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 2012  novembre 26 Lunedì calendario

LA VERITÀ VIENE A GALLA: LA MONETA UNICA IN CRISI AFFOSSA TUTTA L’EUROZONA

[Il rapporto del Fondo monetario internazionale smaschera i danni del rigore franco-tedesco. E le riforme di Monti si dimostrano inutili] –
L’Europa dell’euro è in recessione; sul bilan­cio dell’Unione tutti contro tutti: le formiche del Nord contro le cicale del Sud; la stessa idea di Europa in frantu­mi.
Deutschland über alles . Po­pulismi, antipolitica, egoismo ai massimi storici. Distruzione del­la coesione sociale. E tutto a cau­sa della crisi e di come essa è sta­ta affrontata. E se aprissimo un serio dibattito in Italia e, soprat­tutto, a Bruxelles sulla crisi, sulle sue origini e sulle risposte sba­gliate da parte dell’Unione? Fi­nora non ci ha ancora pensato nessuno. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Gli studi più accreditati sono quelli del Fondo monetario in­ternazionale che, nonostante la sua originaria cultura «rigida e fi­scale », ha sposato posizioni op­poste a quelle di Angela Merkel, in buona compagnia di Nobel del calibro di Paul Krugman e di Joseph Stiglitz e dei principali banchieri centrali, da Ben Ber­nanke a Mario Draghi. Secondo quanto elaborato dal Fondo mo­netario internazionale, per capi­re la crisi bisogna mettere sotto osservazione 3 indicatori: cresci­ta (bassa), disoccupazione (al­ta) e debito (anch’esso alto). Nel­le economie avanzate, oggi la crescita, quando c’è, è troppo lenta per dare uno slancio so­stanziale all’occupazione; e il de­bito p­ubblico ha raggiunto i livel­li più alti dal secondo dopoguer­ra.
In Europa,l’insieme di questi 3 fattori ha sollevato crescenti dubbi da parte degli investitori circa la sostenibilità delle finan­ze pubbliche di alcuni Stati. Dub­bi che hanno innescato un circui­to perverso, determinando un abbassamento dei rating eunau­mento dei rendimenti dei titoli dei debiti sovrani. A questo le isti­tuzioni dell’Unione hanno reagi­to imponendo ai paesi conside­rati più deboli le solite ricette: programmi di consolidamento fiscale che hanno, però, finito per indebolire ulteriormente il si­stema, sia dal lato della doman­da, riducendo il potere d’acqui­sto delle famiglie, con conseguente calo dei consumi; sia dal lato dell’offerta, causando una forte contrazione degli investi­menti da parte delle imprese e creando disoccupazione. Con ulteriore minore crescita, più di­soccupazione e più debito. Ap­punto!
A ciò si è aggiunto il funziona­mento non efficiente del settore finanziario. Un sistema banca­rio da rivedere nella sua architet­tura, per renderlo più idoneo ad assorbire, piuttosto che ad am­plificare, gli shock speculativi. E a trasmettere, piuttosto che a bloccare, la politica monetaria della banca centrale. La road map verso una vera Unione, non solo bancaria, ma anche econo­mica, fiscale e politica in Europa è pronta, ma Angela Merkel con­tinua a bloccarla. Fino alle elezio­ni tedesche dell’autunno 2013 non succederà nulla.
Infine, molto ha influito sul­l’a­ndamento della crisi un gene­ralizzato sentimento di incertez­za.
A partire dalla Commissione europea, burocratica, impoten­te, piatta. Forte con i deboli e de­bole con i forti. Bassa crescita, alta disoccupa­zione, alto debi­to, funzionamen­to non efficiente del sistema finanziario e sentimen­to di incertezza dovuta a una go­vernance debole si sono tradotti, quindi, secondo le valutazioni del Fmi, in un grave aumento dei mol­tiplicatori fiscali, cioè gli indicatori di come si rifletto­no le misure di po­litica economica sul Pil, che nel pe­riodo della crisi sono stati da 2 a 3 volte maggiori ri­spetto a quelli abi­tualmente regi­strati nelle analisi economiche. Tut­to il masochismo folle della crisi fi­nanziaria che ha investito l’area eu­ro è iniziato a De­auville il 18 otto­bre 2010: tutto è partito dalla di­chiarazione di An­gela di un qualsiasi Paese europeo, le banche sarebbero dovute inter­venire. Bella stupidaggine auto­lesionista del duo Merkozy ! Uno: perché questa affermazione sot­tintendeva che gli Stati possono fallire. Due: perché con il coin­volgimento dei creditori privati si è creata di fatto la saldatura tra crisi finanziaria e crisi del debito sovrano. Significa che le banche europee da quel momento, nel calcolare il valore dei titoli di Sta­to in portafoglio, per fare il loro mestiere avrebbero dovuto scontare il rischio di fallimento dei Paesi emittenti. Quindi svalu­tare. Quindi ricapitalizzare. Nel frattempo precipitare in borsa e vedere rarefarsi la liquidità, con il relativo credit crunch . E arrivia­mo a giugno 2011, quando la principale banca tedesca, Deutsche Bank, ha ridotto (in)co­scientemente la propria esposi­zione nei confronti del debito pubblico italiano da 8 miliardi a 1 miliardo (-88%), innescando un meccanismo folle per cui han­no iniziato a vendere­i nostri tito­li di Stato anche tutte le altre ban­che, quella ventina di merchant bank che fanno il bello e il cattivo tempo sui mercati, lanciando una insana competizione tra i de­biti sovrani dei paesi dell’Eur­o­zona e generando panico.
Nel frattempo, dall’altra parte dell’oceano, gli Usa rischiavano il default per aver sforato il tetto che il Congresso americano, dal 1917, pone al debito pubblico del paese, a luglio 2011 fissato a 14.300 miliardi di dollari. Al con­trario di quanto avvenuto in Eu­ropa, la risposta degli Stati Uniti è stata netta e decisa. Ed è stato utilizzato lo strumento più adat­to nel contesto che si era creato: la politica monetaria.
È così che la liquidità immessa nel sistema finanziario america­no ha iniziato a spostarsi verso l’Europa, individuando di volta in volta, a seconda della congiuntura, uno o più Paesi su cui con­centrare l’attacco. Per prima è toccato alla Grecia, poi all’Irlan­da, al Portogallo,alla Spagna. An­che l’Italia è stata messa sotto ti­ro. Ondate speculative cui l’Unione europea, al contrario delle istituzioni americane, non ha saputo rispondere, o ha rispo­sto troppo tardi e troppo poco. Anzi, l’unica ricetta contro la cri­si è stata quella masochistica e pauperistica imposta dalla Ger­mania.
Di fatto, la politica economica sbagliata di Angela Merkel ha va­nifi­cato gli sforzi della Banca cen­trale europea, che non solo ha mantenuto basso, al livello mini­mo mai registrato, il tasso ufficia­le di riferimento (0,75%), ma ha anche adottato, nell’ultimo an­no e mezzo, misure «non con­venzionali », dall’acquisto sul mercato secondario di titoli del debito sovrano dei paesi sotto at­tacco speculativo alle 2 tranche di finanziamento al tasso del­l’ 1 % delle banche dell’Eurozo­na.
Dicevamo che è mancata com­pletamente un’analisi seria e condivisa della crisi e della tera­pia da adottare. Nessuno l’ha mai fatta, nessuno ha voluto che si facesse. Cosa ne pensa, profes­sor Monti? Se la politica dei «compiti a casa» della cancellie­ra Merkel era sbagliata, perché l’abbiamo subita senza batter ci­glio? Se Lei ha raccolto, come ri­vendica, l’Italia sull’orlo del ba­ratro, la sua mission era «salvar­la », innanzitutto dalla Germa­nia, non spingerla ancora di più nell’abisso,dando retta ad Ange­la Merkel. Quando Lei è arrivato al governo l’Italia non era sull’or­lo del precipizio, bensì nel pieno di una speculazione finanziaria. Nel pieno di un attacco mirato, voluto da poche banche. Con tanti avvoltoi opportunisti a vo­ler la caduta del governo Berlu­sconi: in Europa per ragioni geo­politiche, come la Francia, da sempre in competizione con noi nel Mediterraneo per il gas e per il petrolio; in Italia per ragioni po­litiche, come la sinistra, che non aspettava altro che cavalcare la speculazione per far fuori il go­verno. Ora la situazione finanzia­ria continua ad essere febbrile e piena di incertezze, ma i fonda­mentali della nostra economia sono tutti tragicamente peggio­rati. E la speculazione è sempre in agguato. Come meravigliarsi allora che le Sue riforme non ab­biano riformato un bel nulla. Lei ha solo aumentato la pressione fiscale di quasi 3 punti in un anno. Nulla di più. Non sarebbe il caso di fermarsi e di cambiare rotta?
P.S. Ha ragione Mario Draghi, è stata la Banca centrale euro­pea ad evitare il disastro. Non Lei, professor Monti. La verità c­o­mincia a venire a galla.