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 2010  novembre 29 Lunedì calendario

QUANDO I CONTADINI DEL POLESINE SI CONTENDEVANO LA CARNE DELLE CARCASSE DI ANIMALI INFETTI

«Ogni volta che in una stalla dei villaggi del Polesine muore di qualche malattia un bue o una vacca, il veterinario del mandamento ne ordina il seppellimento. E questo viene eseguito da tre o quattro contadini in presenza dell’usciere municipale. Ma appena questi si allontana di pochi passi, succede una scena selvaggia. Venti o trenta contadini armati di badili, di accette, di falci e di coltelli si avanzano frettolosamente, dissotterrano l’animale e lo tagliano cercando ognuno di prendersi i pezzi migliori».
È una vergogna che l’Italia abbia cancellato la memoria di quello straordinario giornalista che fu Adolfo Rossi. Ed è una vergogna che i suoi formidabili reportage, ricchi di passione civile e scritti con uno stile asciutto e moderno a cavallo fra Ottocento e Novecento per «Il Messaggero», «La Tribuna», «Il Secolo XIX», il «Corriere della Sera» non vengano letti nelle scuole. Dove Dio sa quanto i nostri ragazzi avrebbero bisogno di sapere come furono i loro nonni, quanto fu dura la loro vita, quanti lutti e quanti dolori furono costretti ad affrontare per dare a tutti noi un’esistenza migliore.
Erano i bisnonni dei nostri figli, quei veneti che, pazzi di fame, si avventavano a disseppellire le carogne delle bestie morte di malattia: «Per contendersi una mezza coscia, la trippa o il fegato nascono sempre liti: gl’improvvisati beccai, tutti insanguinati, cogli occhi luccicanti per l’avidità e la fame, si minacciano, gridano e spesso si battono». Quattro generazioni soltanto dividono le resse ai banchi dell’ultimo modello di iPod da quelle di quei nonni pazzi di fame: «Era una scena che ricordava i negri dell’Africa e i cannibali dell’Oceania. (...) Appena i contadini hanno preso la loro parte di bottino, corrono a casa e mettono la carne e le ossa a bollire nel paiolo in cui fanno la polenta. (...) Quando muore un animale di carbonchio o di altra malattia contagiosa, il veterinario, conoscendo gli usi del paese, ordina che nelle carni del cadavere si facciano delle larghe incisioni e vi si versi dentro del petrolio. Ebbene, neppure questa precauzione serve perché la sepoltura della bestia rimanga inviolata: c’è chi ha lo stomaco di mangiar anche le carni più infette».
Bisogna ricordare, ricordare, ricordare. Ed è una benedizione l’uscita del libro L’Italia della vergogna nelle cronache di Adolfo Rossi che, edito da Longo (Ravenna) e dalla Regione Veneto (pagine 456, € 30), raccoglie quattro rapporti che il grande intellettuale rodigino, lasciati i giornali per diventare ispettore dell’emigrazione, stese sui suoi viaggi tra gli italiani nello Stato brasiliano di San Paolo, in Sudafrica, in Argentina, negli Stati Uniti. Lo conosceva bene, quel mondo. Lui stesso, come ricorda lo storico Gianpaolo Romanato che ha curato il volume, era partito giovanissimo nel 1879 per New York. Dove aveva fatto tutti i mestieri, fino a scoprire quella vena giornalistica che lo avrebbe fatto diventare il primo redattore del giornale «Il Progresso Italo-americano» e poi, rientrato in patria, una delle penne di punta della stampa italiana di tutti tempi.
È indignato con l’Italia, Adolfo Rossi. Perché abbandona gli emigrati a se stessi. Perché ad esempio non fa nulla in America, per allestire «uffici destinati ad accogliere gli emigranti, a servir loro di guida, a metterli sotto la direzione di uomini onesti che li conducessero ai lavori senza imbrogliarli» affrontando il problema del «padrone system», in pugno alla criminalità: «Tali uffici di patronato, di soccorso, di beneficenza avrebbero distrutto ben presto la camorra, la mafia, i bosses. Con essi si sarebbe anche da lungo tempo arrestata quella vera tratta dei bianchi che è l’esportazione dei piccoli lustrascarpe, dei suonatori d’arpa, dei raccattatori di stracci». Bimbi venduti dalle famiglie per poche lire.
Ed è arrabbiato con tutti coloro che sfruttano la grande emigrazione per fare soldi e non mettono in guardia i poveretti dal rischio di finire in Sudafrica o in Brasile nelle grinfie di padroni che vogliono degli schiavi, bianchi invece che neri. Certo, Rossi trova nello Stato paulista anche dei connazionali contenti. Come il vecchio Michele Castellan: «Abbiamo oggi qui buoi, vacche, muli, cavalli, galline in quantità. Per male che vadano gli affari, il riso, i fagiuoli, il granturco, le uova non mancano mai». Ma quelle che racconta sono soprattutto storie di imbrogli, di lutti, di dolore: «Durante il primo anno i nuovi venuti soffrono letteralmente la fame perché i fazendeiros non hanno da dar loro che granturco e fagiuoli in piccola quantità. (...) Così mal nutriti e peggio alloggiati, muoiono come le mosche. Nella sola fazenda degli eredi Da Costa in nove giorni si ebbero 30 morti su 40 famiglie».
Come potevano i nostri nonni andare a ficcarsi in situazioni di inferno come quelle? Che senso ha lasciare il Paese natio, imbarcarsi su una nave, rischiare uno dei tanti naufragi per andare a vivere come schiavi sotto un fazendeiro che «gli piglia spesso anche la moglie e le figlie»? In ambienti a volte così malsani che, ricorda Romanato, «il tasso di mortalità era altissimo, anche del 90 per cento nei bambini sotto i tre anni»? La risposta è nei reportage di Alfonso Rossi sulla miseria estrema, bruta, medievale, dell’Italia d’allora. Come appunto i racconti sulla fame in Polesine. O quelli sui carusi comprati (per «una somma che varia dalle 100 alle 150 lire in farina o frumento») dai «picconieri» siciliani, ridotti in schiavitù e spinti «completamente nudi» a immergersi nei cunicoli delle miniere di zolfo: «I carusi portano impresse in tutta la persona le stigmate delle sofferenze a cui vengono sottoposti. Presi a lavorare a otto o nove anni, essi hanno generalmente le spalle curve per l’eccessiva fatica, le gambe storte, le occhiaie incavate per l’insufficiente nutrimento, la fronte solcata da rughe precoci». Lo colpì soprattutto un bambino: «Ad una terza svolta trovai un caruso biondo, disfatto dalla fatica, che non riuscendo più a salire, aveva deposto il fardello e accoccolato sopra uno scalino piangeva silenziosamente. Aveva gli occhi azzurri colle palpebre tutte rosse e grosse lacrime gli rigavano le guance incavate e illividite».
Gian Antonio Stella