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 2012  maggio 13 Domenica calendario

CANCOGNI

Nel giugno del 1946 la televisione non c’era e Manlio Cancogni, scrittore e giornalista quasi trentenne, si fece 130 chilometri in bicicletta per andare a vedere il Grande Torino che giocava all’Ardenza di Livorno. Fu un viaggio epico, perché la sua bicicletta era quello che era, le strade erano quello che erano e la guerra era stata quello che era stata (particolarmente dove passava la Linea Gotica, con i suoi eccidi, le sue distruzioni). Ma il miraggio di vedere dal vivo lo squadrone di Mazzola e di Ferraris II fu più forte di tutto.
Cancogni partì da Fiumetto, in Versilia, dove abita ancora e, seduto in poltrona, una camicia a quadri (ma senza il papillon che per anni è stato il tocco finale della sua eleganza, estrosa come la sua scrittura e la sua conversazione), rammenta quella lontana avventura che adesso è diventata un piccolo libro, Toro delle meraviglie, pubblicato da Urbano Cairo, l’editore che è anche il presidente del Torino. «Ma io volevo intitolarlo Torna Toro, per portare fortuna alla squadra ora in corsa per la serie A».
Cancogni, lei descrive il gioco del Grande Torino così: «Grezar vede Loik, Loik vede Mazzola, Mazzola vede Menti, Menti vede Gabetto». Ed è gol. Una ragnatela di passaggi rasoterra che mi ha fatto venire in mente il Barcellona di Guardiola.
«È vero. Intendiamoci, era molto superiore il Torino. Il Barcellona mi sembra una squadretta. Tic toc, tic toc. E poi sono, fisicamente, delle mezze seghe. Alla fine arriva la palla a Messi e Messi è un fuoriclasse. Però le ha buscate l’altra volta dal Chelsea, che li ha messi fuori dalla Coppa dei Campioni. Che partita! Non credo che ce la farà il Chelsea a Monaco col Bayern. Però sarebbe una bella sorpresa. Battesse i crucchi in casa loro, non mi dispiacerebbe».
Ha visto anche la partita del Real Madrid con il Bayern?
«Ed ero per il Real. Che peccato. Non è giusto uscire ai rigori. Bisogna fare come una volta, dopo i supplementari si procede a oltranza, chi segna prima ha vinto».
Ma lei le partite se le vede tutte?
«Certo. E mi vedo anche il ciclismo. La mia passione è lo sport. Se mi avessero detto: preferisci vincere la maratona alle Olimpiadi o il Nobel? Io avrei detto la maratona».
Le piace Mourinho?
«Molto. Mi è dispiaciuto per lui».
Che scena quando si è inginocchiato durante l’esecuzione dei rigori.
«Mi piace anche per questo. Lui ci ha il rosario in tasca. E mi piace anche perché è un po’ un furfante, un po’ impostore. Non gli importa un fico secco delle squadre che allena, cambia quando gli pare a lui. È un po’ una canaglia, lo dico con grande simpatia ovviamente».
Il Milan le piace?
«No, sono degli avventurieri. Si sono fatti battere dalla Juve».
Non le piace Ibra?
«No, gran delinquente, però è talmente delinquente che mi fa simpatia. Ibra è un mercenario. Mi ricorda i soldati di ventura. Mi ricorda Muzio Attendolo Sforza, o il suo rivale Fortebraccio. È quel tipo lì».
Nemmeno Cassano le piace?
«Mi è odioso. Con quella testa a papero. Certo, aveva un talento incredibile. Quello che odio di più è Del Piero quando caccia la lingua di fuori e fa il bamboccio. Bel giocatore però».
Odia anche Balotelli?
«No, se fossi un allenatore subirei tutti i capricci da un talento del genere. Cosa vuoi fare, se ha dei capricci contentiamolo per il piacere di vederlo giocare».
E così lo scudetto l’ha vinto la Juve di Conte.
«La Juve l’ho sempre detestata. Nel 1976 ho scritto un articolo sul "Corriere" in cui celebravo le mie nozze di odio con la Juve. Perché la odio da quando a dieci anni, nel 1926, scoprii il calcio leggendo il giornale della sera che mio padre portava a casa. Quando uscì l’articolo delle mie nozze d’odio, mi telefonò l’avvocato Agnelli e mi invitò a Torino a vedere Juve-Bologna, la squadra della città dove sono nato (sono sempre stato un minoritario nella mia vita e mi dispiacerebbe non esserlo). Così andai. Pranzai con l’avvocato e la moglie e poi andammo alla stadio. Agnelli, prima della partita, mi portò negli spogliatoi e disse ai giocatori: "Questo giornalista è nemico della Juve. Fategli vedere chi siete". Vinsero loro per uno a zero. E mi sentii colpevole. Agnelli mi aveva usato per gasare i suoi giocatori. Fu una gara mediocre. Ero annoiato. Agnelli invece era molto interessato, gli piaceva molto guardare le partite di pallone».
Torniamo alla prima volta che vide il Grande Torino. Dunque, lei parte per Livorno con una bicicletta che era un catenaccio ed è come un viaggio tra i fantasmi della guerra appena finita. Passa per la base dove gli americani tenevano i prigionieri. Dove era stato rinchiuso, in una gabbia come Hannibal the Cannibal, il grande poeta Ezra Pound accusato di tradimento. Poi entra all’Ardenza e vede che in curva ci sono i prigionieri tedeschi portati lì in vacanza premio e guardandoli lei capisce che la guerra è proprio finita. Intanto, l’altoparlante dello stadio trasmette «Symphony», la canzone americana che era la colonna sonora di quell’epoca.
«Una musica bellissima. La conosce? Gliela accenno: Symphony ta-ta-ta-ta ta-ta-ta. Come erano belle le canzoni americane di allora».
Comincia la partita e il Livorno che tre anni prima, prima che il campionato fosse interrotto per la guerra, si era battuto per il titolo, si butta in avanti come una furia. Il Torino sta come a guardare. Fino alla mezz’ora del primo tempo quando, come se qualcuno avesse suonato la fine della ricreazione, il Torino va all’attacco.
Uso le sue parole per descrivere quello che successe: «Come per caso, Gabetto, Loik e Grezar si trovarono soli dove il Livorno non avrebbe mai dovuto permettere che si trovassero: a una dozzina di metri dalla porta». E qui c’è la zampata del leone. Lei scrive semplicemente: «Uno di loro tirò». Gol. E lei non fa nemmeno il nome del marcatore, perché non ce n’è bisogno, quasi come se i gol del Grande Torino fossero il risultato di un disegno superiore, qualcosa di ineluttabile. Questa sua frase («Uno di loro tirò»), caro Cancogni, io la custodirò d’ora in poi nello scrigno che contiene le frasi più preziose della letteratura italiana accanto a «La sventurata rispose» e «E quell’infame sorrise». Poche parole, un soggetto e un predicato per dire che il destino bussa alla porta.
«Ah ah ah, grazie. Senta, diamoci del tu».
Poi lei racconta, cioè scusa, poi tu racconti che la visione dal vivo del Grande Torino ti fece venire voglia di giocare a calcio. E così a Roma, dove lavoravi, andavi a giocare con altri due scrittori, Giorgio Bassani e Carlo Laurenzi, al Galoppatoio di Villa Borghese. Vi levavate la giacca, vi allentavate il nodo della cravatta, vi rimboccavate le maniche della camicia e i calzoni, vi incitavate l’un l’altro con urla tipo: «Dai Grezar, vai Gabetto, tira Loik…» e sfidavate, voi trentenni, i liceali che avevano marinato la scuola. In che ruolo giocavi?
«A centrocampo. Facevo la spola, avevo un fiato. Non crollavo mai. Sono sempre stato un gran camminatore. A Bassani, gli facevo certi passaggi. Una volta si fece una partita in campo regolare, a undici, invitati da Pasolini che era un buon giocatore. Lui aveva la squadra con i suoi ragazzini. Noi eravamo tutti letterati. Ricordo che feci un lancio a Bassani e lui tac, gol e mi rimandò un’immagine di grande felicità. Gli avevo messo la palla davanti al piede e Bassani mi fu di una gratitudine per aver segnato quel gol contro Pasolini...».
Bassani, essendo tennista, doveva avere un bello stile.
«Invece no. Aveva le gambe corte, il testone».
Poi nel libro racconti la fine del Grande Torino, l’aereo che si schianta contro la collina di Superga.
«Quando accadde abitavo a Firenze, in piazza D’Azeglio. Ero stato operato di tonsille ed ero a letto. A un certo momento accesi la radio, una radiolina che avevo accanto su un tavolinetto. Sentii questa voce rotta che diceva: "Il Torino…", ma non riusciva a continuare per i singhiozzi. E subito ho pensato: "È caduto l’aereo", perché sapevo che stavano tornando da Lisbona. Fu commozione vera. Mai un lutto nazionale ha avuto un’eco così».
C’è una immagine bellissima nel libro, che dice tutto dell’amore per il Grande Torino, quella del cieco che andava a vederne le partite.
«Me lo raccontò Laurenzi. Una volta che i granata giocavano a Roma, andò allo stadio e si trovò accanto un cieco di guerra con un accompagnatore che gli faceva la cronaca minuto per minuto. E lui, fissando gli occhiali neri sul campo, sembrava non ne perdesse un’azione. E gridava: "Dai Grezar! Vai Loik! Forza Toro!"».
C’è un problema, in quest’intervista dovevamo parlare di letteratura.
«E che cosa abbiamo fatto finora? Lo sport è la cosa più bella del mondo moderno. La mia grande passione. Figurati che mi ricordo ancora a memoria l’ordine di arrivo del Tour del 1930. Avevo 14 anni. Vinse Leducq. Secondo Antonin Magne, terzo… Oh, Dio, mi sono punito da solo. Aspetta… Terzo Demuysere. Quarto… Possibile che faccio questa brutta figura? Oh, no».
Non importa. Non si preoccupi. Le credo sulla parola.
«Dunque primo André Leducq. Secondo Antonin… no, che dico, secondo Learco Guerra, terzo Magne, quarto Demuysere, quinto Marcel Bidot, sesto Pierre Magne, settimo Bonduel, ottavo il mio amato Benoît Fauré, nono Charles Pélissier, uno dei tre fratelli Pélissier, e decimo Adolf Schön».
Forza Manlio.
Antonio D’Orrico