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 2012  dicembre 05 Mercoledì calendario

L’ULTIMA ROWLING


Eccolo, il “romanzo adulto” di J. K. Rowling: dopo 450 milioni di copie del maghetto Harry Potter, arrivederci ragazzi, è venuto il momento di voltare pagina. In tutti i sensi. Si sa cosa era successo a Simenon, quando si era quasi scusato, in casa editrice, dei “romanzetti semiletterari” con Maigret: li scriveva solo per impratichirsi del mestiere; un giorno, a quarant’anni, avrebbe composto un romanzo vero. Gide, il più raffinato e potente intellettuale di Francia, gli aveva obiettato sorpreso che i suoi capolavori li aveva già scritti: i suoi gialli erano “riuscite perfette, che stordiscono”. Simenon gli aveva risposto: “Caro Maestro, quello che mi dice è per me qualcosa di terribile”, e si era messo a letto con la febbre.
I “romanzi duri”, che Simenon poi pubblicò, sono in effetti splendidi e ardui. Ovviamente il passaggio di J. K. Rowling è completamente diverso: diverso il talento, diversa l’ambizione, diverso il risultato. Quel che è simile è l’idea di non voler restare dentro il successo confortevole (e meritato) disegnato da un personaggio, da una saga. Ecco allora
Il seggio vacante(
esce domani per Salani), accolto senza troppi entusiasmi dalla critica, ma premiato dai lettori con un milione di copie vendute solo in Gran Bretagna in meno di un mese, con il Goodreads Choice Awards, social network con 12
milioni di utenti e tradotto entro il 2014 in una miniserie televisiva targata BBC.
Nel romanzo la Rowling si cala dentro a un modello dei più popolari, il serial televisivo. La struttura è infatti a brevi quadri; interni in cui i personaggi conversano, con atroci piccole rivelazioni aperte a nuovi sviluppi; per dissolvenza si passa, in tre, quattro pagine, a un nuovo quadro con altri personaggi, che torneranno, e a cui ci affezioneremo; e così per quasi seicento pagine. Per i contenuti, la Rowling ha scelto il realismo, servito da un linguaggio piano e mimetico. Puntando sugli sfondi: il villaggio inglese di Pagford, scintillante di brina, coi suoi quieti acciottolati, i prati rasati, il profilo monco dell’abbazia del Millecento in cima alla collina, la semiluna delle stravaganti e solide case vittoriane,
le chiese di mattoni rossi, il Black Canon – “uno dei più antichi pub d’Inghilterra”, le dimore color miele “che risalivano alla regina Anna”. Dal secondo dopoguerra, questo incanto è aggredito, dalle pendici, da una distesa di case popolari; eruzione di colate di cemento su cui fioriscono i graffiti; nei nuovi quartieri, le pensiline sono vandalizzate, i parchi disseminati di bottiglie di birra; le finestre sono sbarrate con assi coperte di oscenità, gli adolescenti
incappucciati nella felpa e armati di bombolette spray e tutti gli abitanti, che vivono prevalentemente di sussidi statali, predestinati al Centro per la disintossicazione. La guerra a cui stiamo per assistere è una lotta architettonica, tra il privilegio arroccato e i fatiscenti complessi edilizi del degrado. Nelle prime due pagine, un consigliere di quarant’anni muore accasciandosi per un aneurisma davanti al suo club, e sul
Seggio vacante
del titolo
(traduzione italiana di Silvia Pieraccini) si concentrano le ambizioni degli abitanti delle due comunità, decisi – gli uni, a salvaguardare la squisita civiltà in miniatura della vecchia Pegford, gli altri a promuovere i fatiscenti quartieri dei poveri, i Fields. In entrambi i campi, la guerra lascia feriti e morti, e alcuni esuli.
Ma nonostante tutto, la magia del racconto sono i ragazzi. Appena entrano in scena, la Rowling cambia passo. I ragazzi escono fuori di forza
dal dualismo sociale della vecchia Pagford e dei Fields. A scuola, facendosi largo coi loro zainetti, osservano il mondo con sfrontata timidezza; e mentre l’andatura del vicepreside è “imitabilissima”, loro applicano “con precisione chirurgica” certi concetti come “autentico”, o “stato di grazia amorale”. Mentre i grandi effettuano il passaggio da un quartiere a quello superiore a prezzo di lunghe militanze e astute tattiche, i ragazzi attraversano le frontiere scriteriatamente. Dalla prima apparizione (“Andrew sprizzava feroce piacere”), gli adolescenti precipitano nella loro presenza evidente e immotivata – Andrew è felice dei termini rozzi usati dal padre; la madre non se ne accorge, e lui “bruciava di odio”. Gli adulti maschi, presi nel loro progetto politico, sono perlopiù chiusi e violenti, e spesso corrotti; le donne invece, signore bene, psicologhe, tossiche, infermiere, sono più composite, e la Rowling ci restituisce volentieri il loro doppio eloquio, quello interiore e quello espresso a alta voce. E’ uno dei fattori che fa deragliare il testo dal modello di genere verso la letteratura: le motivazioni esplicitate, il tono comico, la responsabilità di ritrarre con risentimento – la Rowling ha vissuto a un certo punto, con una figlia piccola, di sussidi – una realtà atroce ma insomma non immedicabile.
L’affresco è ben costruito; il realismo lambisce alla fine anche gli adolescenti, che abbiamo lasciati, nella saga di Harry Potter, in baldo possesso di bacchette magiche e scope volanti – come se l’età moderna potesse passare il testimone del potere ordinario e straordinario dalle venerande figure dei maghi e delle streghe – rappresentanti dei vecchi e dei morti, secondo Lévi-
Strauss e il suo splendido saggio del 1952 (che si trova anche sul web)
Il Babbo Natale suppliziato
– alle giovani generazioni. Col romanzo, la Rowling non intende più entrare in frequenza con il desiderio profondo dei ragazzini e della modernità, avida di giovinezza. Indica realisticamente la necessità di operare in soccorso dei bambini disagiati, come lei fa nella vita. E tiene però attivo un margine del proprio mito, associando la nascita dei due generi di scrittura a due non-luoghi della velocità e dello spostamento: l’idea di Harry Potter le è nata in treno, il
Seggio vacante
in aereo. Anche Kafka diceva: “Ogni mago ha il suo cerimoniale”; e ricordava che Haydn componeva solo con una parrucca incipriata in testa: “aveva ragione, la scrittura è un modo di evocare gli spiriti”.