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 2012  maggio 13 Domenica calendario

JP MORGAN, I VERTICI ORDINAVANO L’AUMENTO DI OPERAZIONI A RISCHIO - È

questo, stando a indiscrezioni, il filone di indagine seguito dalle autorità mobiliari della Sec americana e della Fsa britannica. E ieri è venuto alla luce che la forte spinta agli hedge aggressivi e rivelatisi disastrosi - a colpi di centinaia di milioni di perdite al giorno nel giro di due settimane - durava da mesi e arrivava direttamente da top executive. JP Morgan, la maggior banca americana per asset e tra i protagonisti del mercato ancora oscuro e poco regolamentato dei derivati, aveva difeso un privilegio raro: quello d’essere uscita dalla precedente crisi intatta, senza trimestri in rosso e gravi scottature da speculazioni andate male. Una posizione invidiabile che dava credibilità anche agli sforzi della banca di moderare la spinta alla riforma finanziaria: la Volcker Rule, che vieterà il trading per conto proprio dei grandi istituti e dovrebbe emergere a luglio, come limiti all’esposizione a singole controparti e controlli su un universo globale dei derivativi da 647.000 miliardi di dollari. Oggi l’ammirazione per quel manto di invincibilità è ricordo del passato. Ha lasciato spazio, a Wall Street in attesa di una nervosa riapertura domani dopo le pesanti perdite sui titoli finanziari già venerdì, è ben diversa: se persino JP Morgan e il suo amministratore delegato Jamie Dimon non riescono, volenti o nolenti, a gestire questi rischi, chi può riuscirvi? Le banche troppo grandi per fallire sono forse troppo grandi e pericolose da guidare senza stringenti normative. JP Morgan aveva citato tra le sue obiezioni proprio la possibilità che il suo Chief Investment Office, la divisione che ha gestito le catastrofiche scommesse, venisse imbrigliata nei suoi indispensabili hedge dalle riforme. Ma una ricostruzione del Wall Street Journal ha rivelato che la vicenda dietro al CIO è ben più complessa e controversa. La divisione gestisce hedge prudenziali e anche manovre su un portafoglio titoli da 374 miliardi. Da mesi i vertici di JP Morgan ordinavano di aumentare le operazioni di hedge. L’obiettivo, ufficialmente virtuoso, era rientrare da un’esposizione considerata eccessiva sui mercati del credito in balia della crisi europea. Ma la pressione dall’alto spinge ora a cercare di scoprire chi sapeva e approvava delle specifiche strategie adottate. Della grande, esagerata, partita giocata in particolare da Londra su un indice legato al credito aziendale. E che punto il passivo sia diventato tale da richiedere la comunicazione agli investitori. Le perdite si sono gonfiate nel’arco di soli 15 giorni, al ritmo stratosferico quotidiano di 153 milioni in media. Di sicuro la tensione era salita dentro la stessa banca: il board si e’ riunito ripetutamente nelle ultime settimane. E Dimon, finora re di Wal Street, non e’ piu’ stato intoccabile: non e’ stata discussa una sua rimozione da Chief executive, ma e’ stata considerata una stretta sui controlli interni. Gli incontri si sono moltiplicati dopo il 13 aprile, quando le perdite sono lievitate oltre i 200 milioni al giorno. Squadre di ispettori interni hanno cominciato a esaminare le strategie e trovare errori e disattenzioni nelle operazioni di hedging. Nel mirino sono finiti, oltre al trader Bruno Iksil, il responsabile dell’ufficio di Londra del CIO, Achilles Macris, e il capo della divisione, Ina Drew, che aveva cercato di minimizzare la crisi. Una crisi che venerdi’ ha gia’ portato il titolo JP Morgan a perdere 14,4 miliardi di capitalizzazione in Borsa, con i volumi di scambi piu’ elevati dal 1984. E ha spinto Fitch a declassare la banca, citando problemi di reputazione e governance, e Standard & poor’s a minacciare a sua volta un prossimo taglio del rating. Marco Valsania • STRUMENTI ANCORA UTILI, IL PROBLEMA È NELL’ABUSO - Le perdite da almeno 2 miliardi di dollari della JP Morgan su posizioni in credit default swap sono uno shock non solo per le dimensioni ma per un’amara verità: neppure una delle più grandi banche al mondo, superdotata in fatto di expertise, mezzi, tecnologie e controlli interni, è riuscita a evitare l’uso spregiudicato ed eccessivo dello strumento derivato. Jamie Dimon sfoggiava il risk management della sua banca come un fiore all’occhiello: eppure non è riuscito a rendersi immune dai rischi oscuri dei derivati over-the-counter. Barings si è accartocciata su se stessa per colpa dei derivati di un solo operatore, Société Générale, un tempo considerata la prima banca al mondo in derivati sulle azioni, ha scosso la Francia con il buco da 4,9 miliardi di euro del trader Kerviel. Ora JP Morgan. Se questo è quanto accade nelle più blasonate istituzioni finanziarie del mondo, non può che preoccupare la gestione a livello di istituzioni piccole, medie e medio-piccole degli oltre 650 mila miliardi di dollari di valore nozionale dei derivati: anche se il valore dell’esposizione, calcolato tenendo conto del netting delle posizioni e guardando ai flussi dei pagamenti e non allo stock del nominale, si riduce notevolmente. Questi strumenti non sono cattivi per definizione ma può essere cattivo l’uso e l’abuso che se ne fa: i sistemi dei controlli interni ed esterni, la regolamentazione a livello nazionale e internazionale, la standardizzazione dei prodotti e l’avvio delle clearing houses con versamento di margini per neutralizzare il rischio-controparte, devono essere rafforzati e revisionati. In fretta. La crisi del debito sovrano europeo ha già un effetto estremamente destabilizzante sui mercati e qualsiasi bolla sui derivati, con il suo effetto moltiplicatore, va sgonfiata sul nascere. Isabella Bufacchi