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 2011  agosto 01 Lunedì calendario

Il Parlamento paga l’eredità scomoda dei partiti defunti - L’argomento è scabroso, perché tocca uno dei L’ nervi più scoperti degli «onorevoli» di tutti i colori, la gestione economica dei collaboratori, i cosiddetti portaborse

Il Parlamento paga l’eredità scomoda dei partiti defunti - L’argomento è scabroso, perché tocca uno dei L’ nervi più scoperti degli «onorevoli» di tutti i colori, la gestione economica dei collaboratori, i cosiddetti portaborse. Che al Parlamento europeo vengono assunti e stipendiati direttamente dall’amministrazione e non dai singoli deputati, a cui viene tolta ogni responsabilità sulla gestione contrattuale di ricercatori o giovani documentaristi di cui avvalersi ogni giorno. In sostanza, mentre in Inghilterra i collaboratori vengono gestiti da un’agenzia indipendente, in Germania vengono pagati direttamente dal Bundestag, ma sono legati al deputato da un contratto di diritto privato, in Italia ognuno si regola a modo suo: i senatori del Pd versano ad esempio 1500 euro al mese al gruppo (degli oltre 4 mila euro ricevuti per i collaboratori) per far fronte alle spese di «segreteria», ma gliene restano circa 2500 da impiegare a proprio piacimento. Per assumerne altri nel proprio collegio o a Roma, oppure per intascarli, a scapito anche della propria produttività. Non sorprende dunque che siano pochi gli onorevoli disposti a soffermarsi su una questione oggetto in passato anche di inchieste che hanno fatto rumore, come una serie di servizi delle «Iene» sui portaborse pagati una miseria e senza contratto. Sì, perché nei nostri Palazzi vige pure una giungla retributiva che regola i rapporti di lavoro dei gruppi parlamentari, con disparità di trattamenti fra dipendenti assunti a tempo indeterminato con livelli retributivi elevati e altri assunti a tempo determinato (alcuni con rapporti di «lavoro a progetto») che guadagnano molto meno. Non a caso a denunciare una costola poco radiografata dei costi della politica nei Palazzi è un giuslavorista noto per il suo rigore, Pietro Ichino, che un mese e mezzo fa intervenne in aula per scoperchiare un esempio «di lassismo e opacità» imbarazzante per il Senato, ribattezzato sul suo blog «l’eredità dei partiti defunti», ascrivibile sempre alla voce «portaborse». Una vicenda che si protrae dal ’93 e che prevede che i dipendenti di partiti estinti vengano riassorbiti dagli altri gruppi, con un rimborso medio a carico del Senato di circa 10 mila euro al mese per ognuno di questi lavoratori. Vicenda che oggi torna di stretta attualità in coincidenza con il voto sul bilancio delle Camere che impegnerà domani le assemblee plenarie di Montecitorio e Palazzo Madama. Perché in questa occasione, oltre ai tagli per l’immediato proposti da Fini e Schifani, in sede di esame degli ordini del giorno si parlerà anche del regime economico cui assoggettare i parlamentari dalla prossima legislatura. E quindi anche di come all’estero si regolano su nodi spinosi come i rimborsi spese, i giustificativi dei viaggi e la gestione appunto dei collaboratori. Un punto sul quale, ad esempio, la bozza di proposta della presidenza della Camera di varare una legge che adegui le indennità e i vitalizi agli standard europei prevede una revisione del meccanismo di rimborso per i collaboratori, ancorandolo all’esistenza di precisi requisiti. Dopo aver esaminato il bilancio 2011-2013 con i risparmi vidimati da Schifani, il 27 luglio Ichino ha inviato una lettera alla Presidenza per denunciare che la riduzione delle spese dello 0,34%, raccontata giorni fa nei dettagli da Stella e Rizzo sul Corriere, «è molto inferiore a quello che sarebbe stato possibile e doveroso ottenere». Citando tra gli esempi il capitolo «Trasferimenti ai gruppi parlamentari»: in cui, non solo la cifra complessiva aumenta da 6,9 a 7,3 milioni di euro, ma «cosa ben più grave, aumenta pure il contributo per il personale dei gruppi» di oltre un milione di euro (da 13 a oltre 14 milioni), circa due miliardi di vecchie lire. Voce in cui, svela Ichino, si collocano i rimborsi forfettari destinati all’assorbimento di ex dipendenti di gruppi politici non più presenti in Parlamento. Ecco perché tra gli ordini del giorno presentati dal Pd a firma Ichino, Morando ed altri ne figura uno che chiede di abrogare la delibera della Presidenza che risale al 1993 volta ad aumentare «l’assegnazione ai Gruppi di finanziamenti aggiuntivi in funzione dell’assorbimento del personale già dipendente da Gruppi estinti». La radiografia nel dettaglio presentata dal senatore il 22 giugno è impietosa e con la sensibilità che c’è oggi sui costi della politica ha subito sortito l’effetto di una lettera riservata a Schifani, con cui il presidente del misto, Pistorio, avrebbe rinunciato al rimborso per una dozzina di dipendenti, riconoscendo così che il problema esiste, eccome. Dunque il gruppo del PdL dovrebbe, in base al numero dei propri senatori (131), disporre di 21 dipendenti e ne ha invece 30; il gruppo Pd, composto da 106 senatori, dovrebbe averne 18 e ne ha 24; quello della Lega, con 26 senatori, ne ha 10 anziché 9; il gruppo dell’UdC, Svp e Autonomie, composto da 15 senatori, dovrebbe averne 7 e ne ha 12; come quello dell’Idv, che ne ha 12 e non 6. E soprattutto il Gruppo misto, a fronte di 21 senatori, dovrebbe avere 8 dipendenti e ne ha 21. «Risulta che ci siano diversi casi di persone che, pur ricevendo regolarmente da anni lo stipendio, tuttavia non mettono piede in ufficio. E che siano a libro-paga del gruppo misto ex dipendenti di gruppi non più esistenti», del Psi, di Rifondazione Comunista, dei Verdi, della Dc, dell’Msi, del Pli e anche del Pds...