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 2012  dicembre 05 Mercoledì calendario

LA GUERRA SULLA RETE [A

Dubai, dal 3 al 14 dicembre, si decide il futuro di internet. In una partita complessa che vede Cina e Russia all’attacco e Stati Uniti sotto assedio E le telco contro i colossi del web. Ecco il campo di battaglia e tutti i contendenti. Tra cybersicurezza, business e potere] –
Due blocchi contrapposti e un obiettivo strategico: il controllo o quantomeno influenza su una porzione significativa li mondo. Messa così sembra la Guerra fredda. E un po’ in effetti lo è. Con la differenza, rispetto al Novecento, che territori da controllare sono digitali ma fino a un certo punto) e il Risiko stavolta si gioca sulla mappa di internet. La posta in palio della partita, infatti, è nientemeno che il governo della rete. A contenderselo in una disfida politica ed economica sono le grandi superpotenze del pianeta, affiancate per l’occasione da due potenti lobby in rappresentanza di alcune delle più note aziende globali. Per completare uno scenario che sarebbe piaciuto a John le Carré, c’è pure il luogo del possibile intrigo internazionale: Il World Trade Center di Dubai. Qui, dal 3 al 14 dicembre, va in scena la Conferenza mondiale dell’International telecommunication Union (Itu), agenzia Onu che definisce gli standard delle comunicazioni globali. In questa sede - dove per la prima volta dal 1988 verranno negoziati i trattati che regolano il flusso dell’informazione mondiale (Itr) – l’Etno, l’associazione delle società di telecomunicazioni europee, Cina e Russia hanno annunciato battaglia. La prima vede nell’incontro arabo un’altra occasione per promuovere un suo vecchio pallino: far pagare ai fornitori di servizi web come Google, Facebook e gli altri cosiddetti over-the-top il traffico che generano sulle reti di proprietà delle telco. Quello che vogliono gli operatori, in sostanza, è un internet a due velocità dove chi paga di più viaggia più veloce. E se Google o Facebook decidessero di non pagare? Semplice, vorrà dire che le loro pagine si aprirebbero più lentamente. Mosca e Pechino, da parte loro, battono il tasto della cyber-sicurezza e insistono per assegnare un maggiore controllo della rete all’Itu che, essendo sotto l’egida dell’Onu, giudicano il luogo adeguato per la gestione di simili problemi (oltre che un contesto più facilmente influenzabile) Nello scacchiere strategico la manovra sino-russa ha pure un obiettivo indiretto: indebolire l’Internet Corporation for Assigned Names and Numbers (Icann), l’ente che supervisiona il sistema di numeri IP e nomi di dominio e ci permette di navigare in rete. Nata da un accordo con il Dipartimento del commercio Usa, è ora soggetta al controllo di comitati indipendenti. Il suo board, l’organo che prende le decisioni, delibera dopo avere ascoltato il parere di governi nazionali e società civile ma le sue origini, almeno agli occhi cinesi e russi, la rendono sospetta. Nel gioco dei blocchi contrapposti, attorno all’Icann e contro le proposte Etno si sono schierati Stati Uniti ed Europa. E pure i colossi del web come Google e Microsoft che - per proteggersi dall’offensiva delle telco - hanno dato vita a una poderosa campagna mediatica per denunciare il pericolo che la libertà della rete correrebbe a Dubai. Per tutta risposti Hamadoun Touré, segretario generale dell’Itu, ha recentemente affermato che «controllo di internet» è un’espressione «che non sa nemmeno cosa significhi». Di fronte a tanta agitazione dialettica, gli osservatori imparziali, diventati improvvisamente analisti geopolitici, optano per la prudenza e ritengono che non ci saranno cambiamenti sostanziali nella governance della rete. Almeno nell’immediato. La partita, infatti, ha tempi dilatati e le affermazioni di oggi possono servire da teste di ponte per le manovre di domani. Magari proprio in seno all’Icann, dove alcuni esperti segnalano una crescente influenza dei governi nazionali. E dove alcune questioni, come la scelta dei domini generici di primo livello prevista nel 2013, costringeranno l’istituzione a prendere decisioni squisitamente politiche (per esempio se approvare o meno il dominio .gay). Non è che l’inizio, insomma, e solo una cosa è certa: il confronto durerà a lungo. La guerra vera e propria, dopo tutto, si combatte oggi anche a colpi di attacchi informatici e dunque le sue prosecuzioni con altri mezzi, politica e diplomazia, devono agire anche sullo scacchiere digitale. Sperando magari che non diano vita a una nuova cortina. Di firewall.
Raffaele Mastrolonardo

Avete mai notato che in« qualunque punto del mondo ogni tastiera telefonica ha lo stesso aspetto? O vi siete mai chiesti come facciano i satelliti a non scontrarsi tra di loro? O perché componiate 0064 per parlare con la Nuova Zelanda, ma 0065 per parlare con Singapore? Sono alcuni dei risultati ottenuti dalla International Telecommunication Union, fondata nel 1865 e oggi agenzia specializzata dell’Onu. Eppure, proprio adesso che si prepara alla prima conferenza globale degli ultimi 14 anni, l’Itu si ritrova oggetto di un attacco senza precedenti. Il E rimo degli aggressori è la potente lobby tecnologica de- li Stati Uniti. I cosiddetti over-the-top, Google in testa, sostengono che l’Itu vorrebbe imporre alle compagnie internet il pagamento di pesanti tariffe alle aziende per le» telecomunicazioni locali, riaccendendo le storiche tensioni tra i colossi americani della rete e le telco.
Ma non è questa l’unica battaglia che si combatterà in dicembre, quando i rappresentanti dei 193 stati mèmbri di Itu si riuniranno a Dubai. Da una parte Russia e Cina non nascondono che il loro obiettivo è togliere agli Stati Uniti il controllo di internet; dall’altra i paesi in via di sviluppo sentono che l’egemonia tecnologica occidentale sta limitando le loro opportunità, economiche. Se consideriamo che nel 2016 la popolazione mondiale internet arriverà toccare i 3,4 miliardi, risulta subito chiaro che la partita è di quelle davvero importanti.
Va subito detto che l’Itu non sta facendo molto per fugare i dubbi "di quelli che accusano l’agenzia di incoraggiare proposte controverse: i commenti di Hamadoun Touré, segretario generale dalla parlantina sciolta, sembrano anzi studiati proprio per suscitare l’ostilità degli Stati Uniti. Qualche mese fa Touré ha dichiarato all’edizione americana di Vanity Fair: «Quando un’invenzione viene utilizzata da miliardi di persone in tutto il mondo, non è più proprietà esclusiva di una nazione, per quanto potente questa nazione possa essere. Dovrebbe esistere un meccanismo per permettere a molti paesi di avere voce in capitolo».
La reazione alle nuove proposte dell’Itu è stata una campagna ampia, ben organizzata e abbondantemente finanziata, orchestrata da un gruppo di potenti aziende americane. La copertura mediatica dell’Itu ha oscillato tra lo sberleffo ironico e l’aperta ostilità, etichettando come oscura e inutile l’agenzia e cavalcando la storica avversione americana verso le Nazioni Unite. Gran parte di questa campagna si è concentrata su quelle proposte di cambiamento delle regole che appaiono come un tentativo di estendere la giurisdizione dell’Itu a internet. Dato che questa organizzazione era nata per coordinare le comunicazioni via telegrafo, e che via via è passata a occuparsi di telefoni, di cellulari e di tutte le nuove forme di telecomunicazione, non è irragionevole che i suoi mèmbri stiano cercando di allargarne le competenze alla rete. Tra i suoi mèmbri, però, ci sono anche 700 organizzazioni del settore privato e una di queste, la European Telecommunications Network Operators’ Association (Etno), ha provocato la disputa più violenta all’interno della lobby tech statunitense, insistendo a favore di una proposta che consentirebbe alle compagnie telefoniche di far pagare la diffusione dei contenuti in internet. Le grandi web company hanno gridato all’attentato alla libertà della |rete o ancora di tentativo delle telco europee di imporre una tassa sul traffico internet, chiedendo l’applicazione del principio "sending-party-pays" (paga il mittente).
È sceso in campo anche Vint Cerf - uno dei papa della rete ma anche capo evangelista di internet per Google - per fare pressione contro le nuove proposte. Cerf sostiene che non si possono applicare a internet gli stessi parametri delle reti telefoniche e ricorda come, in particolare nei paesi in via di sviluppo, sovvenzionare e telco per finanziare le infrastrutture abbia spesso alimentato la corruzione dei governi e dei funzionari pubblici. «La libertà di innovazione sulla rete è stata in gran parte una conseguenza del suo modello economico e della sua apertura», conclude Cerf. La coalizione creata ad hoc per fare lobby contro le proposte Itu è composta da Google, Microsoft, Cisco, Comcast, At&t e altri dieci, ed è presieduta dall’ambasciatore americano David Gross, un avvocato ed ex coordinatore del Dipartimento di Stato per le comunicazioni internazionali. In un’intervista a digitaltrends.com dello scorso agosto, Gross si è chiesto perché «un modello che sta| evidentemente funzionando bene dovrebbe essere rivisto senza alcun motivo chiaro e reale, a parte il beneficio economico che ne ricaverebbero alcuni vettori. E ci tengo a precisare che il gruppo che rappresento comprende importanti vettori di telefonia, e che anche loro pensano che questa sia una strada sbagliata».
Da parte sua, Google ha condotto una vigorosa campagna all’insegna dell’open web e di altre questioni estremamente mediageniche come la libertà di espressione e la lotta alla censura su cui si concentrano altre proposte Itu. Ma non facciamoci ingannare: qui in ballo ci sono gli affari di un’azienda da 243 miliardi di dollari, perché il principio del "sending-party-pays" - che starebbe prendendo piede tra le delegazioni africane e arabe - sarebbe catastrofico per i suoi affari, tassando di fatto ogni interazione con i suoi 700 milioni di utenti giornalieri. Aggiungiamo la minaccia ai suoi introiti derivante dal monopolio di Facebook sui social data e sulle inserzioni collegato, e la tendenza favorevole ai dati "privatizzati" all’interno delle mobile app. Non c’è da stupirsi, quindi, che l’azienda fondata da Page e Brin| abbia fatto della campagna per l’open web una priorità. Il capo dell’ufficio legale di Google, David Drummond, la definisce «una felice coincidenza». Dichiara: «Non ci vergogniamo di dire che l’open web è un vantaggio per il mondo, e che casualmente è anche| in grado di creare buone occasioni per gli affari.
Va detto che l’amministrazione e l’organizzazione di internet sono sempre stati dominati dagli Stati Uniti, fin dalla nascita di Arpanet, il precursore della rete moderna, che nel 1969 collegò quattro università americane, seguite da una serie di enti controllati dal governo Usa. Il più grosso oggetto del contendere è Icann, l’istituzione nata nel 1998 per assegnare gli indirizzi IP e gestire il sistema dei domini. L’Icann ha risposto alle pressioni globali internazionalizzando il board dei suoi dirigenti, ma continua a essere un ente no-profit con sede in California. E gli Stati Uniti hanno tuttavia difeso accanitamente la "root zone", il sistema di assegnazione dei domini e di numerazione gestito dalla Iana (Internet Assigned Numbers Authority), un’emanazione dell’Icann, a contratto con il Dipartimento del commercio Usa. E su questo ente, gli Stati Uniti lotteranno a fondo.
Il predominio occidentale è una delle sfide maggiori per le nazioni in via di sviluppo, dice Alice Munyua, esperta di politiche pel lo sviluppo che rappresenta il Kenya e l’Africa all’Icann. «È fonte di grande preoccupazione per i governi africani e gli investitori, e non solo per via del modo in cui internet è governato, ma per come si sviluppa dal punto di vista commerciale e tecnico», dice. «Abbiamo la sensazione di non essere in grado di partecipare o contribuire efficacemente perché ci mancano le capacità, le competenze tecniche e le risorse. Le nostre possibilità di sviluppo soffrono un digitai divide in termini di accesso ma anche in termini di una possibile appropriazione di internet». Munyua spiega che per i paesi invia di sviluppo può essere difficile perfino trovare delegati in grado di capire a fondo le questioni della gestione e della governance di internet, e che le nazioni africane, afflitte da problemi basilari come l’inaffidabilità della rete elettrica, hanno priorità diverse all’interno dell’Itu.
Per altri paesi rappresentati nell’Itu la battaglia per il controllo somiglia di più a una Guerra fredda. La Russia, spalleggiata da parecchi stati del Medio Oriente e dalla Cina, fa pressioni per avere maggiori regole sulla cybersicurezza e un maggiori controllo dell’Itu sui nomi dei domini. È stato lo stesso presidente Putin a dichiarare che la Russia mira a stabilire «un controllo internazionale su internet avvalendosi delle capacità di monito- raggio e supervisione dell’Itu».
La Russia ha proposto di impedire l’accesso a internet a chiunque minacci la sicurezza della rete, ha chiesto l’istituzione di una nuova agenzia delle Nazioni Unite che rimpiazzi Icann e condotto - senza esiti - una campagna per la creazione di un codice di
Eleanor Saitta, direttore tecnico dell’Immi, istituzione internazionale per la libertà d’informazione in rete, è anche una hacker e una consulente sulla sicurezza. Saitta avverte che una delle minacce più grandi che incombono su internet è la sua crescente militarizzazione. Mentre i 193 paesi dell’Itu si incontreranno intorno a un tavolo, infatti, alcuni di questi non smetteranno di lanciarsi reciprocamente silenziosi cyberattacchi sponsorizzati dai governi, come non smetteranno di sorvegliare e censurare i loro cittadini. «I governi vogliono sempre più spesso essere coinvolti nelle attività di censura e sorveglianza, e questo davvero potrebbe schiantare la rete. Perché internet cesserebbe di funzionare come una comunità in cui la gente può collaborare e condividere», dice Saitta.
Le aziende internet americane hanno già dovuto lottare sul terreno di casa. Nel 2011, lo Stop Online Piracy Act (Sopa) e il Protect IP Act (Pipa) proponevano una significativa crescita lei poteri concessi alle forze dell’ordine in materia di identificazione e punizione delle violazioni di copyright. Durante la campagna contro le due proposte di legge una delle voci più poderose è stata quella di Google.
L’attività di lobby delle over-the-top contro l’Itu potrebbe rivelarsi controproducente. A Mountain View si stanno preparando ad affrontare un’audizione dell’antitrust americana, volta a scoprire se nelle ricerche Google riservi un trattamento preferenziale ai suoi prodotti e ai suoi siti. E anche la Commissione Europea sta istruendo un’inchiesta simile. L’azienda sta anche conducendo una battaglia sulla privacy contro i legislatori europei, che non approvano il modo in cui scambia dati tra YouTube, Gmail e gli altri suoi prodotti. Da una parte Google predica a favore dell’open web, dall’altra esercita un monopolio virtuale sulla ricerca.
Ma chi vuole mettere (o tenere) le mani su internet non lo fa solo per motivi di tornaconto economico. Nel "grandi gioco" c’è in ballo molto di più del profitto. Le grandi potenze mondiali vogliono ridisegnare il governo della rete anche per motivi di sicurezza interna. Sempre negli Stati Uniti, per esempio, è in discussione il Cyber Intelligence Sharing and Protection Act (Ci- spa). Questa proposta è stata largamente condannata dai gruppi per i diritti civili perché sacrifica la privacy dei cittadini americani per fornire al governo gli strumenti per identificare gli hacker. Arrivato subito dopo il Sopa, il Cispa è stato approvato dal Cogresso, e respinto dal Senato che ora ne sta rivedendo il testo. Il ministro della Difesa Leon Panetta ha dichiarato qualche settimana fa che gli Stati Uniti rischiano una Pearl Harbor cybernetica se non risolveranno i loro problemi di sicurezza telematica.
Questo supposto pericolo è la giustificazione delle mosse che mettono gli Usa al centro di una vera e propria spy story digitale. Il governo di Obama è stato infatti direttamente coinvolte nello sviluppo dei virus informatici Stuxnet e Flame per spiare e sabotare il programma nucleare iraniano. E allo spesso tempo la Casa Bianca ha dichiarato di essere stata attaccata, in ottobre da hacker legati al governo cinese.
Con tanta carne al fuoco già sul terreno di casa, perché mai, si chiede il professor Milton Mueller, studioso di governance di internet, la lobby tecnologica americana spreca la sua potenza di fuoco contro un’istituzione debole come l’Itu? Sarebbe meglio, suggerisce lui, focalizzare l’attenzione sull’Icann, mettendo in evidenza i problemi nel rapporto tra i governi e l’ente. Mueller dice: «Siamo tutti pronti a fare la guerra contro l’Itu, ma stiamo ignorando le minacce che vengono dall’Icann, dal governo degli Stati Uniti e da altre nazioni. Non stiamo creando quelle nuove istituzioni di cui avremmo bisogno per governare internet preservandone la libertà».