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 2012  maggio 13 Domenica calendario

I 5 ROMANZI MEMORABILI DI UN PROTAGONISTA DELLA LETTERATURA: MAIGRET

Il rituale viene rispettato da decenni: alle 9 si piazza nello studio e fissa qualche appunto su una busta gialla. Titolo: Victor. I tratti delineano un intreccio parigino, una famiglia di avvocati, un omicidio, una condanna, una fuga... Ma il 18 settembre 1972 Simenon si ferma lì. Lo scatto che di solito fa partire come una furia la macchina narrativa non viene. Poi ci saranno i libri dettati e le Memorie intime, ma niente più «romanzi duri» (da Gli innocenti è passato un anno), niente più Maigret. L’ultima inchiesta, Maigret e il signor Charles (ora pubblicata da Adelphi nella traduzione di Laura Frausin Guarino, pp. 154, 10), risale a sette mesi prima. Dal debutto sono passati quarant’anni: 75 romanzi e 28 racconti, che con i «romanzi duri» formano un blocco di 192 opere firmate Simenon. E come è impossibile mettere i Maigret su un gradino più basso (l’insieme è per il XX secolo quello che La Commedia umana di Balzac è per il XIX), così sarebbe un delitto indicare il meglio dei Maigret in soli cinque titoli. Perché dal primo all’ultimo la corda del genio può ispessirsi o assottigliarsi, ma è sempre tesa. (Comunque lo scrittore diceva di preferire Maigret e i vecchi signori, 1960). Qui si segue un altro percorso: i cinque da cui, forse, è bene partire. Per cominciare un viaggio che non finirà mai.
Pietr il Lettone (1931)
È una mattina piena di sole del settembre 1929. Simenon è a Delfzijl, in Olanda. Entra in un bar, che ha i tavoli lucidi d’olio di lino. Beve qualche bicchierino di gin con una goccia di sciroppo di limone e nella sonnolenza indotta intravede «la massa solida e imponente di un uomo, che avrebbe potuto essere — scriverà nel ’66 — un buon ispettore». In poche ore la visione trova i suoi accessori: un pesante cappotto nero con il collo di velluto, una bombetta, una pipa. Pietr il Lettone (Maigret sta per catturare alla Gare du Nord un truffatore, quando sul treno da Bruxelles viene scoperto un cadavere...) verrà pubblicato due anni dopo ed è il primo, vero Maigret. Il commissario ha 45 anni e dirige la Squadra mobile della Polizia giudiziaria di Parigi. I poli del suo mondo sono già fissati: la signora Maigret (luce dell’intimità domestica) e il giudice Coméliau (ombrosa antitesi ideologica). Ma il racconto si segnala anche per l’enunciazione di una teoria. «Dentro di sé la chiamava "teoria della crepa". In ogni malfattore, in ogni delinquente c’è un uomo. Ma c’è anche e soprattutto un giocatore, un avversario: ed è questo che la polizia tende a vedere in lui, è questo che affronta. La lotta viene ingaggiata su dati più o meno oggettivi, come ogni problema a una o più incognite che la ragione si sforza di risolvere. Ma lui cercava, aspettava, spiava soprattutto la "crepa", il momento in cui dietro il giocatore appare l’uomo».
Il cane giallo (1931)
«Venerdì 7 novembre. Concarneau è deserta. La marea ha raggiunto il suo culmine e un forte vento di sud-est fa cozzare una contro l’altra le barche ormeggiate nel porto. Il vento si infila nelle strade, dove ogni tanto si vedono pezzi di carta svolazzare rasoterra a gran velocità». Maigret viene spedito in Bretagna perché un’intricata sequenza di ferimenti e omicidi sta colpendo la cerchia più in vista del posto. La Ville Close è già un capolavoro pittorico. Ma l’affiancamento del giovane ispettore Leroy permette di ottenere altre informazioni sul metodo. «Lei è fortunato, ragazzo mio! Soprattutto in questo caso, nel quale il mio metodo è stato proprio quello di non averne. Vuole un consiglio? Se ci tiene a una promozione, non mi prenda come esempio e non cerchi di ricavare teorie da quello che mi vede fare». Più avanti: «Ho preso questa inchiesta dal rovescio, il che non m’impedirà magari di prendere la prossima dal diritto... Una questione di atmosfera... di facce... Arrivando qui, mi sono trovato davanti una faccia che mi è piaciuta e non l’ho più mollata...». Ancora: «Niente conclusioni affrettate! E soprattutto, niente deduzioni!».
Il caso Saint-Fiacre (1932)
L’inchiesta porta il commissario a Allier, vicino a Moulins, dalla contessa di cui Évariste Maigret, il padre, era stato intendente. La donna muore sotto i suoi occhi. Il punto, qui, è l’umanità del protagonista, la sua natura (e la sua cultura) di antieroe piccolo-borghese. Maigret non è infallibile, è un uomo come gli altri, un funzionario messo sotto scacco dalla paura e soggetto alla sconfitta. La nostalgia (il dolore del ritorno all’infanzia) graffia la pagina, mentre biografia e senso del dovere s’interrogano a vicenda senza darsi una risposta. «Maigret vide come l’avesse avuto davanti agli occhi il piccolo ufficio di suo padre, vicino alla scuderia, il sabato alle cinque. Tutti quelli che lavoravano al castello, dalle guardarobiere ai braccianti, aspettavano fuori. E il vecchio Maigret, seduto alla scrivania coperta di percalle verde, faceva delle pile di monete d’argento. I dipendenti entravano a uno a uno, e firmavano il registro, magari solo con la croce...».
Maigret a New York (1947)
Il neopensionato Maigret viene raggiunto nella pace di Meung-sur-Loire da un giovane americano, che lo trascina a New York in aiuto del padre. In America incontrerà un collega dell’Fbi, esplorerà il Bronx, seguirà le tracce del giovane nel frattempo scomparso, risalirà a un delitto, svelerà inconfessabili legami di sangue. All’ispettore O’Brien, che lo prende in giro, risponde di non aspettarsi certo «di trovare soltanto gangster in America!». Ma l’America, quella di cui Simenon va pazzo, sarà proprio l’amico a mostrargliela. «Una trentina di anni fa, due uomini sbarcano da una nave proveniente dall’Europa, come ha fatto lei stamattina... A quei tempi ne arrivavano molti più di oggi, perché avevamo bisogno di manodopera... Ce n’erano di tutti i tipi... E hanno avuto destini diversi. Alcuni di loro sono diventati magnati di Hollywood... Altri li può trovare a Sing Sing, altri ancora lavorano negli uffici del governo... Deve ammettere che l’America è un Paese straordinario, se ha saputo assimilare a tal punto quella massa». Maigret ascolta: «Forse era l’effetto del whisky, ma adesso, agli occhi del commissario, Maura (John Maura, il padre del giovane, ndr) non era più semplicemente un piccolo uomo nervoso e tenace, bensì il simbolo della capacità tutta americana di favorire l’integrazione di cui il suo interlocutore gli stava parlando con voce mite e pacata».
Maigret e il barbone (1963)
L’hanno chiamata «fuga iniziatica»: la vita di un uomo rispettabile viene mandata all’aria da un imprevisto; la vittima «passa la linea», molla tutto e scompare in una sopravvivenza inferiore, ma libera. Viene da pensare alla Fuga del signor Monde, «romanzo duro» tra i più tristi. Ma di questi iniziati se ne trovano anche nei Maigret. Un anziano barbone, ex medico, viene massacrato di botte e scaraventato nella Senna. Senza avere la più pallida idea di che cosa sia accaduto, il poliziotto scivola nel fondo del «problema umano». Eccoci di nuovo al metodo, al modo di lavorare, «di penetrare a poco a poco nella vita delle persone che fino al giorno prima non conosceva. "Che cosa ne pensa, Maigret?" era la domanda che spesso si sentiva rivolgere da qualche giudice istruttore. Al Palazzo di Giustizia tutti conoscevano la sua risposta, che era invariabilmente: "Io non penso mai, signor giudice". E un giorno qualcuno aveva precisato: "Lui si lascia impregnare...". In un certo senso era vero: le parole gli sembravano troppo precise, e preferiva tacere». C’è un dialogo, alla fine, che supera la verità giudiziaria e s’imprime a fuoco nella parte più sensibile del tipico lettore simenoniano: «"La vita non è facile per nessuno..." riprese il barbone. "Neanche la morte...". "Quello che è impossibile, è giudicare". Si erano capiti. "Grazie..." mormorò il commissario. Finalmente sapeva».
Roberto Iasoni