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 2011  gennaio 10 Lunedì calendario

FRAMMENTO DEI FRAMMENTI CHE RISPONDONO ALLA VOCE "GIAVAZZI, FRANCESCO"


Ricerca fatta con "Giavazzi"

GRILLI Vittorio […] è a Yale che è entrato in contatto con Luigi Spaventa, Mario Draghi e Francesco Giavazzi […].
Dario Di Vico, “Corriere della Sera” 6/9/2002 - Scheda Parrini su GRILLI Vittorio

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[...] Le tesi di Alesina e Giavazzi: per loro, i mali dell’Italia si curano attraverso un tuffo integrale nel mercato, senza più ripari o protezioni di sorta. Tutta la vita economica e sociale del nostro Paese può essere risanata esclusivamente con un’esposizione integrale ai meccanismi della concorrenza. Non serve altro che andare a lezione della cultura anglosassone e imparare dall’esperienza delle realtà dove il mercato è più forte e più libero. Ci penserà il suo funzionamento, di per sé virtuoso, ad attuare una selezione che gli interessi consolidati, difesi da comodi e potenti schermi protettivi, hanno fin qui impedito. Per Salvati, invece, [...]»
Giuseppe Berta, ”La Stampa” 11/10/2007 - Scheda Parrini su SALVATI Michele

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Sul "Corriere della Sera" del 2/9 l’economista Francesco Giavazzi ha suggerito di «rimettere in gioco» i 200 mila miliardi accantonati dalle imprese per il cosiddetto Tfr (trattamento di fine rapporto, le liquidazioni, vedi anche "Il Foglio dei Fogli" 24/3/97). L’idea è di riversarli «in modo graduale, ad esempio nell’arco di un quinquennio», nei fondi pensioni. Questo avrebbe effetti positivi sul mercato finanziario e una ricaduta sulla trattativa per lo Stato sociale. Il vicepresidente della Confindustria ha definito l’ipotesi «bizzarra e paradossale». I sindacati hanno parlato di idea interessante. Paolo Onofri, coordinatore del documento del governo sullo Stato sociale, trova corretta l’indicazione di Giavazzi ma spiega che il trasferimento dei fondi non potrebbe essere immediato; si potrebbe invece agire sui flussi di denaro fresco, quelli che verranno accantonati da oggi in poi […].
Giuseppe Sarcina, Corriere della Sera, 12/09/1997

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Allora, dazi italiani sulle merci cinesi? É la battaglia della Lega, che li chiede a gran voce e per questo ha votato contro l’articolo 1 del pacchetto di misure sullo sviluppo (decreto legge più disegno di legge) varato venerdì dal Consiglio dei ministri. Calderoli ha subito annunciato la battaglia in Aula per modificare il testo del provvedimento. Francesco Giavazzi: "Quella che chiede al governo di essere protetta dai dazi è un’Italia senza idee, che non sa più innovare. Se produci tegole o tondino di ferro non hai speranza; ma l’Italia fortunatamente non è tutta così. Ci sono molte aziende che in Cina esportano e hanno capito che quello è il mercato al mondo che cresce di più. I dazi lo chiuderebbero" […].
Francesco Giavazzi, Corriere della Sera, 11/3/2005

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[…] Francesco Giavazzi e altri economisti da tempo sostengono che il ministro del Tesoro dovrebbe attribuire per decreto l’antitrust bancario all’Autorità per la concorrenza. […]
Chiara Beria di Argentine, La Stampa, 31/07/2005

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La tempesta attorno alla Banca d’Italia, con articoli e discorsi di fuoco di tutti quanti (meno la Lega) che chiedono a gran voce a Fazio di levarsi di mezzo, ha prodotto un breve disegno di legge che prevede il mandato a termine del governatore, ma dopo Fazio, e una maggiore collegialità nelle decisioni della Banca. Poco? Sufficiente? La polemica infuria. Contro il ministro Siniscalco, Francesco Giavazzi ha scritto sul Corriere della Sera un articolo di rara violenza. […].
Anno II - Ottantacinquesima settimana, Dal 29 agosto al 5 settembre 2005

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[…] Giacomo [IL FIGLIO DI MARIO DRAGHI], 27 anni, si è laureato in Bocconi con Francesco Giavazzi, amico da sempre del nuovo Governatore, […].
Sergio Bocconi, Corriere della Sera, venerdì 30 dicembre 2005.

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L’Italia è come un bellissimo meccano, purtroppo è montato male. Francesco Giavazzi: «Ci sono qua e là negli ingranaggi dei cunei che bloccano i movimenti; il risultato è che il Meccano brilla, ma non si muove e se cerchi di spingerlo si capovolge. Non c’è altro da fare che smontarlo, e poi rimontarlo pezzo per pezzo. Credo che questa bella similitudine sia di Romano Prodi, nove anni fa, in uno dei primi giorni del suo governo. Poi, per entrare nell’euro, dovette occuparsi, giustamente, di macroeconomia e non ebbe più tempo per dar seguito a quell’intuizione intelligente. Berlusconi ci promise di capovolgere il Paese come un guanto: la misura del suo fallimento la si legge, prima ancora che nei dati dell’Istat, nella relazione che l’Autorità Antitrust ha inviato al Parlamento a commento delle norme sulla competitività approvate definitivamente giovedì. Riferendosi agli Ordini professionali, l’Autorità scrive: ”La competitività dei professionisti italiani richiede un profondo rinnovamento del sistema degli Ordini, ma dal provvedimento del governo non emerge alcun ripensamento del loro ruolo”. Piccole cose, qualcuno dirà. Nulla di più sbagliato». […]
Berlusconi dà la colpa all’euro e al patto di stabilità. Giavazzi: «Ora che il patto è stato modificato annuncia una Finanziaria per lo sviluppo e incomincerà tagliando l’Irap senza preoccuparsi di come far fronte alla perdita di gettito. É evidentemente la strada sbagliata. Il rischio è che il Meccano si capovolga, travolto dalla perdita di credibilità nei mercati finanziari. Molti temono le sparate di Bertinotti sulla proprietà privata e l’ipoteca che la sinistra estrema potrebbe esercitare su un governo Prodi. Non è questo, secondo me, il vero rischio per la nostra economia. Bensì che le mille piccole rendite che si arricchiscono spostando il Meccano e impedendogli di funzionare l’abbiano vinta anche con il professor Prodi». [11]
Francesco Giavazzi, Corriere della Sera, 13/5/2005 - APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 16 MAGGIO 2005

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[...] Anche se i perplessi dell’Unione dicono di temere un di più di anticlericalismo che metterebbe la coalizione in difficoltà con il mondo cattolico, il sospetto è che i radicali portino nel centrosinistra quel surplus di liberalismo (la chiamano ”l’agenda Giavazzi”) di cui l’attuale opposizione ha vitale bisogno: il che spiegherebbe il perché di tanta, virulenta, ostilità».
Corriere della Sera 10/2, APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 13 FEBBRAIO 2006.

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[…] Insomma la prima vittima dell’Unione non sarà l’ala sinistra dell’Unione stessa ma la cosiddetta «agenda Giavazzi», ossia il programma di scongelamento del sistema proposto qualche mese fa dall’economista milanese. […].
La Stampa 09/03/2006, pag.1-8 Luca Ricolfi

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ANERI Giancarlo «[...] fondò il premio ”É Giornalismo”. [...] altra novità, apertura all’economia con Francesco Giavazzi. ”L’economia negli ultimi anni ha avuto un ruolo sempre più importante e Giavazzi ha avuto un grande ruolo nello spiegare alla gente i problemi economici e finanziari [...] Sono entrati in circuito una decina di nomi. Anche Furio Colombo, Marco Travaglio. Ma sarebbe stata una scelta troppo polemica. Se non avesse vinto Giavazzi avrebbe vinto Bernardo Valli [...]» .
Claudio Sabelli Foretti, ”Corriere della Sera - Magazine” 23/3/2006 - Scheda Parrini su ANERI Giancarlo

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RONDELLI Lucio. Banchiere • «[...] Ma all’esilio preferisce qualche incarico (come Arca) e soprattutto l’ingresso nel comitato privatizzazioni istituito nel ”93 da Carlo Azeglio Ciampi: una task force che indirizzerà l’addio allo Stato Padrone in Italia presieduta da Mario Draghi e alla quale partecipano Rondelli, Piergaetano Marchetti, Ariberto Mignoli, Ottavio Salamone e Francesco Giavazzi. […]»
Sergio Bocconi, ”Corriere della Sera” 3/7/2009 - Scheda Parrini su RONDELLI Lucio

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[…] A Ottawa si riunirà il circolo più esclusivo del pianeta, quello dei Bilderberg. Più o meno 150 persone fra teste coronate e menti illuminate, capitani di industria e influenti cardinali di istituzioni che ogni anno, nel più assoluto riserbo, rinnovano un esercizio fondato nel 1954 da David Rockfeller e dal principe Bernardo d’Olanda: discutere (secondo alcuni, pianificare) degli orizzonti economici, politici e sociali dell’umanità.[…] Il filo conduttore degli incontri non è più lo stesso da qualche lustro, almeno per quel che riguarda le finalità politiche visto che il tabù ”comunismo” è stato bandito dalla preparazione dei momenti di discussione e di colazione. Prova ne sono le tavolate miste (da noi si direbbero bipartisan), saltuarie o ripetute, con Mario Draghi, Walter Veltroni, Emma Bonino, Renato Ruggiero, Domenico Siniscalco, Franco Bernabè, Corrado Passera, Francesco Giavazzi, Alessandro Profumo e Paolo Scaroni. […].
Il Foglio 13/05/2006, pag.I Fabio Dal Boni

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[MARIO DRAGHI] […] i due figli Federica e Giacomo, 30 e 27 anni, una scienziata e un economista, allievo di Francesco Giavazzi, l’amico di sempre […].
Corriere della Sera Magazine 25/05/2006 pag.42 Aldo Cazzullo

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Francesco Giavazzi ha scritto che gli italiani che dichiarano oltre 200mila euro all’anno sono 17mila, mentre le barche di lusso registrate nel Paese risultano invece 65mila. L’ha scritto sul Corriere della Sera e sono dati che dicono tutto. Michele Serra su Repubblica se n’è dichiarato «letteralmente sconvolto» […].
Il Giornale 01/06/2006, pag.1 Filippo Facci

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Quanto prendono in un anno i collaboratori del Corriere della Sera: […] Francesco Giavazzi 49.000 euro […].
Nino Sunseri, Libero 15/7/2006, pagina 2.

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[INTERVISTA A DANIELE CAPEZZONE] «Come va?», […].
«Bene, anche se mi tocca schivare i taxi per non battibeccare coi taxisti. Un guaio. Io non ho patente e vorrei evitare, per coerenza radicale, l’auto blu di presidente di commissione», dice.
«La liberalizzazione delle licenze è opera di Bersani. I taxisti, semmai, crocchiano lui. Che c’entri tu?».
«Perna, nun ce prova’. Da più di un anno, noi Radicali italiani della Rosa nel pugno abbiamo sposato l’agenda Giavazzi (editorialista del Corsera in perenne ricerca di taxi. Primo a chiedere la triplicazione delle licenze, ndr). […].
Il Giornale 07/08/2006, pag.8 Giancarlo Perna

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Il ministro Bersani gira con la scorta perché si teme che qualche tassista gli faccia la pelle o lo picchi. I tassisti, che non vogliono sentir parlare di liberalizzazioni, hanno già riempito di botte un giornalista del Corriere della Sera, distribuito volantini con l’indirizzo di casa di Francesco Giavazzi, sfregiato la macchina di Mussi (dopo averla circondata in massa) eccetera. […].
Anno III - Centotrentatreesima settimana, Dal 19 al 28 agosto 2006

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[…] Quindi, come è stato ormai scritto tante volte, l’aumento delle tasse rischia seriamente di produrre un calo degli introiti. […] L’insieme dei provvedimenti è inoltre destinato (e questo sta scritto nella Finanziaria stessa) a deprimere economicamente il Paese ancora di più: non ci sono stanziamenti credibili per gli investimenti, è certo che la propensione a spendere delle famiglie sarà più bassa. Alle critiche molto severe degli economisti non nemici del centro-sinistra (Giavazzi, Ricolfi, Boeri), si sono aggiunti i sarcasmi dell’Economist il quale ha attaccato Padoa-Schioppa sul piano personale, scrivendo che da un tecnico che ha lavorato nella Banca centrale europea non ci si sarebbe aspettati un pasticcio simile […].
Anno III - Centotrentottettesima settimana, Dal 2 al 9 ottobre 2006, un numero saltato per sciopero

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Il governo liberalizzatore sta dando vita a un pasticcio di prima classe, denominato fondo italiano per le infrastrutture pubbliche, F2I, […]. L’economista Francesco Giavazzi ha giustamente osservato sul Corriere della Sera che se lo Stato vuole privatizzare i suoi beni, che valgono molti miliardi, lo deve fare mediante una gara, non con una dazione senza gara a F2I […].
Libero 31/01/2007, Francesco Forte

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Prima due articoli di Francesco Giavazzi, poi una lettera di Franco Debenedetti hanno criticato sul Corriere la nascita di F2i, il fondo per le infrastrutture promosso dalla Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) e da altre banche; se Giavazzi riconosce i meriti del capitalismo di Stato nella rinascita postbellica – ricordati da Barry Eichenberg nel suo «The european economy since 1945» – entrambi temono che rinasca l’Iri […].
Salvatore Bragantini, Corriere della Sera 6/2/2007

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É partito fra le polemiche. Secondo il Club Giavazzi (la definizione è di Eugenio Scalfari), il fondo per le infrastrutture F2i promosso da Cassa Ddpp (che ne detiene il 14%) sarebbe una "nuova Iri": perfetto esempio di dirigismo e uso inefficiente delle risorse. Per Scalfari, invece, un illuminato intervento del Governo Prodi per ovviare all´incapacità del mercato di gestire monopoli e investimenti di pubblica utilità […].
Alessandro Penati, la Repubblica 23/2/2007

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Notizie tratte da: Alberto Alesina, Francesco Giavazzi, Goodbye Europa. […].
Scheda 132616

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Il progetto del Partito democratico sconta il tragico deficit di credibilità dei suoi proponenti. Certo, uno può leggere il Manifesto del nuovo partito, stilato dai dodici saggi (apostoli?), e trovarlo «orripilante» (Cacciari) oppure scorgervi una serie di idee interessanti, ancorché talora troppo vaghe o elusive (Giavazzi) […].
Luca Ricolfi, La Stampa 19/4/2007, pagina 1.

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Milano. In origine avrebbe dovuto essere un meeting scientifico per illustrare il ruolo della principale università economica italiana, la Bocconi. Poi Mario Monti ha impresso un’accelerazione al programma, il Corriere della Sera ha esercitato la sua influenza (i rapporti tra il quotidiano e la Bocconi sono intensi) ed ecco nascere un forum internazionale, punto d’incontro tra bocconismo e corrierismo. […] Visto da vicino, il Forum di questi giorni non ha le caratteristiche del congresso borghese. Sembrerebbe, per il momento, l’esposizione di una selezione di temi su cui da alcuni anni si esercita una classe dirigente che propone riforme liberali e che ha come centro accademico la Bocconi (Monti appunto, Francesco Giavazzi, Alberto Alesina, Guido Tabellini, eccetera) e come tribuna il Corriere (ancora Monti e Giavazzi, Pietro Ichino, eccetera) […].
Il Foglio 11/05/2007, pag.1

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[…] In occasione dell´assemblea annuale della Banca d´Italia, […] il governatore si appresta a chiudere una sessantina di filiali della Banca d´Italia sulle 99 esistenti, salvandone una sola per regione. […] Il Falbi, uno dei sindacati autonomi della Banca d´Italia, nega che le sedi locali servano soltanto a pagare lo stipendio agli impiegati statali, che ormai peraltro è accreditato direttamente sul conto corrente, e accusano il governatore di far parte di un "disegno bocconiano", ordito dai professori Ichino e Giavazzi e attuato in complicità con Padoa Schioppa, per smantellare la pubblica amministrazione, secondo quanto richiesto dai "poteri forti", che loro vedono incarnati da Luca di Montezemolo […].
Alberto Statera, Affari & Finanza 4/6/2007, pagina 11.

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Ma sì, in fondo ha ragione Piero Sansonetti, nel dire che l’editoriale di Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera di domenica scorsa non era male. Certamente non si trattava della solita minestra che ci somministrano i giornali d’agosto. Ma soprattutto, dice il direttore di Liberazione , il lavoro si trova finalmente al centro di un articolo di prima pagina di uno dei massimi quotidiani del paese. […] Ma torniamo agli argomenti dell’autorevole editorialista del Corrierone. In sostanza egli afferma che anche nell’ultima intesa sugli incrementi delle pensioni le organizzazioni sindacali hanno perso l’occasione di favorire particolarmente nella distribuzione degli aumenti le fasce più deboli e povere. Su questo punto, e non lo dico con gioia, non posso dissentire. […] Poi però Giavazzi perde la misura delle cose affermando che l’abbassamento dell’età della pensione viene fatto pagare ai più deboli. Cita l’aumento dei contributi dei parasubordinati- che per la verità c’entra con un minimo di garanzia per la loro pensione ma non con l’abbassamento dell’età pensionabile - ma si dimentica che una buona parte delle risorse è reperita tramite un contributo di solidarietà a carico di chi percepisce trattamenti pensionistici superiori di otto volte il minimo (e si potrebbe allargare e incrementare questo contributo, rendendo disponibili nuove risorse, quando il Parlamento sarà chiamato a tradurre in legge l’accordo di luglio).
Ma il piatto forte dell’articolo citato consiste nella seconda parte, quando il noto economista insiste sulla bontà delle leggi sulla flessibilità che da sole avrebbero incrementato l’occupazione in Europa come già avrebbero fatto negli Usa. Non pago di ciò Giavazzi torna ad esaltare la libertà di licenziamento, una specie di Amarcord del tentativo berlusconiano di liquidazione dell’articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori, affermando che bisognerebbe fare come in Danimarca, dove si tutelerebbe il lavoratore ma non il posto del lavoro o imitare la Francia ove si starebbe discutendo - dopo il fallimento del cosiddetto contratto di ingresso - di abolire tanto il tempo indeterminato quanto il contratto a termine per sostituirli con un unico contratto con garanzie crescenti nel tempo (in parole povere un rapporto di lavoro con un lungo periodo di prova durante il quale si permette il licenziamento libero).
Il "nostro" riconosce in sostanza che il tema posto dalla sinistra radicale e da tanta parte del movimento sindacale, la precarietà, è corretto , ma che la soluzione sarebbe del tutto sbagliata. Lo fa con qualche evidente contraddizione: se infatti la via migliore all’occupazione fosse la precarietà, cioè l’uso dei contratti a tempo determinato, perché mai dovere sostituire questi ultimi con un’altra tipologia contrattuale? Ma almeno fornisce un terreno di confronto scevro da banali invettive. Giavazzi fa giustizia della minimizzazione in atto sulle cifre. Riconosce che il 15% dei lavoratori (oltre 3,7 milioni) è precario e che uno su quattro di questi avrà, se va bene, un altro lavoro precario. Si potrebbe e dovrebbe dire che le cifre sono più preoccupanti, se si guarda alle tendenze, visto che dall’entrata in vigore del decreto attuativo della legge 30, i precari costituiscono oltre la metà tra le nuove assunzioni su base annua.
Ma ciò che colpisce di più è il periodare scelto dall’economista lombardo. Egli vede un incremento dell’occupazione in Europa tra il 1996 e il 2006, contrapposto ad una stagnazione nel quindicennio precedente, e ne attribuisce il merito alla legislazione sulla flessibilità, fingendo di dimenticare il dato fondamentale, cioè l’esistenza, particolarmente in Europa, di una crescita economica generale particolarmente nei primi anni di questo secolo. Qualunque buon osservatore economico sa invece che la spinta occupazionale è determinata in misura prevalente dalle condizioni dell’economia reale che non dalle leggi sul mercato del lavoro […].
Alfonso Gianni, Liberazione 29/8/2007

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Il liberismo è di sinistra, proclama fin dal titolo l’ultimo croccante pamphlet degli economisti Alesina e Giavazzi. […].
Massimo Gramellini, La Stampa 7/9/2007

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Post Scriptum. Molti emeriti collaboratori del Corriere della Sera si susseguono a recensire il libretto di fresca pubblicazione scritto da altri collaboratori di quel giornale (nel caso specifico Giavazzi e Alesina) con il titolo Il liberismo è di sinistra. Pare, stando ai recensori, che sarà il libro più importante di questa stagione editoriale con robusti effetti anche sul dibattito politico e sulle decisioni del governo.
Avendolo letto anch´io per ragioni d´ufficio, non vi ho trovato granché da discutere. Mi è sembrato un tessuto di domandine retoriche che, per come sono formulate, contengono già le risposte. È di destra o di sinistra liberalizzare i mercati? É di destra o di sinistra favorire i figli anziché i padri e i nonni? É di destra o di sinistra assicurare la legalità? Far funzionare meglio e con minori costi la sanità, la giustizia, le infrastrutture?
Siamo ai dibattiti che satiricamente si tenevano nel salotto di Arbore nella trasmissione Quelli della notte. Ebbene non è né di destra né di sinistra risolvere questi problemi che rappresentano le condizioni per un funzionamento normale della società. In Italia vige un sistema corporativo. Da quando? Da sempre. Perché? A questo bisognerebbe rispondere. Noi ci abbiamo provato più volte.
Il libro di Alesina-Giavazzi considera il mercato come uno strumento al quale bisognerebbe rimettere la soluzione dei problemi. Ma i due economisti non ignorano – visto che insegnano una disciplina che si chiama Economia Politica – che il mercato fornisce risposte in presenza di una data distribuzione della ricchezza. Se quella distribuzione fosse diversa anche le risposte del mercato lo sarebbero.
Luigi Einaudi ipotizzò teoricamente una società nella quale gran parte della ricchezza accumulata e trasmessa per eredità fosse redistribuita ad ogni generazione. Tutta la struttura dei prezzi e l´allocazione delle risorse ne sarebbe risultata rivoluzionata. Quindi ragionare sul mercato e affidarsi ad esso come fosse uno strumento neutrale è un´assoluta sciocchezza. […]
Fonte: Vari; Scheda 141524

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Mario Draghi […] Il Governatore dopo il convegno [ A BRESCIA] ha pranzato all’Osteria Giovita, davanti all’Universita’, seduto al tavolo con il presidente di Intesa San Paolo Giovanni Bazoli, con la moglie di Faini e, tra gli altri, gli economisti Francesco Giavazzi e Tito Boeri […].
AdnKronos 12/9/2007

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[…] Come ha scritto più volte il Professor Giavazzi su queste colonne, vincolismi, divieti, licenze, concessioni sono oggi l’esatto opposto di una seria economia di mercato […].
Lamberto Dini, Corriere della Sera 30/10/2007

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[…] E’ andata ben peggio, infatti, a Francesco Giavazzi, pilastro della Bocconi, visiting professor del Mit, e colonna pensante dell’economia di via Solferino. E colpevole di non lesinare critiche al sommo [TOMMASO PADOA SCHIOPPA]. Duro il tono, sprezzante la condanna: ”Capisco il bisogno del Corriere di riconquistare le copie perdute a favore del Giornale o di Libero ma non che, nell’essere – forse involontariamente – partecipe di questa operazione, tu metta a repentaglio la tua reputazione di onestà intellettuale e di buon economista”. Una condanna senza appelli, per via elettronica. Perché Tps ha un debole per Internet: la lettera anti Giavazzi l’ha inoltrata a 92 fortunati (solo tre i politici ammessi, Giuliano Amato, Fabio Mussi e Linda Lanzillotta), ben sapendo che una lettera via web si diffonde con più rapidità di un giornale. Il guaio è che quell’email si è trasformata in un boomerang. Anzi, da quel momento, miracolo negativo stavolta, a poco a poco si è creato il vuoto attorno al superministro: vuoto di vecchi amici di Banca d’Italia o della comunità ex Mit. Gli pesa? All’apparenza no. Ma a certe cose, a giudicare da un’altra sua nota missiva elettronica, lui ci tiene […].
Il Foglio 08/12/2007, pag.II Ugo Bertone

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Francesco Giavazzi, con il suo editoriale sul Corriere del 14 febbraio, ha acceso i riflettori sul rapporto tra sviluppo economico e qualità della formazione. […] Giavazzi sostiene che un’ennesima riforma studiata dal ministero non servirebbe a nulla. Nei cinque anni di governo Berlusconi abbiamo posto però le premesse per raggiungere quel che auspica Giavazzi: riconoscere la libertà di scelta educativa delle famiglie ed erogare i finanziamenti alle scuole tenendo conto di queste scelte. Un criterio per creare concorrenza tra le scuole. Anche la Francia, che fino a oggi ha preferito una scuola centralista e burocratica, si sta orientando nelle direzione della concorrenza: nell’ormai noto Rapporto Attali, frutto del lavoro della commissione voluta dal presidente Sarkozy, si chiede di «assegnare ai genitori una somma in denaro per allievo» […].
On. Valentina Aprea, Responsabile Dipartimento Nazionale Scuola Forza Italia
Corriere della sera 21 febbraio 2008

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Il risultato elettorale riporta al centro della scena della politica economica Giulio Tremonti, forte anche dell’affermazione politica della Lega. E’ l’uomo che ha tenuto il rapporto tra Silvio Berlusconi e Umberto Bossi. E’ Tremonti il candidato naturale al governo dell’economia nella prossima legislatura. […] Osserva Francesco Giavazzi, economista da sempre in rapporto dialettico con Tremonti: ”Chiunque ritiene che ci si possa mettere al riparo dalla globalizzazione si illude. Impossibile alzare muri. Le nostre imprese più vivaci hanno capito che mercati come Cina, India e Russia sono occasioni per espandersi. Ho paura che il leghismo-tremontismo rappresenti un’altra parte del mondo imprenditoriale, quella di chi è in ritardo. Penso, però, che tutti i politici europei, non solo gli italiani, cambiano molto quando sono al governo, intensificano il rapporto con Bruxelles e ragionano con un’altra apertura. Successe a Oskar Lafontaine, ed era accaduto a Tremonti la prima volta. Spero che gli capiti una seconda. C’è un altro aspetto interessante da valutare. Nel 2001 Tremonti aveva accanto Domenico Siniscalco, uomo aperto al mondo e suo grande amico, in grado di dirgli la verità. Credo che molto dipenderà da chi avrà accanto” […].
15 aprile 2008, Marco Ferrante

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[…] Mario Barbuto, presidente del tribunale di Torino, 65 anni, tarantino, ex Banca d’Italia e per quasi 20 docente alla Sda del capoluogo piemontese. La sua storia l’ha raccontata, come esempio di eccellenza, Roger Abravanel nel suo ultimo libro «Meritocrazia» (Garzanti, prefazione di Francesco Giavazzi) […].
Roberto Bagnli, Corriere della Sera

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NESI Edoardo […] Storia della mia gente […] Un libro amaro, ma qua e là intessuto – mai parola fu più appropriata’ con un sottile filo di ironia. Come quando racconta la sua decisione di scrivere una lettera a Francesco Giavazzi, economista ed editorialista del ”Corriere della Sera” che Nesi considera ”il più acerrimo sostenitore dell’infinita bontà della globalizzazione”. Canta le lodi di tutto ciò che contribuisce a stroncare ogni giorno di più la schiena alla piccola industria e ”alla fine di ogni suo editoriale mi sentivo sempre in colpa e in dubbio”. Edoardo, allora, si cala nella parte del mitico Ned Ludd, il distruttore di telai meccanici, passato alla storia come il nemico del progresso e immagina di scrivere al professore. ”Caro Giavazzi, ieri notte ho fatto un sogno…”. Poi però cambia idea e la lettera, firmata seriosamente Edoardo Nesi imprenditore in Prato, rimane sepolta tra le email non inviate […].
Dario Di Vico, ”Corriere della Sera” 23/4/2010 - Scheda Parrini su NESI Edoardo

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Nessuna azienda privata penserebbe mai di aver successo con dipendenti sfiduciati, senza entusiasmo per il loro lavoro. Francesco Giavazzi: «Sono pagati troppo poco i nostri insegnanti? A Milano forse sì, a Noto, dove la vita costa la metà, non so. Ma se gli stipendi fossero davvero così bassi, perché ci sono le code ai concorsi, perché cinquantamila precari premono per essere assunti nella scuola anziché cercare lavoro altrove? La realtà è che la scuola oggi offre un contratto perverso: un salario modesto in cambio di nessun controllo, neppure se l’insegnante è evidentemente incapace, neppure se passa da una assenza per malattia all’altra. Gli ottimi insegnanti, e sono moltissimi, in particolare negli asili e nelle scuole elementari, non lo sono per effetto di un sistema di incentivi ben disegnato. Sono semplicemente dei ”santi”. Questo, ognuno lo vede, non può essere il criterio sul quale fondare un sistema scolastico». [6]
[…] Giavazzi: «I presidi di scuola e le facoltà devono poter assumere gli insegnanti che ritengono più adatti, ma se sbagliano devono subire le conseguenze dei loro errori. Altrimenti, come accaduto nell’Università, assumeranno i raccomandati o i figli e i nipoti dei colleghi. La selezione e i poteri dei presidi devono evidentemente cambiare. Oggi i dirigenti scolastici sono di frequente burocrati senza potere: non è quindi sorprendente che siano spesso scadenti». [6]
[…] Giavazzi: «Il primo passo per una riforma della scuola è l’abbandono dei concorsi pubblici e la loro sostituzione con un sistema in cui le assunzioni vengono decise da chi poi sopporta le conseguenze di un’eventuale decisione sbagliata, in primo luogo i presidi di ciascuna scuola. Come ha scritto Andrea Ichino su www.lavoce.info, il maggior limite del Libro Bianco sulla Scuola pubblicato dal governo Prodi è la sua reticenza sui concorsi, frutto di un’ideologia che fa fatica ad accettare che gli incentivi, il ”mercato” possano funzionare meglio dello Stato». [6]
Francesco Giavazzi, Corriere della Sera 15/6 - APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 23 GIUGNO 2008.

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[…] L’idea di utilizzare le riserve [DI ORO] delle banche centrali, per la verità, non è esclusiva dell’Italia, dove pure il debito pubblico è uno dei più giganteschi del mondo (1.600 miliardi circa alla fine del 2007). […] In Italia uno dei primi politici a lanciare timidamente l’idea fu Romano Prodi, ai tempi del suo primo governo, tra il 1996 e il 1998, ma poi il progetto fu riposto nel cassetto. Dalla sponda del centrodestra alcuni anni dopo ci riprovò Bruno Tabacci, oggi deputato della Rosa bianca, con un emendamento alla Finanziaria 2003 preparato d’intesa con il servizio studi della Camera, ma sbrigativamente considerato inammissibile e accantonato. Cambiata maggioranza, a luglio di un anno fa il centrosinistra rispolverò il progetto con il sottosegretario all’Economia, Alfiero Grandi. La proposta fu inserita in una risoluzione votata da Camera e Senato, ma anche in quel caso non se ne fece nulla. Tabacci avrebbe voluto usare le risorse a riduzione del debito, Grandi, invece, per rinvigorire gli investimenti in ricerca e innovazione. Parlando con Panorama, entrambi affermano di non avere cambiato idea.
Ma anche gli oppositori restano molti, sia in uno schieramento sia nell’altro. Un anno fa il capogruppo di An in commissione Bilancio di Montecitorio, Mario Baldassarri, parlò di «vero e proprio assalto», mentre l’economista Tito Boeri, più vicino al centrosinistra, l’editorialista Francesco Giavazzi e Lamberto Dini, tra l’altro ex direttore di Bankitalia, sostennero all’unisono che con quel sistema non si sarebbe risanato un bel niente. «Il problema vero» dissero «era casomai la capacità o l’incapacità politica di attaccare la spesa corrente rimasta a livelli patologici nonostante tutti i tentativi di riduzione». […].
Daniele Martini, Panorama 31/7/2008, pagina 90

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Francesco Giavazzi ha scritto sul Corriere della Sera di mercoledì un articolo sull´Alitalia nello stesso giorno in cui anch´io mi cimentavo con quell´argomento. La coincidenza e l´ispirazione sostanzialmente comune mi ha fatto piacere se non altro perché sarebbe difficile accusare Giavazzi, come pure Deaglio e Boeri, di bolscevismo e di radicalismo scicchettone.
Su un punto tuttavia le mie opinioni non coincidono con quelle di Giavazzi. Egli teme che la cordata di Colaninno si sia imbarcata in un´iniziativa troppo rischiosa. Io penso invece, come Deaglio e Boeri, che quei sedici "capitani coraggiosi" abbiano giocato sul velluto avendo ricevuto la staffetta nelle migliori delle condizioni possibili da un governo che sarà comunque (e forse per alcuni di loro è già stato) concretamente riconoscente […].
Eugenio Scalfari, la Repubblica 31/8/2008

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[…] Non si uscirà dalla crisi finché al sistema finanziario non affluirà una gran quantità di nuovo capitale privato. Francesco Giavazzi: «Dubito che ciò accadrebbe in un mondo in cui la politica diffondesse sfiducia verso il mercato e imponesse regole volte a impedirne il funzionamento. Chi oggi rivendica il diritto della politica di scrivere nuove regole per i mercati finanziari dovrebbe ricordare che fino a poche settimane prima della crisi i politici ritenevano che la maggior area di rischio nei mercati fossero i fondi hedge, una delle istituzioni che ha meglio retto alla crisi».
Gli strumenti finanziari che consentono di diversificare il rischio non sono il cancro del capitalismo. Francesco Giavazzi: «Un grande proprietario agricolo può usare la sua ricchezza per far fronte ad una cattiva stagione, ma un piccolo coltivatore quando il raccolto va male, può solo tirare la cinghia. I mercati finanziari sono innanzitutto un’opportunità per i poveri. Basta chiedere ad un agricoltore indiano che cosa significa per lui poter vendere il suo prodotto su un mercato a termine e così assicurarsi contro fluttuazioni nel prezzo. Certo, questi strumenti debbono essere regolati e comunque non sostituiranno mai le assicurazioni pubbliche (ad esempio contro la disoccupazione). Ma appunto: regolati, non vietati».
Francesco Giavazzi, Corriere della Sera 20/9 - APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 22 SETTEMBRE 2008.

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È opinione comune che la crisi finanziaria in corso sia colpa di regole del gioco inadeguate e di regolatori disattenti, soprattutto negli Stati Uniti. Molti si esercitano nel proporre nuove regole capaci di evitare il ripetersi di simili crisi.
Mi pare un’illusione. Le crisi finanziarie non sono una patologia del capitalismo: sono intrinseche al capitalismo. Pensare che sia possibile, grazie a regole migliori e a regolatori illuminati, eliminare il rischio, e quindi le crisi, è una sciocchezza. Il rischio è l’anima del capitalismo perché il mestiere dell’imprenditore e del banchiere è cercare occasioni rischiose e scommettere sulla propria capacità di vincere. Talvolta si vince, talvolta si perde. Spesso per vincere occorre costruire strategie che, pur non violando le regole, si insinuano fra le norme, fanno arbitraggi fra sistemi regolamentari diversi. Per ogni regola spesso esiste una strategia di investimento capace di aggirarla.[…] E d’altronde in Europa, dove ci vantiamo di avere una governante migliore di quella americana, le banche non sono al riparo dalla crisi.
Regole perfette, capaci di eliminare le crisi non esistono: sono esistite solo nell’economia sovietica e si riducono ad una norma semplice, la proibizione della libera impresa. L’esperienza del secolo scorso dimostra che le economie di mercato, nonostante le loro crisi, sono luoghi migliori in cui vivere. E tanto migliori quanto più l’economia è libera.
Nonostante le crisi ricorrenti, le economie aperte crescono di più, innovano di più, creano più occasioni di lavoro. Negli ultimi vent’anni gli Stati Uniti sono cresciuti un punto all’anno più dell’Europa, un guadagno sufficiente per compensare il costo della crisi che non sarà lieve.
Se le crisi sono inevitabili, come si possono attenuarne gli effetti sull’economia? Innanzitutto proteggendo il risparmio di chi non vuole partecipare al gioco della finanza e tiene i soldi in banca: questo in Italia è garantito ancor più dopo il decreto del governo. Poi, imparare dalla storia e dalle crisi precedenti. Nel 1929 il mondo fu colpito da uno choc di dimensioni simili a quello odierno: come ha spiegato Alberto Alesina ( Sole-24Ore, 17 settembre) la ragione per cui quello choc si trasformò in una depressione che in alcuni Paesi trascinò con sé la democrazia fu una serie di gravi errori di politica economica: i dazi imposti dal Congresso americano, gli errori della Fed, regole sbagliate introdotte dal presidente Hoover.
Alla radice di questa crisi c’è la scarsa capitalizzazione del sistema finanziario. Per uscirne è necessario che nuovo capitale affluisca alle banche: se possibile dai loro azionisti, come è accaduto nei giorni scorsi in Unicredit, altrimenti, in via temporanea, dagli Stati. E poi evitare di riscrivere le regole del gioco sull’onda degli eventi. Ricordiamoci che uno dei fattori che hanno amplificato questa crisi sono le regole cosiddette di Basilea-2, disegnate per rendere più solide le banche.
Francesco Giavazzi, Corriere della Sera 9/10/2008

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Giavazzi sul Corriere della Sera propone di combattere la crisi azzerando totalmente il cuneo fiscale delle retribuzioni sotto un certo livello (il cuneo fiscale è la differenza tra quello che un lavoratore costa all’impresa e quello che si trova in busta paga). Questo da subito, in modo da far trovare più soldi in busta con le tredicesime e «stimolare i consumi» cioè mandare la gente a fare acquisti in negozi e rimettere in moto tutto il giro. […].
Francesco Giavazzi, Corriere della Sera, 16/11/2008

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[…] Libri come l’ultimo di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi ( La crisi. Riuscirà la politica a salvare il mondo?, il Saggiatore, Milano, 12 euro) […] esorta a capire che cosa non ha funzionato e a evitare gli slogan contro il capitalismo che resta il miglior sistema economico inventato dall’uomo, aggiungerei: finora.
Nel loro brillante pamphlet, Alesina e Giavazzi imputano al populismo di una politica che voleva dare la casa a tutti l’eccesso di debito dell’economia americana e alla cattura del regolatore da parte dei regolati l’aver permesso alle banche di prestare troppo in relazione ai capitali propri. Brutalmente riassunta, la loro terapia è: più libero mercato, non meno mercato; più concorrenza, non più Stato. Non so se la ricetta basti al tempo del capitalismo plurale. E non vorrei che il liberismo debba essere salvato dai liberisti più estremi se vogliamo che continui a essere un antidoto contro lo statalismo (che non è l’economia sociale di mercato, ma la sua degenerazione). Ma per farcela il pensiero liberista dovrebbe chiarire tre punti storici.[…].
Massimo Mucchetti, Corriere della Sera, 16/11/2008

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[…] La detassazione delle tredicesime e l’estensione degli ammortizzatori sociali sono chieste a gran voce anche dai commentatori liberal Alesina, Giavazzi e Tabellini, i quali sostengono che a saltar per aria saranno nei prossimi mesi aziende di tutti i tipi e non è giusto che la cassa integrazione soccorra solo i lavoratori meglio rappresentati. […].
Anno V - Duecentoquarantaseiesima settimana, Dal 10 al 17 novembre 2008

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Meglio aumentare le risorse per gli ammortizzatori sociali che concedere aiuti diretti alle imprese in difficoltà. E’ questa, al momento, la linea seguita dal governo, che si appresta ad affrontare le crisi aziendali. […] Alle misure sugli ammortizzatori sociali vanno però affiancate quelle sulle imposte, ha scritto Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera: ”Il primo strumento da usare è un taglio deciso delle tasse sul lavoro, che agisce anche sulla domanda, poiché aumenterebbe il potere di acquisto dei salari. Altrettanto rapidi sarebbero gli effetti di un provvedimento che estendesse i sussidi di disoccupazione a tutti i lavoratori, indipendentemente dal loro contratto, a tempo determinato o indeterminato”. […].
Il Foglio, 19/11/2008

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Caro direttore, sul Corriere di giovedì scorso il professor Giavazzi ha ricordato come nel 1992 e nel 1995 l’Italia seppe sfruttare situazioni di crisi per realizzare importanti riforme strutturali. E invita a seguire quegli esempi nella grave crisi di oggi.
Per il ruolo che ebbi allora l’onore di svolgere (Presidente del Consiglio e Ministro del Tesoro) ho particolarmente presenti le vicende del 1995. Attraverso una severa manovra di finanza pubblica riuscimmo a invertire quella tendenza alla crescita nel rapporto fra debito e prodotto che durava ormai da 15 anni. E approvammo una riforma delle pensioni che, sia pure con i tempi di aggiustamento resi necessari dalle esigenze del consenso politico e sociale, per la prima volta riportò i conti previdenziali a una prospettiva di riequilibrio, superando anche infinite iniquità e inefficienze.
Sono d’accordo con Giavazzi: oggi come allora è indispensabile una forte azione riformatrice, che aiuti l’Italia a uscire dalla crisi avendo posto rimedio almeno ad alcune delle sue debolezze strutturali; quelle debolezze che, nei tempi buoni come nei tempi cattivi, fanno sì che il nostro tasso di crescita rimanga sempre inferiore a quello degli altri Paesi sviluppati.[…].
Lamberto Dini, Corriere della sera 10/1/2009

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In questi giorni si parla sempre più con insistenza di nazionalizzare le banche. […] Coloro che si oppongono a questa operazione, come ad esempio Francesco Giavazzi sul Corriere della sera di ieri l’altro, argomentano che i prezzi di mercato cui il Tesoro acquisterebbe oggi sono troppo bassi, inferiori al «valore reale» delle banche stesse. E che quindi il governo dovrebbe sì acquistare, ma a un prezzo sopra mercato […].
Alberto Bisin, la Stampa 24/02/2009

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[GIANCARLO ANERI:] «L’anno di Giavazzi è venuto alla premiazione [PREMIO E’ GIORNALISMO] anche Draghi, il governatore della Banca d’Italia. Io l’ho messo nel tavolo accanto a Ricci. Draghi disse: ”Tutte le sere guardo Striscia la Notizia”. Ricci non so quanti Telegatti ha vinto. ”Striscia” è un vero e proprio tg» […].
Claudio Sabelli Fioretti, La stampa 16/3/2009

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Vi ricordate i mutui subprime americani? «La crisi è seria, ma difficilmente si trasformerà in una crisi finanziaria (...) L’economia continua a crescere rapidamente. La crescita consente agli investitori di assorbire le perdite ed evita che il contagio si diffonda». Parola di Francesco Giavazzi, sul Corriere della Sera del 4 agosto 2007. […] La crisi ha sollevato il velo sugli economisti: sono un bluff. Lo denuncia impietosamente un clamoroso libro di Marco Cobianchi, giornalista di Panorama, che uscirà il 27 aprile.
[…] La vera chicca del libro-denuncia è una lettera di un operaio, il signor Gaetano Romano che si era sciroppato su La Voce.info una serie di articoli delle più grandi firme sul fallimento delle banche e finanziarie Usa: "Gentile professore Giavazzi, sono solo un metallurgico con scarse cognizioni di economia. Sarei grato se venisse spiegato perché lasciare fallire la Lehman dimostra la vitalità del capitalismo mentre i salvataggi di Bear Stearns, Freddy & Fannie o Aig... pure. Non ho alcun intento polemico, ma solo tanta confusione".
E’ Cobianchi a sintetizzare in poche righe (con tutte le citazioni a supporto) cosa aveva provocato la confusione del povero metallurgico: "Prima Giavazzi ha affermato che non ci sarebbe stata la crisi, poi ha detto che ce ne era un po’, poi dirà che per superarla bisogna dare più soldi alle banche, ma esulta se una banca fallisce, poi ha detto che ci siamo, possiamo fare fallire anche la più grande assicurazione del mondo e infine, quando invece viene salvata, ha detto che tutto sommato hanno fatto bene a salvarla". Amen.
Franco Bechis, Italia Oggi 24/04/2009

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Gian Arturo Ferrari è il direttore generale della divisione libri della Mondadori, il primo gruppo editoriale italiano.
[…] Del resto, c’è chi crede che un pezzo di sinistra italiana avrebbe voluto scrivere un libro come quello di Tremonti [LA PAURA E LA SPERANZA] - tendenzialmente apocalittico, critico nei confronti della contaminazione tra metodo post-comunista e liberismo - e che quello stesso pezzo di sinistra lo abbia invidiato per questo. [GIAN ARTURO FERRARI, DIRETTORE GENERALE LIBRI MONDADORI:] «Non so se sia stato invidiato a sinistra. Di sicuro mi ha colpito la polemica a distanza con Francesco Giavazzi e il fatto che mentre esce il libro di Tremonti, lucidissimo nella parte analitica della crisi e delle sue origini, Giavazzi scrive un editoriale sul Corriere della Sera in cui dice che la crisi è una cosa sotto controllo, circoscritta, niente di davvero preoccupante. La crisi dello strumento analitico degli economisti è stata la vera novità di questo anno e mezzo […]» […].
Marco Ferrante, Il Riformista 14/05/2009

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Torniamo all’Università. Alcuni, come Francesco Giavazzi, sostengono che si debbano alzare le rette - oggi fra le più basse d’Europa - e aumentare le borse di studio.
[GELMINI:] «Le rette non si toccano. Il diritto allo studio va preservato col massimo del rigore. Prima troviamo il modo di aumentare le borse di studio, poi si vedrà».
Mattia Feltri, La stampa 15/7/2009

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[…] Se siamo ancora interessati alla crisi, possiamo affidarci […] alle rigorose provocazioni di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi (La crisi. Può la politica salvare il mondo? , Il Saggiatore, 2008) […].
Gianni Toniolo, Il Sole-24 Ore, 4/8/2009

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GLI ECONOMISTI E LA CRISI: «ECCO PERCHE’ NON POSSIAMO RESTARE IN SILENZIO»
LETTERA AL DIRETTORE DE BORTOLI IN RISPOSTA AL MINISTRO TREMONTI

Caro direttore, sin da quando ha riassunto responsabilità di governo, nel 2008, il ministro Giulio Tremonti ha intrapreso un processo agli economisti. Accusatore e giudice al tempo stesso, ha emesso successivi verdetti di condanna, la pena consistendo nell’obbligo al silenzio per almeno due anni, in specie su questioni di politica economica. La motivazione pare essere la seguente: non avere gli economisti previsto la crisi e aver anzi accettato o addirittura esaltato le degenerazioni che la provocarono. Per un’opportuna opera di rieducazione viene suggerita la lettura dei libri del ministro.
Nessuno di noi è disposto a stare zitto. Un compito importante della nostra professione, in Italia e altrove, consiste nel sottoporre a valutazione ragionata la politica economica dell’esecutivo. […] Non abbiamo difficoltà a riconoscere che questa crisi pone una sfida alla nostra professione (di cui alcuni di noi han­no anche scritto): non certo per non averne previsto il quando e il come, quanto per non aver pienamente percepito le cause e le conseguenze di un’anomala crescita del credito e dell’esposizione al rischio e per avere trascurato i problemi di stabilità finanziaria. Il disagio degli economisti, comunque, non può essere certo maggiore di quello di governanti, banchieri centrali e vigilanti, soprattutto di oltre Atlantico, i quali ancor meno sep­pero prevedere e prevenire […].
Ma tanto non può certo bastare al ministro, il quale afferma che egli sì aveva previsto tutto, e da tempo. Notiamo che l’affermazione reiterata negli anni che presto o tardi vi sarà una crisi non rappresenta una previsione, ma una scommessa a esito sicuro. […] Di altro vorremmo discutere con lui, se, restituendoci il diritto di parola, egli accettasse di farlo: delle vicende dell’economia italiana e dei suoi mali oscuri; delle ragioni che lo inducono a ritenere che noi usciremo meglio degli altri dalla crisi, pur essendoci entrati assai prima e in condizioni peggiori. Vorremmo conoscere la sua opinione su una stagnazione, indipen­dente dal ciclo politico, che ormai dura da quindici anni, rammentando che ne­gli anni in cui il ministro ha avuto la re­sponsabilità della politica economica (2001-2005, quando il suo primo docu­mento di programmazione prometteva «un nuovo miracolo economico», e 2008) la crescita italiana ha esibito un di­vario negativo di oltre 5 punti rispetto al­la crescita europea. In definitiva, vorrem­mo comprendere come egli si proponga di trasformare in realtà le sue speranze sul futuro del Paese.
Giorgio Basevi, Pierpaolo Benigno Franco Bruni, Tito Boeri Carlo Carraro, Carlo Favero, Francesco Giavazzi, Luigi Guiso Tullio Jappelli, Marco Onado Marco Pagano, Fausto Panunzi Michele Polo, Lucrezia Reichlin Pietro Reichlin, Luigi Spaventa
Il Corriere della Sera, 03/09/09

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[…] La Confindustria sta con chi vuol cambiare: dal mercato del lavoro al salario, dalle pensioni alla riduzione delle tasse, come proposto da Francesco Giavazzi […].
Stefano Cingolani, Il Foglio 12/9/2009

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Signor presidente del Consiglio, le rivolgiamo alcune domande che riguardano il suo impegno politico e di governo, non le vicende private che paiono diventate l’ossessione della stampa nazionale e internazionale. […]
1.L’economista Francesco Giavazzi e il politologo Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera, le hanno ricordato gli impegni sulla riduzione della pressione fiscale assunti in campagna elettorale e il professor Giavazzi in un’intervista al Foglio ha auspicato riforme all’insegna delle liberalizzazioni dei mercati […].
Il Foglio 12/9/2009

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Corrado Passera ha detto l’altro giorno che il «calo del Pil è da guerra, ci vuole uno choc, ci vuole una roba grossa positiva che giri il segno del -6% verso il positivo». Ma Passera è un banchiere, e si sa che di questi tempi il governo non ascolta i consigli dei banchieri. Francesco Giavazzi ha invece detto che «la Finanziaria non è una Finanziaria e la manovra non è una manovra», e ha chiesto anche lui «uno choc positivo». Ma Giavazzi è un economista e di questi tempi, si sa, il governo non ascolta i consigli degli economisti. Giorgio La Malfa ha detto che «questo primo anno e mezzo del governo è deludente», che non si è fatto niente per «ridurre la spesa pubblica e quindi la pressione fiscale». Ma Giorgio La Malfa è un liberale e, si sa, di questi tempi il governo non ascolta i consigli dei liberali. […] Noi non possiamo fare certo come Obama, che ha fatto schizzare debito e deficit per finanziare la ripresa. E in questo senso il governo fa bene a non peggiorare ulteriormente i nostri conti pubblici. Ma recuperando l’ispirazione originaria del centrodestra - quella che gli ricordano La Malfa e Giavazzi - il taglio della spesa pubblica potrebbe consentire di stimolare l’economia senza un euro di deficit in più […].
Antonio Polito, il Riformista 25/09/2009

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[…] Proprio il presidente della Bocconi ha voluto ricordare che l’università intende mantenere una propria collocazione, diciamo così centrista, nel dibattito teorico e di politica economica. Nonostante alcuni dei suoi più brillanti e noti esponenti, campioni ”mercatisti”, siano diventati le bestie nere del tremontismo. Due su tutti: Francesco Giavazzi e Alberto Alesina, già autori del pamphlet di successo ”Il liberismo è di sinistra”. Sono forse i più bostoniani tra tutti i bocconiani. Il primo s’è specializzato al Mit (Massachusetts Institute of Technology), il secondo ha insegnato per molti anni a Harvard; entrambi godono del privilegio, raro tra gli italiani, di scrivere regolarmente sul Financial Times. E spesso danno la linea, urbi et orbi.
L’agenda Giavazzi, lanciata nel 2005, divenne la nemesi di un centrosinistra che aveva perduto la retta via delle liberalizzazioni. Adesso si sta trasformando nella nemesi di un centrodestra nato liberista e tagliator di tasse, per scoprirsi bon gré mal gré statalista ed esattore. C’è di mezzo la recessione e la risposta alla prima fase della crisi, quella bancaria e finanziaria, dalla quale Tremonti esce a testa alta. Nessun bocconiano lo può negare. La strategia della cautela e del tampone ha funzionato. I costi sono contenuti. E con essi è stata salvaguardata la tregua (forse la pace) sociale. Ma adesso che arriva la seconda fase, ora che bisogna acchiappare al volo il treno della crescita, le cose cambiano. E i bocconiani rialzano la testa […].
Stefano Cingolani, Il foglio 3/10/2009

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[…] Tito Boeri […]che, come molti altri dei membri del nucleo centrale del sito [LA VOCE.INFO] è editorialista di un grande giornale. Lui di ”Repubblica ”, Francesco Giavazzi del ”Corriere”, […].
Stefano Feltri, Il Fatto 15/10/2009

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Insegnano (o hanno insegnato) alla Bocconi: Tito Boeri, Mario Monti, Francesco Giavazzi, Roberto Perotti ecc. Totale docenti: 1600 (di cui un centinaio stranieri).
Hanno studiato alla Bocconi: Alessandro Profumo, Corrado Passera, Emma Bonino, Benedetto Della Vedova, Marco Tronchetti Provera, Paolo Scaroni, Emma Marcegaglia, Carla Sozzani, Federico Rampini, Francesco Giavazzi, Alberto Alesina, Philippe Daverio ecc. […].
Uscite: Università Bocconi, Harvard d’Italia (VOCE ARANCIO 21/10/2009)

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Quale sarà l’economia del mondo dopo la crisi? Diversa, per due ragioni. Innanzitutto cambierà la distribuzione geografica dei consumi. Le famiglie americane […] spenderanno di meno […], ricominceranno a risparmiare. Un po’ alla volta i loro consumi verranno sostituiti dai consumi di Paesi che continuano a crescere: India, Brasile, Cina, ma anche Paesi più piccoli, come Egitto, Cile e Polonia.
Lo spostamento dei consumi ne muterà la composizione, cioè sarà differente il tipo di prodotti acquistati. […] É evidente che per sopravvivere sono necessarie profonde trasformazioni. Occorre adattare le produzioni ai mutamenti della domanda e spostarsi verso beni che ancora non subiscono la concorrenza di indiani e cinesi. […] L’immobilismo in attesa che il mondo torni ad essere quello di prima è una ricetta per il disastro. Così come lo è proteggere con la Cassa integrazione aziende e posti di lavoro che, finita la recessione, potrebbero trovarsi senza più un mercato. Bisogna proteggere i lavoratori, senza illuderli, aiutandoli invece a riqualificarsi per andare là dove il lavoro c’è. E accelerare su ricerca e innovazione […].
Francesco Giavazzi, Corriere della sera 3/1/2010

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[…] Il nuovo consiglio d’amministrazione della Rcs Quotidiani è stato occupato dai soliti Lor Signori: Cesare Er più Geronzi, Abramo Bazoli, Luchino Cordero di Monteparioli, Dieghito el Dritto Della Valle, GianCemento Pesenti e, ciliegina sulla torta (azzannata senza scrupoli al tavolo della spartizione) Marcus Von Tronchetti Provera.Altro che Cavalieri Bianchi! Almeno una volta i vecchi Padroni del vapore tiravano fuori di tasca propria i denari per occupare le poltrone. Adesso il banchiere entra a’ sbafo, come si dice a Roma. Alla faccia degli intrecci banche-giornali proibiti (remember Bazoli?) ai tempi della vituperata Prima repubblica. Altro che nostalgia canaglia, evocata da Panebianco.
Ma ormai dal "capitalismo familiare" siamo passati, a quanto sembra, al "capitalismo delle cosche". Con buona pace dei professoroni (Giavazzi, Salvati, Padoa Schioppa, Ichino, Della Loggia, Panebianco, Romano) che dalle colonne del Corriere non passa giorno che da strologhino contro i conflitti d’interessi. Soprattutto quelli di Berlusconi. E per la separazione dei poteri tra azionisti e manager […].
dagospia, Stefano Feltri Il Fatto 20/3/2010

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[…] Curiosando nel database degli «alumni» e «alumnae» del Mit, […]. Significativo è l’esempio del dipartimento di economia. Negli Anni 70 vi studiarono Mario Baldassarri (presidente della Commissione Finanze del Senato), Mario Draghi (governatore della Banca d’Italia), Francesco Giavazzi (professore ed editorialista) e Tommaso Padoa Schioppa (ex ministro dell’Economia)[…].
Mario Baldassarri e Francesco Giavazzi sono due ex studenti del Mit, il Massachusetts Institute of Technology di Boston, che hanno fatto «carriera». Entrambi economisti, […] Il secondo, anche lui docente universitario ed editorialista, è autore di numerosi saggi di divulgazione economica ed è attualmente presidente di «Igier», l’«Innocenzo Gasparini Institute for Economic Research».
In quali anni siete stati al Mit e quale titolo di studio avete conseguito?
[…] F.G. «Dal 1974 al 1978, quando ho ottenuto il PhD in Economics».
Avete poi trovato subito lavoro in Italia?
[…] F.G. «Venni subito assunto all’Università di Padova».
Aver studiato negli Stati Uniti vi ha aiutati a fare carriera in Italia? E in che modo?
[…] F.G. «Ho avuto un incarico solo grazie al PhD del Mit. Infatti, in Italia ero laureato in ingegneria e non avevo contatti con economisti italiani».
Perché, secondo voi, oggi è più difficile rientrare?
[…] F.G. «A quei tempi pensavamo di non avere chance sul competitivo mercato del lavoro americano e quindi cercavamo lavoro solo in Italia. Per quello che vedo, oggi è normale che dopo il PhD si cerchi prima un posto in Usa e poi, se va male, in Europa, dando priorità a Spagna, Gran Bretagna e Svezia. Solo alla fine si prova in Italia».
Sapendo che quasi nessuno rientra in Italia, consigliereste ai vostri figli di andare a studiare negli Stati Uniti?
[…] F.G. «Entrambe le mie figlie sono già là per svolgere un PhD».
RICCARDO LATTANZI, La Stampa 31/3/2010, pagina 34

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[…] La storia della mia gente di Edoardo Nesi (Bompiani) […] I suoi protagonisti, gli imprenditori pratesi del tessile, cercano un nemico e se lo trovano.
Quando si sfarinano le frontiere e arrivano prodotti a basso prezzo dell’Oriente, loro finiscono a maledire «se stessi e i clienti e i dipendenti e la crisi e la globalizzazione e tutti i Giavazzi del mondo che invece di aiutarli li prendevano per il culo coi loro consigli di licenziare gli operai per assumere giovani matematici» […].
Alberto Mingardi, Il Sole-24 Ore 22/4/2010

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[…] Storia della mia gente di Edoardo Nesi, scrittore e rampollo della dinastia pratese […]. Un libro amaro, ma qua e là intessuto – mai parola fu più appropriata’ con un sottile filo di ironia. Come quando racconta la sua decisione di scrivere una lettera a Francesco Giavazzi, economista ed editorialista del «Corriere della Sera» che Nesi considera «il più acerrimo sostenitore dell’infinita bontà della globalizzazione». Canta le lodi di tutto ciò che contribuisce a stroncare ogni giorno di più la schiena alla piccola industria e «alla fine di ogni suo editoriale mi sentivo sempre in colpa e in dubbio». Edoardo, allora, si cala nella parte del mitico Ned Ludd, il distruttore di telai meccanici, passato alla storia come il nemico del progresso e immagina di scrivere al professore. «Caro Giavazzi, ieri notte ho fatto un sogno…». Poi però cambia idea e la lettera, firmata seriosamente Edoardo Nesi imprenditore in Prato, rimane sepolta tra le email non inviate.[…].
Dario Di Vico, Corriere della Sera 23/04/2010

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[…] Quando ebbi la responsabilità del Ministero del Tesoro, organo di vigilanza sulle fondazioni, emisi una direttiva con la quale indirizzavo le fondazioni verso la dismissione delle partecipazioni di controllo nelle banche e verso una più celere ed ampia diversificazione del proprio portafoglio. Così come sostiene Francesco Giavazzi nel suo editoriale ( Corriere del 19 aprile), quella è la strada che deve essere perseguita […].
Lamberto Dini, Corriere della Sera 01/05/2010

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[…] Tito Boeri, professore di Economia alla Bocconi e fondatore de lavoce.info insieme a Giavazzi, […].
Il Foiglio 08/06/2010

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[…] Vittorio Grilli, il direttore generale del Tesoro,[…] a 29 anni comincia a insegnare a Yale (poi passerà all’università di Londra) e lì conosce il meglio, Draghi, Luigi Spaventa, Francesco Giavazzi. Sono loro, nel ’94, ad aprirgli le porte del ministero del Tesoro, nominandolo capo della direzione di Analisi economica-finanziaria e privatizzazioni. […].
Denise Pardo, L’espresso 17/6/2010

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[…] L’idea che il liberismo venga considerato di sinistra è rimasta una provocazione intellettuale di Francesco Giavazzi e Alberto Alesina. Per una breve stagione, in realtà, ci ha creduto l’ala riformista […].
Stefano Cingolani, Il Foglio 12/06/2010

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[…] Al G-20 il dilemma è «rigore o sviluppo?». L’Europa, guidata dalla cancelliera tedesca Merkel con il presidente francese Sarkozy malmostoso, è «rigorista », gli Usa del presidente Obama «sviluppisti». Così scrivono i giornali, ma è davvero così? Fino a un certo punto, perché il dilemma divide anche la Casa Bianca, dove il direttore del Bilancio Orszag s’è dimesso, deluso dalla troppa incertezza davanti al bivio. Orszag era rigorista, alla Merkel, e non apprezzava la preoccupazione di Obama per i posti di lavoro, in un anno elettorale. […] A chi gli parla adesso Orszag dice «Rigore contro crescita è falso dilemma: la vera lite è sui tempi». Sui tempi rigoristi e sviluppisti giocheranno il loro match al G-20. La pensa come Orszag l’economista italiano Giavazzi che, al Foglio di Ferrara, dichiara «La quadratura del cerchio tra queste due esigenze, entrambe serie, è possibile, serve un’azione sul fronte della politica fiscale, per ridurre in modo strutturale i costi dell’invecchiamento (pensioni, sanità ecc) che sono dieci volte più consistenti dei costi dovuti alla crisi» […].
Gianni Riotta, Il Sole-24 Ore 27/6/2010

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In un colloquio con «La Stampa», Giovanni Bazoli ha invitato Torino a guardare avanti, dopo il tormentato accordo tra le fondazioni sulle nomine a Intesa Sanpaolo. Il sindaco Sergio Chiamparino […]: «Siamo intermediati dalle fondazioni. Personalità come il governatore Draghi o il banchiere Passera ne riconoscono il grande ruolo ai fini della stabilità. Economisti come Giavazzi, invece, si augurano che escano dalle banche» […].
Massimo Mucchetti, Corriere della Sera 27/06/2010

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Che effetto fa pagare più tasse di uno svedese di analoghe capacità contributive e tipologia familiare e ottenere servizi pubblici che solo il Nord Africa e l’area basso danubiana ci invidiano? Un brutto effetto, se si dispone di alcuni termini di confronto. […]
Persino in Svezia, considerata mediamente al vertice dell’imposizione fiscale e della qualità del servizio pubblico, in alcuni casi si pagano meno tasse. Il coniugato italiano con coniuge e due figli a carico e 60mila euro lordi all’anno non teme confronti, è il campione fiscale d’Europa, come ha ripetutamente osservato tra gli altri anche l’economista Francesco Giavazzi. Calcolata in termini di pressione fiscale media, la differenza è notevole. «In Italia chi non evade paga più tasse che in Svezia, il Paese dell’Ocse in cui il fisco è più esoso, e la differenza non è piccola, circa 6 punti in più», ha osservato Giavazzi. […]
Mario Margiocco, Il Messaggero 29/6/2010

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La relazione sul federalismo fiscale approvata dal governo la scorsa settimana ci avvicina all’ obiettivo di trasformare l’ Italia in uno Stato federale come lo sono Germania e Stati Uniti. Rimane tuttavia un dubbio, che il dibattito sul passaggio al federalismo ha da tempo messo in soffitta: che cosa accade se le Regioni iniziano a chiedere prestiti e poi non riescono a pagare i loro debiti? vero che da anni il patto di stabilità interno impedisce agli enti locali di indebitarsi, e che comunque l’ articolo 119 della Costituzione esclude «ogni garanzia dello Stato sui prestiti contratti dagli enti territoriali». E tuttavia il dubbio rimane. […] A questo punto un federalista convinto osserverebbe che per rendere credibile l’ impegno a non salvare le Regioni basterebbe eliminare lo Stato centrale: il giorno in cui esso non esistesse più non potrebbe evidentemente salvare nessuno. L’ ipotesi estrema della scomparsa dello Stato centrale è interessante anche perché dimostra che impedire alle Regioni di emettere debito, e cioè imporre loro il pareggio di bilancio, non è la scelta ottimale. Una Regione colpita da una calamità naturale, o da una recessione localizzata, non potrebbe infatti usare la politica di bilancio per farvi fronte. Le recessioni sarebbero più profonde e i costi sociali più elevati. Sono argomenti sui quali sarebbe utile discutere, prima di festeggiare l’ arrivo del federalismo.
Francesco Giavazzi, Corriere della Sera 06/07/2010

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[…] Edoardo Nesi in Storia della mia gente (Bompiani) attacca a muso duro i cantori della globalizzazione, capaci di declamare in ogni intervista «il dogma bambinesco che la totale liberalizzazione degli scambi commerciali avrebbe portato al mondo più vantaggi che svantaggi». Bambineschi (e colpevoli) sono quindi Fassino (firmatario del Wto) e Giavazzi e Monti (suoi spalleggiatori sulle pagine del Corriere) […].
Camillo Langone, Libero 3/8/2010

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“L’Italia deve diventare produttiva e competitiva come la Germania”, annuncia il governatore Mario Draghi. Magari fosse possibile, scrive Francesco Giavazzi il giorno dopo sul Corriere della Sera: “L’economia tedesca cresce perché più degli altri ha saputo approfittare dell’Europa… E’ la nostra debolezza ad aiutare la loro competitività”. […] “L’interesse della Germania è un sud debilitato così da mantenere debole il cambio”, scrive Giavazzi. Allora, andrebbe punita con un bel cartellino giallo. Fallo da ostruzione […].
Stefano Cingolani, Il Foglio 7/10/2010

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[…] I tassi di cambio non sono il toccasana che può sostituirsi alla politica economica: sono prezzi che riflettono le scelte dei governi e i loro limiti. […] La debolezza del dollaro è il riflesso dell’impotenza di Obama che non riesce a convincere le famiglie americane a spendere. Se i consumi interni non riprendono, l’unico modo per evitare una nuova recessione è aumentare le esportazioni: il dollaro debole serve proprio a questo. Cercare di arrestarne la caduta sarebbe una sciocchezza. […] Per recuperare i livelli di produzione pre-crisi (siamo ancora 15% sotto) possiamo contare solo su noi stessi. Poiché da anni i consumi ristagnano, avremmo bisogno, c o me l’America, di un euro debole. Ma siamo troppo piccoli ed è la Germania a determinare il valore della moneta comune.
Come risolvere il nostro dilemma? Riducendo le tasse sul lavoro per far crescere il potere d’acquisto delle famiglie; tagliando le rendite con una «botta di concorrenza» per ridurre i prezzi; aumentando la produttività per ridurre il costo del lavoro senza tagliare i salari. Servirebbe un governo pienamente impegnato sullo sviluppo e l’occupazione ma questi punti non appaiono al centro del programma di Berlusconi.
Da tre anni la Federal Reserve, la banca centrale americana, e la Bce creano un’enorme quantità di liquidità: questo consente alle banche di riprendere a concedere prestiti, ma è anche una miccia che può da un giorno all’altro alimentare la speculazione, soprattutto verso i Paesi dove il debito è elevato. Non fare nulla, confidare sulla nostra «buona stella» e sperare di averla fatta franca mi pare una scelta azzardata.
Francesco Giavazzi, Corriere della Sera 11/10/2010

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In questi giorni molti ragazzi iniziano l’ università. Per alcune famiglie si tratta della prima generazione che può continuare gli studi dopo la scuola. Che immagine hanno questi ragazzi del Paese in cui diventano cittadini adulti? In molti atenei le lezioni non cominciano: interi corsi di laurea sono stati rinviati (per ora) al secondo semestre. Gli studenti si aggirano spaesati per aule vuote, preoccupati dall’ incertezza che li attende. Del disastro universitario siamo tutti responsabili. Baroni delle cattedre, politici cinici o ignoranti, una classe dirigente che guarda all’ università con sufficienza e alla prima delusione manda i figli a studiare lontano dall’ Italia. In tre anni 4.500 professori, il 12% del totale, sono andati in pensione. Molti dei corsi che insegnavano non ci sono più perché, tranne casi rari, chi è andato in pensione non è stato sostituito. Il motivo è che i tagli ai finanziamenti pubblici hanno fatto sì che nella quasi totalità degli atenei la spesa per stipendi oggi superi il 90% delle risorse, soglia al di sopra della quale non si può più assumere nessuno. I ricercatori sono 24 mila. Fino a ieri due su tre insegnavano, sebbene una legge sciocca ma ancora in vigore dica che dovrebbero fare solo ricerca, non insegnare. Quest’ anno oltre un terzo dei ricercatori non farà lezione: altri corsi che non partono, spesso i più avanzati poiché i più vicini alla frontiera della ricerca. Che nell’ università ci siano troppi professori è un fatto. La responsabilità è di quei sindaci e presidenti di Provincia, di destra, di centro e di sinistra, che hanno ottenuto che si aprissero università ovunque, e che in ciascuna si avviassero corsi di triennio, biennio e dottorato. Se a errori ripetuti per decenni si vuol rimediare in un giorno c’ è un solo modo: chiudere i corsi di laurea. È la strada che ha scelto il ministro dell’ Economia che in nome del vincolo di bilancio ha deciso di sacrificare l’ università. Se i ragazzi buttano al vento un anno della loro vita, poco male. Ma se davvero il vincolo di bilancio è così stretto, come mai nel primo semestre dell’ anno il governo ha consentito che la spesa corrente al netto degli interessi, evidentemente in altri settori, aumentasse di 2.800 milioni? Chi sono i privilegiati? Possiamo permetterci di sprecare il nostro capitale umano? Non credo. Si poteva far meglio? Sì. In luglio il Senato ha approvato la riforma dell’ università. Non è una legge ideale, ma va dato atto al ministro Gelmini di aver fatto un importante passo avanti. La legge riconosce che i corsi devono essere ridotti, le università snellite, alcune chiuse. Ma si propone di farlo gradualmente, con un piano di sostituzioni solo parziali dei professori che vanno in pensione: altri 5.800 nei prossimi cinque anni. La Camera è pronta ad approvare la legge. I deputati della maggioranza non esigono che i tagli all’ università (1.200 milioni, un ulteriore 15% in meno il prossimo anno) siano cancellati: chiedono che siano ridotti della metà, per consentire alle università di funzionare. Neppure questo è compatibile con i vincoli di bilancio? Allora si abbia il coraggio di spiegare alle famiglie che non possiamo più permetterci un’ università quasi gratuita, cioè rette che coprono meno di un terzo del costo degli studi. Trovo terribile il cinismo di chi lascia una generazione allo sbando perché non ha il coraggio di dire la verità.
Francesco Giavazzi, Corriere della Sera 24/10/2010

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Dopo Carlo De Benedetti, Francesco Giavazzi e una nutrita schiera di liberisti, anche Luigi Abete, presidente di Assonime, l’associazione delle società per azioni che ieri ha festeggiato il centenario, sostiene che in Italia bisogna spostare il peso fiscale dai redditi di impresa e di lavoro alle rendite finanziarie, e propone un aumento dell’aliquota dal 12,5 per cento attuale a un livello maggiore […].
Il Foglio 24/11/2010

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[…] Francesco Giavazzi, sul Corriere della Sera, ha detto di non credere più che il giorno del fallimento di Lehman Brothers sia stato un bel giorno per il mercato […].
Il Foglio 19/11/2010

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[…] La realtà è che la legge Gelmini è il meglio che oggi si possa ottenere data la cultura della nostra classe politica. Il risultato, nonostante tutto, non è poca cosa. La legge abolisce i concorsi, prima fonte di corruzione delle nostre università. Crea una nuova figura di giovani docenti «in prova per sei anni», e confermati professori solo se in quegli anni raggiungano risultati positivi nell’insegnamento e nella ricerca […]. Per la prima volta prevede che i fondi pubblici alle università siano modulati in funzione dei risultati. La valutazione è l’unico modo per non sprecare risorse, per consentirci di risalire nelle graduatorie mondiali e fornire agli studenti un’istruzione migliore. […].
Francesco Giavazzi, Corriere della Sera 30/11/2010

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[…] Francesco Giavazzi, che ieri sul Corriere della Sera ha elencato i punti di forza della riforma: abolizione dei concorsi, più meritocrazia nel reclutamento, governance degli atenei meno autoreferenziale, l’assegnazione di una parte dei fondi in base ai risultati. “Una riforma da difendere”, secondo l’editorialista del Corriere. Più per le regole che introduce che per i soldi che distribuisce.
Il Foglio 1/12/2010