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 2012  dicembre 05 Mercoledì calendario

IL MIO GROSSO GRASSO MATRIMPONIO ITALIANO

di
La casa è in un canyon silenzioso, il quartiere è tranquillo, il panorama ne fa il luogo perfetto per pensare, scrivere e – come mi dice Gabriele Muccino – sentirsi, rispetto all’Italia, «un satellite che si è staccato». L’unico pericolo sono i coyote e i serpenti a sonagli, attori non protagonisti che ogni tanto fanno capolino fin sulla strada.
I vicini di casa sono Christian «Batman» Bale e Dennis Quaid. Ogni tanto Dennis, che è padre separato con due gemelli di cinque anni, si presenta qui per sistemare i bambini a giocare con Penelope, la figlia di Angelica Russo e Gabriele. Al supermercato più vicino, Angelica incontra sempre Ben Affleck e Jennifer Garner, qualche volta anche Gisele Bündchen. È la vita di Los Angeles, tra sole e oceano, cibo biologico e star del cinema. Un paradiso, se stai in maglietta a novembre a guardare l’orizzonte. Un inferno di nevrosi, se sei un regista europeo che ha deciso di lavorarci con una tigna che come lui nessuno mai. A dimostrarlo, la vicenda che riguarda il suo nuovo film americano, Quello che so sull’amore, che esce negli Stati Uniti questa settimana e in Italia il 10 gennaio, due anni dopo l’ultimo film italiano, Baciami ancora. Due anni difficili che a Muccino sono costati tanto stress e gli hanno fatto mettere su parecchio peso indesiderato.
Mi accoglie con grande allegria e voglia di parlare: è in piena «tensione evolutiva», per citare la canzone di Jovanotti di cui ha appena diretto il video, e che sembra parlare anche di Gabriele: «Abbiamo attraversato gli oceani e i continenti / ci siamo abituati ai più grandi mutamenti».

Iniziamo dal «mutamento» più seccante: quanti chili in più?
«Quindici».
Però, rispetto a come l’avevo vista a Venezia, mi pare dimagrito.
«Ha visto? Mi è riapparso il collo, che era sparito!».
È a stecchetto?
«Più che altro mi sto ammazzando di ginnastica. Cinque giorni a settimana. Palestra, corsa, boxe, tutte attività che negli ultimi anni avevo abbandonato».
Perché si era lasciato andare?
«Ho avuto tanti dispiaceri. In casi del genere, c’è chi dimagrisce e chi ingrassa. Io, evidentemente, faccio parte della seconda categoria. Sono un ansioso, un divoratore della vita, e sono imploso. O esploso, veda lei. Ma, le do la mia parola, in tre mesi torno in forma».
Parliamo un po’ di questi dispiaceri.
«Intanto, il film. Leggo una sceneggiatura che mi piace, accetto di dirigerlo anche perché, nel frattempo, un altro film che avevo scritto, e che avrei dovuto fare con Hilary Swank e Bradley Cooper, non va in porto. Invece, Quello che so sull’amore sembra facile come bere un bicchier d’acqua. Dico chi voglio per il cast e arrivano tutti, subito. Gerard Butler, Dennis Quaid, Uma Thurman, Catherine Zeta-Jones. I soldi ci sono, il cachet è buono. Si parte. Ma si parte così velocemente che non mi si dà il tempo di lavorarci su, come sono abituato a fare. Finito il film, non insisto per mandare ai test con il pubblico il mio director’s cut, ma accetto la richiesta della produzione di mandarci la versione che piaceva di più a loro. Errore. Avevo ragione io. Così abbiamo aggiunto un’altra settimana di lavorazione, siamo intervenuti sul montaggio, insomma un percorso a ostacoli che si sarebbe potuto risolvere in sei mesi e invece ci sono voluti due anni. Adesso il film mi piace, è la commedia romantica che volevo fare, ma che fatica».
Che cosa ha imparato su Hollywood in questo frangente?
«Che essere accomodanti non paga. Avrei dovuto impormi di più. Non mi aspettavo tante difficoltà, è stata una doccia fredda che mi ha insegnato molto sull’assenza di memoria di questo Paese. In America “ieri” non esiste, esistono solo “oggi” e “domani”. Nessuno può pensare di vivere di rendita, nemmeno di un successo come La ricerca della felicità, il mio primo film americano. Ogni volta è come andare nella savana a mani nude, arrivano le iene e i leoni e tu ti arrampichi sull’albero, sperando che non ti sbranino. Ogni americano ha la consapevolezza che può contare solo su se stesso, che è solo e che solo morirà. È la loro forza, ma è anche l’origine della nevrosi che tutti corrode, in particolare a Hollywood. Hollywood è un posto di gente che non sta bene».
Però lei insiste nel restarci.
«Più ci sto, più imparo. È una sfida con me stesso. Anche piena di gratificazioni: se professionisti da Oscar come Will Smith o Catherine Zeta-Jones vogliono lavorare con me è perché mi apprezzano, soprattutto apprezzano il mio modo di dirigere gli attori. Qui non è così scontato. La maggior parte dei registi non è molto attenta al lavoro degli interpreti, anche perché qui gli attori sono mediamente tutti piuttosto bravi e si dirigono da soli».
Gli americani sono più bravi dei nostri?
«In Italia ho tanti amici attori, con cui ho lavorato e vorrò lavorare ancora, ma dirò una cosa che mi farà tanti nemici…».
La dica.
«Il doppiaggio ha innescato una pigrizia intollerabile nel pubblico, negli attori e nei registi italiani. Ho uno zio doppiatore, so benissimo quanto siano bravi i nostri doppiatori. Ma chi non ha mai visto i film in lingua originale non ha idea di che cosa sia davvero la recitazione. Io stesso mi sono formato con il cinema americano doppiato. Solo in questi ultimi anni ho potuto rivedere capolavori che, a suo tempo, avevo capito al venti per cento».
Fare il regista e abitare a Los Angeles, lavorare con le star: il sogno che si avvera.
«Sì, ma questa non è una vita da sogno. Los Angeles è priva di stimoli culturali, si vive solo per il cinema e io passo ore a leggere sceneggiature. Le migliori non diventano mai un film, è pazzesco. E i film che si riescono a fare arrivano dopo una lotta fratricida tra registi su chi ha la proposta migliore, su chi porta gli attori più giusti in quel momento: la giungla».
Quello che so sull’amore, storia di un padre separato, la riguarda personalmente. Oltre a Penelope, lei ha altri due figli che vivono in Italia con le loro madri.
«Il conflitto che vive Gerard Butler nel film è molto simile al conflitto che vivo ogni giorno anche io. Lui, ex calciatore europeo, a un certo punto ha una grande occasione di lavoro che lo porterebbe però a vivere lontano dal figlio con cui ha da poco ripreso i contatti. Io, che ho scelto di stare qui per il mio lavoro, ho sempre questo cruccio di stare troppo poco con i miei due ragazzi, che adesso hanno 12 e 9 anni. Li vedo quando vado a Roma, ogni 2-3 mesi. Ilan, il secondogenito, lo vedo sempre di meno, perché la madre lo ha portato a vivere a Ravenna. Soffro moltissimo, mi auguro che, appena saranno più grandi, vengano a studiare in America: almeno proverò a recuperare il tempo perduto».
Potrebbe tornare in Italia.
«Non lo escludo. Ma non è ancora il momento. Non solo per il lavoro: vivere in questa casa nella natura mi riempie di un’energia che in Italia fatico a trovare».
Negli anni scorsi, in Italia, ci sono stati gli scandali delle ragazze disposte a tutto per un’apparizione in Tv: com’era profetico Ricordati di me, il suo film del 2003!
«Mi sono pentito di non avere approfondito di più il tema. Avevo intuito che l’Italia stava diventando una Repubblica fondata sullo scambio sessuale. Fui attaccato duramente: a Quelli che il calcio molte ragazze che lavoravano in Tv se la presero con me e so che Gerry Scotti non mi ha mai perdonato di avere “profanato” lo studio di Passaparola».
Prossimo film?
«Ho dovuto rinunciare a Passenger, una storia d’amore ambientata nello spazio, scritta dallo sceneggiatore di Prometheus: il protagonista doveva essere Kea­nu Reeves. Non se n’è fatto niente per problemi di budget, e perché un film di fantascienza senza i cattivi non convinceva lo studio. Ma sto leggendo qualche copione buono. E nel frattempo, ho scritto una cosa mia, una specie di Io la conoscevo bene ambientato nella Hollywood di oggi, dove racconto quello che ho visto in questi anni, dagli uomini più potenti alla disperazione del sottobosco».
Parafrasando il titolo del film, che cosa sa Gabriele Muccino sull’amore?
«So quanto sia difficile imparare ad ascoltarsi reciprocamente, essere disposti a comprendere e a flettersi. So che il nostro ego è nemico dell’amore».
Che cosa le ha portato Angelica nella vita, fino al suo arrivo così sentimentalmente travagliata?
«Angelica è tanta roba! È stimolante, vitale, bella, appassionata, intelligente. Sono molto innamorato».
E presto vi sposate, giusto?
«Sì, presto. In Italia. C’è una data ma non gliela dico».
Ci provo: fra tre mesi, quando sarà dimagrito, così viene bene nelle fotografie?
«Ho pensato che posso sposarmi anche prima, anche brutto. Tanto, ai matrimoni, tutti guardano solo la sposa».