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 2012  dicembre 05 Mercoledì calendario

CON CHE ARMA MI SPARERAI STASERA?

Era un giorno di pioggia intensa, nella valle della Bekaa.
L’occasionale tuono dell’artiglieria ci ricordava la nostra posizione: il fronte nordorientale della guerra siriana. A una manciata di chilometri c’erano Qusayr e le rovine di Homs; da questa parte il Libano con il suo muto paesaggio omicida.
Avevo appuntamento con Abu Obeida.
La carneficina tra sunniti e sciiti alawiti, che divampava in Siria, aveva rintuzzato l’odio tra le due maggiori confessioni dell’islam anche qui, dove la fazione è la patria, e il rancore avvelena la vita.
Abu Obeida era libanese e sunnita. Trascorreva il tempo a addestrare libanesi come lui alla battaglia. Attraversava il confine per uccidere gli sciiti. E tuttavia, era un uomo per bene. Un sopravvissuto.
Ogni volta che inciampo in un sopravvissuto mi chiedo di che cosa sia capace per continuare a vivere.
Prima ancora che aprisse bocca, compresi. Le sue motivazioni, intendo. Le sue ferite. Erano appese su una parete della modesta stanza in cui ci fece accomodare sua moglie, Zeinab. Fu la prima cosa che notai, entrando: la foto di tre volti sorridenti di bambini. Si chiamavano Nasrin, di 7 anni, Mohammed, di 6, Ahmad, di 3.
Pur essendo sunnita, Abu Obeida era sempre stato un alleato dell’Hezbollah sciita. Durante la guerra di liberazione contro Israele, aveva combattuto al suo fianco, poiché comune era il nemico. Pensava, all’epoca, che non c’era differenza tra loro, non erano forse tutti musulmani? In Libano, la società è un mosaico; il 40% della popolazione è sciita, il 30% sunnita, il resto diviso tra cristiani e svariate altre fedi.
Abu Obeida si sentiva un uomo libero. Aveva sposato Zeinab, una bella sciita, e aveva comprato casa nella periferia a sud di Beirut, enclave di sciiti e roccaforte del partito di Dio (questo significa Hezbollah).
Ma la vita era cambiata. La ragione aveva perso terreno. Erano riemersi odi antichi. Il calendario era tornato al Seicento dopo Cristo, alle lotte fratricide per la successione di Maometto. Gli sciiti, Shia’tu Ali in arabo, i sostenitori di Ali, avrebbero voluto che fosse Ali, genero e cugino del profeta, a succedergli alla sua morte. I sunniti – Ahlu Sunnati, seguaci della sunna, i detti e le azioni di Maometto – invocavano che a prevalere fossero gli insegnamenti del fondatore dell’islam, non i suoi parenti.
Secoli dopo fu questa lotta di potere a fare di Abu Obeida, suo malgrado, l’uomo composto e selvaggio che avevo davanti.
Ci fu, a Beirut, una battaglia tra sunniti e sciiti e qualcuno in quelle ore ricordò che quell’uomo minuto, Abu Obeida, era sunnita. La Molotov spaccò il vetro della finestra e atterrò nel salotto al pianterreno, dove giocavano i bambini. La moglie era uscita a fare la spesa.
«Al mio ritorno, vidi le fiamme e udii le urla dei vicini. Entrai in salotto, vidi i bambini per terra e svenni», mi raccontava pallida Zeinab.
I bimbi morirono intossicati dal fumo; si salvò soltanto l’angelo col velo bianco, Fatima, che mi serviva del tè, gentile e timida.
Da allora, molte cose erano cambiate nelle loro vite. Si erano trasferiti in territorio sunnita, a Qaa, il villaggio ancestrale di Abu Obeida, nel Nord della Bekaa. Zeinab copriva i capelli neri con un velo e combatteva la pena con delle pillole che la intontivano ma che non bastavano a colmare il baratro.
Abu Obeida brandiva un kalashnikov di fabbricazione cinese. Era lucido, e dotato di un mirino Bushnell del tipo utilizzato dai cecchini. Aveva cercato, a lungo, il killer dei suoi bambini, per ucciderlo. Non l’aveva trovato. A trovare lui era stata un’altra guerra: la rivoluzione, in Siria. Un concetto non astratto: a Qaa l’inverno scorso erano arrivati i profughi, a migliaia, tutti sunniti, come lui, tutti oppressi dagli sciiti, come lui. Abu Obeida aveva aperto le porte.
«Sono stato il primo libanese a sostenere la ribellione», diceva, fumando Winston, in mano un walkie-talkie.
«Juwa, amil kollo shi», precisava con uno sguardo duro: dentro io faccio di tutto.
«Dentro»: oltre la collina.
Se la principale linea del fronte della guerra civile siriana è su a Nord, al confine con la Turchia, la seconda è a Est, lungo i 375 chilometri di frontiera con il Libano.
Tra i tanti stranieri che combattono il regime di Bashar Assad, i libanesi sono di certo i più numerosi: Abu Obeida stimava che dal Nord della Bekaa sono partiti almeno 3.500 uomini.
È, la loro, un’attività clandestina. Ad alto rischio: al governo, a Beirut, ci sono uomini dell’Hezbollah, schierato con il potere – sciita e alawita – di Damasco. Una settimana prima della mia visita, avevano fatto irruzione nella casa di Abu Obeida alla ricerca di armi, senza trovare niente.
«Ero dentro», diceva Abu Obeida.
Raccontava con voce piatta, senza un’emozione, ciò che mi parve il breve percorso tra l’uomo e l’orrore.
«Siamo partiti in nove, a piedi, alle due di notte. All’alba abbiamo attraversato il confine. Alle otto eravamo a Jusiyah, un villaggio bombardato».
Avevano mitragliatrici e 80 chili di munizioni. La missione era speciale: «Dovevamo impossessarci di un check-point del regime».
I ragazzi al suo comando li aveva addestrati nei suoi campi per quattro mesi, di notte, tra meli e fichi, la terra morbida a mo’ di mappa, il fuoco come luce, una tenda per il freddo.
«Siamo arrivati a 200 metri dal posto di blocco. Abbiamo aspettato un’ora. L’obiettivo era catturare un ufficiale siriano. È andata bene».
«Avete ucciso?», chiedevo.
«Non siamo andati lì a pregare. Abbiamo ucciso quattro uomini. E preso l’ufficiale».
«Di lui che cos’è stato?».
Rideva, Abu Obeida: «L’abbiamo consegnato ai ribelli. Gli hanno fatto credere che lo liberavano. Gli hanno dato, a sua insaputa, un’auto imbottita di tritolo che ha guidato fino a una base dell’esercito a Qusayr. Bum! 13 morti, tutti ufficiali».
«Che viltà», mi sfuggiva.
«In guerra se non uccidi sarai ucciso. In guerra, sono una persona diversa da quella seduta qui ora. Non c’è niente come la pace. Combatto per arrivare alla pace, ma la guerra non finirà mai. È da quando c’è vita che c’è guerra».
In auto, sulla via del ritorno, la valle della Bekaa mi faceva l’impressione di un set cupo. Interi arsenali segnavano il suo paesaggio; fucili e razzi avevano scavato voragini. Ogni villaggio era un fronte, ogni fronte aveva un suo martire: volti giovani, beatificati nel loro istinto di morte.
Al pari di quella siriana, la schizofrenia libanese ha radici antiche: affondano nella dissoluzione dell’impero ottomano, a un tempo in cui comunità diverse vivevano in pace governate a distanza dal sultano di Istanbul. I dolori vennero con la colonizzazione europea e con quei confini bizzarri disegnati da inglesi e francesi che dal nulla crearono Stati, dividendo etnie, confessioni, persino famiglie. Nacquero piccole nazioni, tali solo sulla carta: erano, piuttosto, frammentate tribù con bandiere disegnate altrove. Fu l’inizio della fine: il principio di un secolo di conflitti. Troppo deboli i nuovi Stati, troppe divisioni al loro interno: prevalse l’identità di fazione e il ricorso all’esterno per risolvere le faide.
I libanesi hanno tutti ragione. E hanno tutti torto. Sono, tutti, intrappolati in un copione di guerra. Cambiare significherebbe perdonare l’uomo che ti ha ucciso i figli. E questo è difficile. Più facile è oltrepassare la linea d’ombra, in mano un kalashnikov.
«I libanesi si uccidono a vicenda in Siria», mi aveva detto, tranchant, Nicholas Blanford, un giornalista e scrittore inglese, da venti anni nel Paese. «I sunniti con i ribelli, gli sciiti con il governo. I sunniti sperano, rovesciando Assad,
di regolare i conti a Beirut. Gli sciiti combattono per impedire l’avvento, a Damasco, di un governo ostile».
È difficile, per una giornalista occidentale, incontrare soldati del partito di Dio. Non si fidano. Occidente uguale America uguale Israele: vade retro. Questa è, di norma, la loro equazione. E invece: il giusto contatto e cambio fronte.
Il mio uomo dice di chiamarsi Ahmad, ma non è il suo vero nome, quello non lo saprò mai. Ciò che so è che è un agente delle Forze Speciali dell’Hezbollah. Ha l’aspetto di un gangster dei film inglesi: tuta blu, gambe aperte, mani in tasca. Ha 35 anni, è in guerra da quando ne aveva 15. Ha seppellito amici e parenti, ha reagito rifugiandosi in campi di addestramento nella Bekaa, in Siria e in Iran.
Gli dico che deve essere strano, trovarsi ora a difendere i cattivi. Gli dico che in Siria ho visto i bambini uccisi dal presidente Assad.
«La», m’interrompe con un subitaneo movimento del capo. No. «I bambini li uccide Al Qaeda».
Mi prende in giro?
«La. La causa di tutto sono gli estremisti tagliatori di teste in nome della religione. Terroristi. Li uccideremo tutti. Ho chiesto ai miei capi di andare a combattere a Damasco. Mi hanno detto di no. Impiegheremmo un mese, a ripulire tutto».
Ci siete già in Siria.
«Ci sono 13 villaggi sciiti dentro, siamo lì per proteggerli. Abbiamo 14 mila soldati nei vari campi in Libano, in Siria e in Iran, ma fanno solo esercitazioni. E comunque, non c’è fretta. La guerra verrà qui».
In Libano?
«Akid», sicuro.
È così triste, Beirut, penso ritornando nel centro nervoso di Hamra. La baldanza non c’è più. I ristoranti sono vuoti. Dai telegiornali arrivano notizie di strade tagliate, rapimenti, e scontri a fuoco. A ottobre è saltato in aria Wissam Hassan, il capo dell’intelligence, sunnita. Qualche giorno dopo, illustri parlamentari sunniti hanno ricevuto telefonate minacciose, dalla Siria: «Il prossimo sei tu».
I leader politici vivono o in esilio o asserragliati dentro bunker. Saad Hariri (sunnita) rilascia vuoti proclami dalla sua magione di Parigi. Lo sceicco Hassan Nasrallah (sciita) ogni tanto si collega in teleconferenza nascosto da qualche parte sotto terra.
Non si è mai interrogata, Beirut, sull’incendio che l’ha bruciata, e allora come può evitare che si ripresenti ciò che l’ha sfigurata? Mi tornano in mente le parole del mio amico Sami: «I libanesi non hanno imparato niente. Quindici anni di guerra civile, migliaia di persone scomparse, violenze inaudite, collane di orecchie mozzate, tutto il repertorio degli uomini quando smettono di far finta di esser civilizzati. E ora succede di nuovo».
Succede di già su al Nord, a Tripoli. Mi è rimasta impressa una scena surreale cui ho assistito a Jabal Mohsen, un quartiere in cui vivono 50 mila sciiti alawiti circondati da 600 mila sunniti.
«Kollo yom billel mashakel», mi diceva Ali Sheikh, un miliziano sciita. Tutti i giorni di sera abbiamo problemi.
Del tipo?
«Una granata qui, una pallottola là». Mostrava sul cellulare la foto di un cadavere barbuto, si vantava di averlo ucciso: «Terrorista».
E tutti i sunniti dall’altra parte della strada?
«Terroristi».
Poi ci ripensava. Riprendeva il telefonino, pescava un numero dalla memoria, chiamava un suo nemico, che un tempo era suo amico, un sunnita dietro l’angolo, comandante di 60 uomini.
«Kifak, habibi», lo sentivo dire. Come stai, caro.
«Con che arma mi sparerai stasera?».