bisogni materiali e intellettuali.
La metafora del mare è stata spesso usata – a volte abusata – per descrivere il Sahara. Qui ci sembra tuttavia estremamente calzante per descrivere le caratteristiche di questo limes esemplare. Fossili ed esplorazioni geologiche ci dicono che il Sahara, nel corso della sua antichissima storia, ha ospitato anche un mare, di cui serba tracce. Il mare metaforico del Sahara è un mare arcaico, non addomesticato, in cui l’elemento antropico è riuscito solo in maniera molto parziale e frammentata a domare l’estrema complessità geofisica dell’ambiente.
«Sahara», da Braudel definito il «secondo volto del Mediterraneo»[1], deriva dall’arabo ṣahrā, che significa spazio vuoto, deserto. Di norma, in arabo il concetto di Sahara è accompagnato all’aggettivo «grande» (Ṣahrā al-kubrā): questo deserto si estende longitudinalmente tra il l6° meridiano ovest e il 35° est, per oltre 8 milioni di km² (con una larghezza di circa 4 mila chilometri) dalle coste dell’Africa nord-occidentale, che affacciano sull’Atlantico, fino alle acque del Mar Rosso a oriente, con l’unica interruzione della valle del Nilo. Le entità statuali che insistono su quest’area sono, da ovest a est: Mauritania, Marocco, Mali, Algeria, Niger, Tunisia, Libia, Ciad, Sudan, Egitto.
Il Sahara si estende all’interno del continente africano con punte massime di lunghezza di circa 2 mila chilometri. I suoi limiti settentrionali sono rappresentati dal Mar Mediterraneo e dalla catena montuosa dell’Atlante, che va dal Marocco alla Tunisia passando per l’Algeria, per circa 2 mila chilometri, con una larghezza massima di quasi 400 chilometri. L’Atlante si compone di catene e altipiani che ne rappresentano i bordi e i gradini, con l’altitudine che cresce scendendo verso sud, mentre la frammentazione del rilievo segue una dinamica opposta, diminuendo nel suo spingersi a sud e creando una scansione a bande e ripiani paralleli. Tale costruzione geologica ha avuto un impatto decisivo sulla circolazione dell’uomo nella regione, data l’assenza quasi totale di passaggi che consentissero agevolmente di muoversi tra il mare e l’interno: a esclusione di due vie d’acqua (il Mouloya marocchino e il Mina, affluente del Chelif, in Algeria), il resto dei collegamenti sono impervi e questo spiega la difficoltà intrinseca di controllo del Sud per questi paesi[2].
La frontiera fisica che divide l’Atlante dal Sahara è rappresentata dalla sequenza di depressioni marcate dai solchi dei corsi d’acqua intermittenti (widiān) Dra e Djedi e dai pantani salati (šaṭṭ) Melrhir e Djerid. Procedendo verso sud, il limite che storicamente divide il deserto dal resto dell’Africa è rappresentato dalla savana semiarida del Sahel («costa» in arabo): una striscia di territorio compresa tra il 20° e il 12° parallelo Nord, che si estende anch’essa dalla costa occidentale al Mar Rosso e che rappresenta un più ampio e significativo confine culturale tra la cosiddetta Africa bianca o minore (centrata sul Maghreb) e l’Africa nera o maggiore (subsahariana).
Da un punto di vista climatico, il Sahara presenta diverse regioni. Dalla costa desertica atlantica, dove l’interazione con le correnti delle Canarie ha permesso lo sviluppo di licheni e piante grasse, si passa alle steppe e foreste del Nord, uno spazio di transizione climatico che anticipa il passaggio dal clima temperato mediterraneo all’aridità totale del deserto, dove la vegetazione è rara e l’acqua piovana quasi inesistente. Questa è l’area più ostica da un punto di vista geofisico: si estende per circa 4,6 milioni di km² ed è caratterizzata dalla presenza di imponenti dune di sabbia. In questa regione vi è quell’area conosciuta come «terra della sete» (bilād al-’aṭaš): una delle zone più ostili all’uomo, in una regione già fortemente ostile. Essa si compone di sopraelevate ḥammāda di tipo calcareo, che circondano i bacini dell’Irharhar e del Melrhir. Questa regione si divide tra Algeria, Mali e Niger; la presenza umana è alquanto ridotta, limitandosi ad alcuni gruppi di nomadi tuareg e a sparuti gruppi di viaggiatori, che si muovono lungo il moderno tratto di strada che collega Béchar (Algeria) con Gao (Mali), o la vecchia tratta che insiste su Ġadāmis (Libia). A questa regione si contrappone il bilād al-bi’ār (terra delle oasi e dei pozzi), composta da palmizi allineati lungo le depressioni ai margini di tali rialzi o isolati tra le erg (’irq), la distesa simmetrica di dune di sabbia[3].
Andando verso oriente si incontra l’hammāda al-Ḥamrā, il ripiano rosso che annuncia l’aspro deserto libico[4]. Il primato dell’aridità, comunque, spetta alla zona conosciuta come Tanezrouft, di gran lunga la più ostile del Sahara. Procedendo verso sud, ci si imbatte nella striscia meridionale di steppa che si estende da ovest a est, con piogge estive anche relativamente abbondanti, che consentono lo sviluppo di diverse varietà vegetali. Questa è la regione che congiunge il Sahara con il limite meridionale saheliano. Il Sahara è un deserto, ma non un deserto piatto: vi sono diverse catene montuose, per lo più di origine vulcanica; le cime principali sono il Tibesti (Ciad, 3.415 metri), l’Ahaggar (Algeria, 3.020 metri), l’Aïr (Niger, 2.024 metri), il Ǧabal al’Uwaynāt (Libia, 1.934 metri), l’Adrar degli Ifoghas (Mali, 970 metri) e l’Adrar (Mauritania).
Aridità e scarsità rappresentano la cifra geofisica dello spazio sahariano. La prima condiziona ancora oggi tutti gli aspetti dell’esistenza umana nella regione: solo in alcune sparute aree del Marocco, dell’Algeria e della Tunisia le precipitazioni superano la soglia dei 400 mm annuali, al di sotto dei quali l’agricoltura pluviale è impossibile. Inoltre, la scarsità estrema di acque superficiali e di corsi d’acqua perenni rende estremamente problematico l’approvvigionamento idrico.
2. Come il mare, anche il deserto è uno spazio dinamico, ma la qualità del movimento che su di essa ha luogo è diversa e dipende dalla capacità dell’uomo di dominare l’ambiente e di trame sostentamento[5]. Nel Sahara, tale addomesticamento è stato particolarmente complesso e ciò ha prodotto conseguenze anche sullo sviluppo delle istituzioni politiche che avrebbero dovuto esprimere una sovranità su questi spazi. Dal punto di vista politico, ciò ha reso estremamente difficile garantire un controllo efficace e univoco delle comunità sociopolitiche che nei secoli vi si sono succedute; i conquistatori avevano serie difficoltà nel riuscire a controllare questi spazi, anche laddove fossero esperti conoscitori delle dinamiche desertiche. Si pensi alle difficoltà incontrate dagli arabi, ai tempi dell’espansione imperiale islamica nel VII secolo d.C., nel sottomettere il Fezzan libico, conquistato solo dopo tre decenni dal loro arrivo in Cirenaica[6].
L’addomesticamento di queste aree è risultato particolarmente complesso e sostanzialmente inadeguato: il «mare di sabbia» resta ancora oggi più un ostacolo che un ponte, a differenza del «mare di acqua» che si estende a nord del Sahara, il Mediterraneo, piattaforma di comunicazione e di scambio sin dai tempi delle brevi traversate egizie verso Biblio[7]. Lo sviluppo dei moderni mezzi di trasporto terrestri ha modificato solo in minima parte la geografia stradale del Sahara: molto spesso tale spazio è evitato mediante il trasporto aereo, considerato il mezzo più sicuro ed efficiente per attraversare tale distesa di sabbia. In epoca coloniale e post-coloniale sono state costruite alcune strade asfaltate, che tagliano il deserto e collegano l’Africa interna alle coste del Mediterraneo; tuttavia, risultano poco utilizzate per i traffici commerciali. Esse servono più che altro ai paesi maghrebini per controllare (con alterne fortune) il profondo e ostico Sud e agli Stati della striscia saheliana per controllare il Nord desertico.
Inoltre, al sostanziale declino del Sahara come piattaforma di trasporto merci diedero un contributo fondamentale le grandi scoperte marittime, che causarono il tramonto commerciale dell’Africa settentrionale e dei suoi sentieri carovanieri, visto che i mercanti europei iniziarono a utilizzare le rotte navali aperte dai portoghesi intorno all’Africa occidentale. Molte delle rotte carovaniere che nel corso dei secoli sono servite all’esportazione in Europa di animali esotici per i circhi dei romani (pratica che contribuì non poco allo sviluppo di Aoudaghost, in Mauritania), di oro (che aveva i suoi centri principali nelle città dell’attuale Mali settentrionale, come Gao e Timbuctù), di spezie e schiavi, sono usate ancora oggi dai nomadi tuareg e dai contrabbandieri, per i loro commerci legali e non. Ciò si deve a due ordini di fattori: la profonda conoscenza del deserto che hanno questi gruppi e le difficoltà intrinseche di controllo di tali arterie da parte delle forze di sicurezza statali.
Questa ostilità geofisica e la conseguente incapacità di sviluppare istituzioni in grado di esercitare un controllo effettivo su tali territori spiega la porosità e fluidità di questi ultimi, teatro di movimenti incessanti (ancorché lenti e discontinui) e di incontri. Ma spiega anche perché le identità sociali, le dinamiche religiose e le realtà politiche si siano mescolate per secoli, creando sincretismi di vario genere, poi sedimentatisi in identità socio-culturali estremamente originali e durature (si pensi ai berberi o al nomadismo tuareg). Non a caso, questo è lo spazio per eccellenza del nomadismo e della transumanza.
A differenza della certezza legale e dei confini effettivi che caratterizzano gli Stati moderni a Nord del Mediterraneo, consolidatisi sotto le monarchie europee del Quattrocento e Cinquecento e ulteriormente rafforzatisi con la rivoluzione francese e i nazionalismi romantici, il mare di sabbia ha visto la predominanza di dinamiche entropiche. I processi di costruzione dello Stato moderno sono stati di tipo sostanzialmente esogeno. Questo non significa che gli Stati della regione manchino del tutto di una tradizione o di una storia nazionale: si pensi all’Egitto, ma anche al Mali. Tuttavia, lo Stato di matrice europea era una realtà istituzionale e amministrativa sostanzialmente sconosciuta ai tempi del colonialismo francese nella regione. I confini dello Stato moderno sono stati istituiti in epoca coloniale, introducendo un ulteriore elemento di frammentazione; lo spazio sahariano è stato così diviso in Stati più o meno nazionali in cui la pluralità etnico-religiosa è la norma. Stati formalmente sovrani, su territori di cui spesso controllano a malapena la capitale e l’immediata periferia, in linea con la tradizione locale del controllo sul bilād al-maḫzan (la terra del fisco) e le immediate vicinanze.
Molti di questi Stati, ancora oggi, rappresentano realtà puramente cartografiche e la linearità geometrico-burocratica dei loro confini suona addirittura beffarda se paragonata alla sovranità effettiva, alle dinamiche territoriali concrete e al peso delle reti transnazionali di solidarietà etnica, religiosa e tribale. Sono tali realtà transnazionali, dinamiche e instabili, il vero motore sociale di questi spazi, mentre l’importanza dei confini artificiali è molto meno rilevante. Solo pochi paesi dell’area, nel corso degli ultimi decenni, sono riusciti a stabilire un controllo effettivo di alcune parti del «mare di sabbia». Si tratta di spazi caratterizzati da un’estrema incertezza politica e legale, dove il controllo dello Stato è debole e i gradienti di statualità sfumano con l’avanzare del deserto: in genere, quelli della cintura maghrebina sono Stati più forti dei loro vicini saheliani, sebbene anche loro abbiano seri problemi di controllo del loro Sud e gli squilibri demografici, economici e politici tra aree non desertiche e desertiche rappresenti un elemento di strutturale debolezza.
Ci sono state e ci sono ancora diverse forme di resistenza ai tentativi di affermare il potere delle autorità centrali. Tale comportamento, immediato e spontaneo, costituisce una sfida per questi Stati post-coloniali, le cui dinamiche di frammentazione sono emerse in tutta la loro evidenza nel corso degli ultimi anni: dalla decennale e spinosa questione del Sahara Occidentale alla recente implosione maliana, dalla contestata partizione sudanese al ribollire delle istanze localiste nella Libia post-Gheddafi, dalla presenza di persistenti sacche di resistenza culturale e politica berbera alla supremazia politica araba al peso (spesso sottovalutato) degli squilibri geoeconomici nei paesi della primavera araba.
3. Dal punto di vista religioso, il Sahara è uno spazio essenzialmente islamico, le cui genti appartengono alla più vasta comunità della ummat al-mu’mīn, la nazione deterritorializzata islamica basata sulla fede e non sul territorio. L’Africa del Nord è anche conosciuta come Africa araba: l’arrivo degli arabi guidati da ’Uqbah ibn Nāfi’ nel VII d.C., il loro stabilirsi in queste aree e l’islamizzazione africana della prima fase (638-1050 d.C.)[8] hanno supportato questa percezione. In realtà, da un punto di vista etnico e culturale, l’Africa settentrionale e sahariana non è araba, o meglio non solo: essa è principalmente berbera[9]. «Berbero» deriva dal greco bárbaros e dal latino barbarus, generalmente l’appellativo con cui si indicava chi non parlava né il latino né il greco. La conquista araba causò l’arabizzazione di tale parola, che divenne al-barābir o barābira. Nella loro lingua, il tamazight, i berberi utilizzano il nome imazighen per definire se stessi; la parola «berbero» è raramente utilizzata. L’etimologia e il significato di questa parola non è univoco: generalmente, dovrebbe indicare il concetto di uomini liberi, anche se secondo altri sta per "nobili»[10].


Storicamente, i berberi hanno mostrato una certa resistenza alle dominazioni straniere: al tempo dei romani, essi difesero strenuamente i propri costumi; sotto gli arabi, la cui presenza fu ben più forte e penetrante, riuscirono comunque a influenzare la realtà della dominazione, pur adattandosi ad essa. I berberi si convertirono quasi immediatamente all’islam [11], divenendo la componente principale dei nuovi eserciti islamici che si muovevano verso nord per conquistare la parte meridionale della Penisola iberica. Più in genere, la presenza berbera provocò una peculiare regionalizzazione dell’islam nell’Africa meridionale: gli islam trans-sahariani si caratterizzano infatti per il forte sincretismo, per la marcata eterogeneità rispetto all’ortodossia consuetudinaria[12] propria dell’islam arabo, per la forte contestazione del potere imperiale. Ciò ha fatto sì che per secoli l’islam praticato in queste aree fosse particolarmente flessibile, caratterizzato da influssi e pratiche preesistenti, da una maggior flessibilità dottrinale e pratica rispetto all’islam del Levante e della Penisola arabica, dalla predominanza di movimenti e confraternite mistiche e da un forte elemento di contestazione politica rispetto al nuovo potere. Questo spiega perché i popoli berberi siano passati dalle tendenze khargite dei primordi allo sciismo, fino all’islam sunnita di rito malikita (radicatosi nei secoli successivi all’invasione araba, durante il dominio almoravide), probabilmente la variante meno dottrinale tra le quattro scuole giuridiche dell’islam.
Gli Stati della cintura saheliana sono, da questo punto di vista, ancora più moderati: a esclusione del Sudan, Mali, Niger e Ciad conoscono una variante dell’islam particolarmente moderata e questo si riflette anche nella politicizzazione e legalizzazione di tale identità: in questi paesi, l’islam non è considerato religione di Stato, anche se la sārī’a è adottata in alcuni casi[13]. Gli spazi religiosi e sociali, quindi, presentano tratti di spiccata eterogeneità rispetto agli elementi etnico-religiosi politicamente dominanti, perché l’identità culturale e religiosa ha rispecchiato per secoli una sostanziale avversione al potere omogeneizzante dei dominatori avvicendatisi in queste aree.
La presenza storica di un islam aperto e flessibile rende ancor più rilevante uno sviluppo storico degli ultimi decenni, ovvero l’ingresso del Sahara nello spazio del jihadismo qaidista internazionale. La variante dell’islam politico basata sull’estremizzazione del jihād ha rappresentato, su scala globale,
un elemento di contestazione, in particolar modo dopo il 1967; la sua adozione, dunque, risulterebbe storicamente coerente con la storia culturale e religiosa del Sahel. Tuttavia, l’elemento d’intolleranza e di esclusione del jihadismo internazionale, che stride con la tolleranza sviluppata nei secoli in queste aree, rappresenta un elemento di cesura, più che un fattore di continuità.
4. Il Sahara si è trasformato, in particolar modo dopo l’11 settembre, in un fulcro delle minacce asimmetriche, degli studi e delle percezioni legate alla sicurezza nel dopo-guerra fredda. Contrabbando, terrorismo, conflitti etnici latenti, presenza di gruppi ribelli di varie estrazioni ideologiche e politiche, una precaria sicurezza alimentare, i gravi problemi connessi alla siccità e al degrado ambientale sono tutti elementi di problematicità che caratterizzano questo spazio. Non che queste minacce fossero assenti prima dell’11 settembre. Semplicemente, gli attentati del 2001 hanno mutato il prisma interpretativo attraverso il quale l’Occidente aveva osservato la realtà internazionale nel decennio precedente. L’unipolarismo[14] post-storico[15] centrato sugli Stati Uniti e supportato dalla nuova Europa post-vestfaliana, da un Giappone ormai occidentalizzato e dall’ottimismo liberale del decennio seguito al crollo dell’Unione Sovietica sono rimasti sepolti sotto le macerie delle Torri Gemelle.
Qui sta la cesura storica rappresentata dall’11 settembre: quell’evento ha riportato l’Occidente alla realtà di un mondo ancora intrinsecamente pericoloso, in cui l’innegabile espansione geografica della democrazia non si è tradotta in una diminuzione dei rischi insiti nell’anarchia internazionale, dove il progresso tecnico e l’accresciuta capacità di movimento globale rendono possibile organizzare attacchi terroristici su scala inedita. Tale mutamento di prospettiva ha causato un cambiamento nel modo di percepire lo spazio sahariano da parte dell’Occidente. Questo territorio è tornato a far parte dell’equazione strategica di Stati Uniti[16] e paesi europei[17].
Nel corso degli ultimi anni le rotte carovaniere di cui sopra sono-divenute le vie principali per traffici illeciti di ogni genere[18]: esseri umani, droga[19], sigarette, armi, materiali elettronici. Parallelamente, quest’area è entrata prepotentemente nella geografia del jihadismo internazionale, grazie a una dinamica che ha le sue radici nell’Algeria di fine anni Novanta: la sostanziale sconfitta del Gruppo islamico armato (Gia) ad opera del controterrorismo algerino fu l’inizio di quella divaricazione regionale che ha portato il jihadismo algerino ad abbandonare progressivamente le proprie roccaforti in Cabilia (dove però si trova ancora la sua leadership formale), per stabilirsi nel Sud algerino. Il Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento (Gspc), fondato in opposizione alla deriva del Gia da Ḥasan al- Ḫattāb[20], ha iniziato così quel processo di sahelizzazione del jihadismo algerino culminato nell’implosione del Mali e nel ruolo che al-Qā’ida nel Maghreb islamico (Aqim) sta avendo nelle dinamiche di disgregazione statuale del paese.
Aqim incarna la definitiva internazionalizzazione del jihadismo algerino: per anni, la comunità jihadista globale coagulatasi idealmente intorno alla figura di Osama bin Laden aveva percepito gli algerini come troppo concentrati sulla lotta al «nemico vicino" (il governo algerino) e non al «nemico lontano» (gli Stati Uniti). Ciò spiega perché la leadership qaidista abbia esitato prima di accettare che il Gspc si trasformasse ufficialmente in un franchising locale di al-Qā’ida, tra la fine del 2006 e l’inizio del 2007, mutando anche il proprio profilo operativo[21], prima di un ulteriore mutamento che renderà Aqim più simile a un gruppo mafioso che a una filiale terroristica.
L’11 settembre ha anche mutato la percezione internazionale del fenomeno jihadista: se l’Algeria si è trovata da sola ad affrontare la minaccia terroristica negli anni Novanta, l’èra della guerra globale al terrorismo ha accresciuto notevolmente il ruolo geostrategico del paese (in particolare agli occhi degli americani) e la solidarietà internazionale verso Algeri. La presenza di Aqim[22] ha aumentato di molto il peso strategico dell’area saheliana, sebbene il carattere jihadista del gruppo si sia andato riducendo nell’ultimo lustro e il suo sostanziale confinamento nel Mali settentrionale vada considerato una sconfitta strategica e una vittoria dell’Algeria. Il coagularsi nel Mali settentrionale di diverse forze jihadiste – Aqim, Anṣār al-Dīn e Mujao (Movimento per l’unicità e il jihād nell’Africa occidentale)[23] – che hanno abilmente sfruttato la rivolta tuareg (figlia del conflitto libico) per porre fine al regime di Touré minaccia di fare di quest’area un buco nero geopolitico, fulcro di crisi passibili di travalicare i confini regionali. A fame le spese, per evidenti ragioni di prossimità geografica, sarebbe in primo luogo l’Europa, la quale ha tutto l’interesse a contenere le dinamiche di frammentazione nutrite dalla strutturale debolezza di molti Stati saheliani.
Il Sahara è un mare antico e indomito, dove il movimento è sì perpetuo, ma non denso, e in cui il potenziale di crisi geopolitica è costante, perché intrinseco al dna di uno spazio estremamente inospitale per l’uomo. Sebbene la geografia non determini in tutto e per tutto l’agire dell’uomo, essa ne condiziona profondamente la natura. Le dinamiche sociali e politiche dell’area risentono qui più che altrove dell’ambiente geografico: localismo socio-politico e frammentazione, più che Stati nazionali e integrazione, rappresentano la vera cifra geopolitica del Sahara.


NOTE:

[1] F. BRAUDEL, Civiltà e Imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, vol. 1, Torino 1953/2010, Einaudi, pp. 169-188.
[2] P. DAGRADI, F. FARINELLI, Geografia del Mondo Arabo Islamico, Torino 1993, Utet, pp. 157-159.
[3] J. DRESCH, «Les régions sahariennes», in Y. LACOSTE, C. LACOSTE, Maghreb, peuples et civilisations, Paris 2004, La Découverte, pp. 71-73.
[4] P. DAGRADI, F. FARINELLI, op. cit., pp. 163-166.
[5] Per secoli si è creduto che il Sahara fosse privo di risorse economicamente sfruttabili. A tal proposito, si veda la rassegna di opinioni di geografia ed esploratori del primo Novecento in A. BOURGEOT, «Sahara de tous les enjeux», Hérodote, n. 142, 2011, pp. 42-77.
[6] J. WRIGHT, History of Libya, New York 2010, Columbia University Press, pp. 56-57.
[7] F. BRAUDEL. Il Mediterraneo. Lo spazio, la storia, gli uomini, le tradizioni, Milano 2005, Bompiani, pp. 31-54.
[8] B. BERNARDI, Africa, Tradizione e Modernità, Roma 2000, Carocci, pp. 137-149.
[9] Y. LACOSTE, op. cit., pp. 35-37.
[10] H. ILAHIANE, «Introduction», Historical Dictionary of the Berbers (imazighen), in Historical Dictionaries of Peoples and Cultures, n. 5, Lanham 2007, The Scarecrow Press Inc.
[11] J. HUNWICK, West Africa, Islam and the Arab World, Princeton 2010, Markus Wiener, pp. 25-51.
[12] Parlare di ortodossia nell’islam è arduo visto che, specie nella variante sunnita, la mancanza di una Chiesa gerarchicamente intesa fa sì che non esista alcuna precisa distinzione tra ortodossia ed eterodossia. Qui si intende per ortodossia l’islam comunemente inteso e praticato nella Penisola Arabica che, sebbene demograficamente minoritario nel mondo islamico, rimane per peso storico il fulcro concettuale del mondo islamico.
[13] G. FOURMONT, «La Charia, un concept islamique aux réalités plurielles», Carto. Le monde en cartes, n. 10 marzo-aprile 2012, p. 51.
[14] C. KRAUTHAMMER, «The Unipolar Moment», Foreign Affairs, voi. 70, n. 1, 1991, pp. 23-33.
[15] F. FUKUYAMA, The End of History and the Last Man, New York 1992, Macmillan Inc.
[16] Y. ZOUBIR, «The United States and Maghreb-Sahel Security», International Affairs, vol. 85, n.5, 2009, pp. 977-995.
[17] J. DEMPSEY, Europe Confronts New Threats in Sahel, Carnegie Europe-Strategic Europe, 2012. La strategia europea sul Sahel è stata formalizzata nella Strategy for Security and Development in the Sahel.
[18] J. SCHEELE, «Circulations marchandes au Sahara: entre licite et illicite», Hérodote, n. 142, 2011, pp.143-162.
[19] J. SIMON, «Le Sahel comme espace de transit des stupéfiants. Acteurs et conséquences politiques», Hérodote, n. 142, 2011, pp. 125-142.
[20] D. CRISTIANI, R. FABIANI, Al Qaeda in the Islamic Maghreb (Aqim): Implications for Algeria’s Regional and International Relations, 11/07, IAI Working Papers, Istituto Affari Internazionali (Iai), 2011.
[21] T. RENARD, «Aqim’s Offensive Reveals Shift from Insurgency to Terrorist Tactics in Algeria», Jamestown Foundation-Terrorism Monitor, vol. 6, n. 18, 2008.
[22] J. BURKE, Al Qaeda: The True Story of Radical Islam, London 2004, Penguin Books.
[23] D. CRISTIANI, «West Africa’s Mojwa Militants: Competition for al-Qaeda in the Islamic Maghreb?», Jamestown Foundation-Terrorism Monitor, vol. 10, n. 7, 2012.